Parigi, confusioni, trasferimenti e croissants

Avrei tanto voluto raccontarvi di quella volta in cui ho pagato col mio corpo per dei croissants a Parigi.

O di quando ero sotto un nubifragio, sotto l’arco di trionfo e pensavo “Trionfo sto cazzo!”.

Vorrei parlarvi di come Parigi pare sia divisa in arrondissements, i confini ben delimitati, che ne varchi uno e sei in Africa, sono tutte pelli d’ebano, ne varchi un altro e son tutti arabi, vai avanti e son tutti turisti. E io pensavo a Madrid di mille colori che sembra una centrifuga e mi chiedevo se – passato (e presente subdolo) coloniale a parte – non sia anche per questo che non è così attanagliata dal terrore come la capitale francese.


Vorrei raccontarvi del nostro host di Couchsurfing che ci ha cucinato cose buonissime, e fatto da guida, e da confessionale, e da madre, e comprato formaggi francesi, e vini francesi, e colazioni francesi, e di quando noi per ringraziarlo gli abbiamo fatto esplodere gli zaini nel salotto, e poi gli abbiamo fatto una pasta al forno integrale sfracellata, col sugo sciapo e chicchi di sale grosso. E abbiamo passato la serata a dirgli “I’m sooo sorry” ridendo come gli scemi perché lui aveva previsto il disastro e comprato una sorta di porchetta.


Vorrei raccontarvi di quando mi sono messa sulle tracce di Simone de Beauvoir e e Sartre in Rue de Saint Gervaise, ma ho trovato solo vetrine di lusso ordinate in una strada bella e spaziosa. Di quando ho cercato Jules e Jim e il tuffo di Catherine nella Senna ma l’unico splash che ho sentito è stato quello di un piede in una pozza di una latrina chimica.

Vorrei parlavi di quando ero in fila al Louvre e sono scappata perché delle guardie trascinavano via di corsa dalla folla un uomo con un carrello nascosto sotto una cerata bianca.

Vorrei raccontare delle mille sigarette fumate, della mia amica che doveva essere quella tranquilla tra le due e poi era peggio di me e mi trascinata fuori tutte le sere. Di lei che aveva paura ad usare il car-sharing e a surfare sui divani, e poi è finita che era entusiasta e ha fatto amicizia con tutti, pure coi vicini, pure con la gente che le si sedeva un attimo accanto in metropolitana e io che mi piegavo in due dalle risa con le lacrime agli occhi.

Vorrei raccontare meglio, di come dopo venticinque anni abbiamo passato una settimana insieme e ci siamo spalleggiate in tutto, pure troppo, che a volte io tengo la sua corrispondenza telefonica in inglese con i suoi flirt, lei mi ha convinta a restare con Daniel e non preoccuparmi di lei.

Vorrei parlarvi del parco di Belleville, della Parigi est e del bel traliccio che chiamano Torre Eiffel (“Oh, belli proprio i tralicci, a Parigi”).


Delle proposte di menage a trois ricevute un milione di volte da un milione di persone dopo due minuti di conversazione (“You two… maison… avec moi!” “NO!” “Do you understand? Maison!” “NOOOONEEEEE! COME TE LO DEVO DA DI’!?”).

Vorrei parlarvi della notte vicino Notre-Dame. Dei suoni della lingua più bella del mondo.

Eppure non è questo il giorno. Perché domani sarò a un festival al confine tra la Germania e il Belgio con due occhi blu di Francoforte e fra una settimana o poco più mi sarò trasferita in Inghilterra.

Sono stati giorni intensi e ancora più lo saranno. Devo ancora riflettere sul come raccontare la mia esperienza senza legarla ai progetti cui devo prendere parte, perché tanto lo sapete che su questo blog degli impegni ci fotte sega, ma non sarebbe corretto collegare la mia vita personale trallalleru trallallá a contesti professionali che giustamente vorrebbero mantenere più serietà di quella che ha la mia vagina, ma anche solo di quella che hanno i miei pensieri girovaghi.

Vedremo. Troverò una soluzione per continuare la Dama Distratta, in versione British.

Troverò un modo per parlare dei tremila stravolgimenti, di Jorge e quando mi ha detto “Puoi pure innamorarti di qualcun altro, ma io sarò ancora lì, nella tua vita, alla fine di tutto”, di Daniel che ribatte “Terrò il cuore aperto per te finché avrai voglia di provare a vedere se questa cosa è speciale come sembra, e non mi interessa se vai in un altro Paese, perché i modi si trovano”. Vorrei raccontarvi di come io nel frattempo la davo via per dei croissant caldi al mattino dicendo alla mia amica: “E’ stato necessario che io lo facessi”.

Vorrei tantissimo approfondire, ma la vena poetica che di solito mi parte quando parlo di viaggi è rimasta imbottigliata coi pensieri di domani. Vorrei come sempre lamentarmi del fatto che sto andando a un festival e non so manco il perché, che ho un po’ paura a campeggiare tre giorni con un mezzo sconosciuto, che poi non ho campeggiato mai, che non mi piace la musica elettronica, che ho la sensazione che non drogandoci odierò questo festival come ho odiato Loveiseverywhere, quando mi ha trascinata al Trance party.

Di come sono attanagliata dalla solita sensazione di essermi auto tesa una trappola, dalla voglia di fuggire, dalla consapevolezza che non lo farò e che alla fine, bene o male, se sopravviverò mi risuonerà in mente la voce maccheronica della mia amica: “Dama… JE NE REGRETT NIENT!”

 

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Francoforte – sciocchezze e nudità

Sono arrivata in un grande bosco, che chiamano Germania. Ho sorvolato chilometri di terra e d’un verde scuro, così pungente che sembra di sentirne l’odore anche con la fronte poggiata sul vetro di un autobus.

Ho pensato: è questo quello che tacciono, di questo paese. Che la Germania non è la Merkel, o Monaco o Berlino, la Germania non è Weimer e Goethe e Norimberga, non è il campo di concentramento di Buchenwald, non è birra e pretzel, la Germania, prima di tutto, prima dell’uomo e nonostante l’uomo, è un grande bosco di terra e foglie taglienti e scure sui tronchi scheletrici come obelischi, alti come cattedrali. Prima di tutto la Germania è per un terzo foresta nera, eredità della Selva Primigenia europea e musa ispiratrice dei fratelli Grimm, casa di streghe e bambini perduti.

Francoforte è una città nuova, dove la storia è stata sbriciolata dalla guerra e giace nascosta chissà dove, mentre le chiese si sono ricostruite di cemento, e i mattoni sono disegnati col gesso come a dire: “Forse è così, che sarà stata la casa di dio, prima che le bombe la facessero macerie”, forse, ma non sa. Forse ma non può. Non può ricordare.

Francoforte è grattacieli e uffici, è finanza, è impiegati, ventiquattrore, biciclette veloci sulla riva del fiume Meno. Francoforte è America, qualcuno la chiama “Little Manatthan” con un accento perfetto, è America come tutto è diventato America, dopo le due guerre, che se dio non è obiquo, perché non lo scorgo, il nuovo continente lo è e senza reticenza alcuna.

Francoforte è Daniel che mi ha sorriso sul fiume Meno, mentre io ero in preda alla Nausea da grattacieli, ai fantasmi di una notte quasi insonne, e quasi sonnecchiavo, di fianco alla mia amica, pensando ai fiori del giardino botanico dicendo sciocchezze e nonsense.

Lunga è la strada per Tipperary!, farneticavo, quando Daniel ha visto la Nausea che mi mangiava, e m’ha sorriso.

La Germania è due occhi blu, che più blu non si può, e capelli biondi, che più biondi non potrebbero biondeggiare, allora biancheggiano un po’ qua e là e presto, che esser così biondi è un impegno, e stanca.

Daniel s’è seduto e abbiamo iniziato a parlare. Eravamo tutti stanchi dei grattacieli, lui da una vita, noi da due giorni.

Ma allora, ha detto, dobbiamo andare al lago.

C’è un lago che è chiuso al pubblico, ma noi potremmo andarci a nuotare, a lavarci via le immagini della città dagli occhi, a ascoltare appena il rumore dell’acqua, sotto le nostre bracciate.

Francoforte è un bosco con un lago dove m’hanno portata due occhi blu che più blu non si può di un chitarrista tedesco a cui piacciono i fiori. Francoforte è la mia amica che mi voleva ammazzare perché qua e là c’erano persone completamente nude, a fumare marijuana o a parlare di sciocchezze e nonsense. A Francoforte ho guardato Daniel, completamente nudo, invitarmi a seguirlo nell’acqua col sorriso da bambino e le labbra di ciliegia, e gli occhi blu che più blu non si può, e gli ho urlato con un sorriso beffardo che francamente me lo poteva dire, che mi voleva vedere le tette. Però poi mi sono spogliata. Mi sono spogliata chiedendomi che cazzo ci stavo facendo, nuda in un lago a Francoforte, mentre la mia amica, unica anima vestita nel raggio di dieci chilometri, mi urlava che mi avrebbe ammazzata e io le rispondevo che ne aveva ben donde.

Francoforte è sedersi su un tronco abbattuto in un lago dopo una nuotata, con le tette al vento, il gracidare delle rane verdi e nere alle spalle, un uomo conosciuto da mezz’ora completamente nudo seduto a un fianco, un’amica completamente vestita dall’altro, a parlare d’amore. Francoforte è due occhi blu che si sono impegnati seriamente a guardarmi in faccia, mentre parlavamo di amore libero, coppie aperte, poliamorismo, monogamia, poligamia, mentre io gesticolavo italianamente disegnando arabeschi nell’aria davanti al mio seno nudo.

Daniel ci ha parlato delle donne che ha amato, delle coppie aperte che hanno funzionato e di quelle che non hanno retto. Mi ha raccontato di quando per la prima volta è riuscito a essere felice, uscendo con una donna di cui era innamorato e un altro uomo che pure lei amava. Mi ha raccontato di come pensa che le coppie aperte funzionino più facilmente se lo sono dall’inizio, e di come ora vorrebbe un figlio.

La mia amica ha parlato del suo ragazzo, di come sia finita, ma senza esserlo, di come sì, no, boh, forse è meglio esser liberi, in linea teorica, ma forse è utopia, nella pratica. E Daniel rideva e diceva “Ma lo vedi? Lo vedi che non esistono confini precisi? Non è sbagliato che la vostra storia sia finita senza esserlo, è sbagliato che voi la dobbiate chiudere in una regola e in una definizione” e lei s’indispettiva.

Io ho parlato della mia storia monogama di sei anni, di come mi sentissi repressa ma di come lo amassi, e poi del mio sesso libero senza amore, del mio scappare dalle tenerezze, dai letti, dagli uomini, del mio lasciarmi andare solo fisico, mai emotivo. E di come poi sia cambiato tutto gradualmente, fino a Jorge, con cui pure ancora spesso affiora la diffidenza, e a volte anche la gelosia, l’illusione del possesso.

Ho parlato delle mie confusioni, del mio non voler più ingabbiare l’amore, di volerlo fare esplodere, ma ho parlato anche del come ancora non conosco i miei limiti, di come sia difficile soprattutto trovare persone altrettanto aperte con cui esplorarli, e di come fra quelle poche persone mi sembri ancora più difficile trovare qualcuno che si possa e si sappia amare, che a fare sesso libero sono brava, a essere amore libero ancora non lo so.

Quando siamo saliti in macchina per tornare a Francoforte mi sembrava già tutto un sogno lontano, e dicevo: “Vi ricordate di quella volta in cui ero nuda in un lago in Germania a parlare d’amore a uno sconosciuto?“.

Francoforte è stato sedersi in un prato a poca distanza dall’Opernplatzfest, che ospitava chioschi di cucina da tutto il mondo, con la mia amica che spariva per lasciarci soli, e sentire mano a mano la musica svanire, mentre due occhi blu che più blu non si può fissavano i miei e una bocca di ciliegia mi sorrideva apertamente, il labbro inferiore ogni tanto morso in uno slancio infantile, giocoso e timido.

Tutti e due seduti a distanza, le mani puntate a terra dietro la schiena, gli occhi a contemplarsi un po’ persi, ma fissi come calamite. Poi seduti a gambe incrociate, ci siamo studiati le anime un po’ più da vicino, protesi l’uno verso l’altra, con la sensazione che il corpo mi si fosse aperto attorno come spicchi d’arancia, e io fossi limpida e trasparente e nuda, più nuda di quando m’ero tolta i vestiti, e che il pensiero si fosse zittito, e non esistesse più un prima, e un dopo, non esistessero più parole, concetti, volontà, punti interrogativi. Come se esistesse solo il naufragare in quegli occhi, e solo l’ora, un ora che si ripete, sempre nuovo, ed è sempre, sempre, sempre, ora.

Poi ci siamo baciati, con gli occhi aperti, languidi, senza il coraggio di smettere di guardarci, ridendo, sorridendo, mordendoci le labbra, naufragando, leggeri, allegri, abbandonati.

Ci siamo contemplati per un’ora negli occhi, facendo sporadici cammini brevi, fino alle labbra, toccandoci le mani, conoscendoci lentamente, avvicinandoci gradualmente.

Dopo un’ora e mezza gli ero in braccio, il reggiseno slacciato, una mano nelle mutande, grassissime risate di tanto in tanto perché non volevamo farlo nel bel mezzo di una festa davanti a tutti ma lo stavamo quasi facendo.

Siamo andati a casa sua guardandoci come due cretini, quasi non fosse una camminata ma fosse un tango, ma un tango di cretini, che si sorridono come cretini, si fissano come cretini, per un attimo s’amano come cretini, e non sanno il perché, o come sia possibile, ma sanno che fa ridere.

Ci siamo amati centimetro per centimetro quella notte, poi la mattina, prima che io perdessi il mio viaggio per Lussemburgo e partissi per Parigi.

Occhi negli occhi, teneri, fissamente, è stata una liberazione per una volta non abbassare lo sguardo, ma lasciare che qualcuno ci frugasse dentro, con gentilezza.

E’ stato quasi un Tango, Dama

Sono felice che non siamo andati a sbattere a un lampione

Non riesco a smettere di guardarti. E’ che i tuoi occhi sono così amichevoli, così aperti, mi sembra che tu mi conosca

E i tuoi sono così blu, mioddio. Ogni tanto ho paura che tu riesca a vederci troppo, come ne avessi fugato tutti gli angoli

Senti, ma ti sembra strano se ti dico che mi sono innamorato di te?

No. Cioè, voglio dire, è normale che tu mi stia amando, ora, ma questo non vuol dire che mi amerai domani. Sai, fino a un anno fa non ci credevo, ma ora penso ci si possa amare anche così immediatamente. Anzi, a volte ho la sensazione che a volte non l’ho fatto e non ho lasciato lo facessero per paura, per paura dei sentimenti, delle parole, di ammetterlo… perché è come se nel momento in cui ti dico che ti amo e mi lascio amare, l’amore… debba avere per forza delle conseguenze

Intendi ancora il tuo spauracchio della monogamia?

Sì, anche, ma non solo. E’ come se per forza amarsi debba comportare certe dinamiche, debba cambiare i piani, le vite, le scelte, tutto, come se l’amore non potesse esplodere e fluire, fluire via, anche magari

Sì, ma alla fine quella è una pianificazione razionale e secondaria, se vogliamo accessoria all’amore. Non è l’amore in sé, l’amore in sè è un sentimento, quindi solo quello che senti, non quello che pensi, o che dovresti pensare, o che dovresti sentire

Appunto, per quello dico di crederti ora, e di sentirlo anch’io

– ride, dolcissimo –

Hai ancora paura delle parole però. A cos’è che credi?

Che mi ami

E cos’è che senti?

Che ti amo

–  Ci baciamo a lungo, tenerissimi –

– penso –

Mioddio, sono così fottutamente piena d’amore e mi sto lasciando andare e lo sto ammettendo totalmente solo oggi, mi stai trasformando in una fricchettona?

– ridiamo come due cretini –

torna serio

Vuoi dire che non ci ameremo, domani?

Voglio dire che non è necessario

Li vorresti dei bambini?

No, non sono… eahem… la persona più materna del mondo. Adesso devo pensare a trovare un lavoro

Sai che qui si trova molto facilmente?

Questa è quella che chiamo una conseguenza, e una veramente grossa, Daniel

Hai ragione

– Pensa –

Io comunque ti voglio rivedere

Dama?

Che c’è?

Non sparire.

Deal?

Deal

 

 

Di quando mi decisi a fare l’autostoppista solitaria

Era molto che volevo farlo. Per mesi avevo analizzato pro e contro, avevo razionalizzato paure (ma su, Dama, mi dicevo, è più facile ti stupri uno mentre torni a casa di sera, che uno che sta guidando in autostrada, eppoi la maggior parte di violenze su donne sono domestiche, statisticamente è più pericoloso sposarsi), avevo preso in esame ogni eventuale misura di sicurezza (accettare solo passaggi da donne? Dire che come misura di sicurezza fotografo la targa e mando la foto a un amico? Vestirmi come uno scaricatore di porto per fugare eventuali dubbi? Portare uno spray al peperoncino? Naaaaaah, occhi aperti, viaggiare di giorno, vestiti casual e basta), avevo pensato alla possibilità di incontrare forze dell’ordine al casello, quello sí, un guaio.

Alla fine sapevo di avere un quadro della situazione abbastanza chiaro e cosciente e che ormai non restava che cogliermi di sorpresa… ma non troppo. Mi sono auto-tesa una trappola, semplicemente smettendo di pensarci ad alta voce.

Al momento di fare lo zaino per Pesaro ci ho infilato un cartone e un pennarello, che funzionassero da promemoria, quasi un consiglio. Mi sono limitata a non prenotare un viaggio di ritorno e a sospendere ogni pianificazione e giudizio per bloccare sul nascere qualsiasi dubbio o paura – avrei sempre potuto cercare un treno sul momento, se non me la fossi sentita, non ero mica in Burundi.

Quando ho finito il colloquio sono uscita all’aria aperta salata di Pesaro. Era quasi mezzodì, non avevo più un posto per dormire e non sapevo dove andare. Allora sono andata alla fermata dell’autobus. Sono salita su una circolare chiedendo all’autista di avvisarmi alla fermata più vicina al casello autostradale.

Un sorrisetto divertito mi affiorava alle labbra “ok, quindi lo sto facendo davvero”, pensavo stupendomi da sola.

Avevo già viaggiato con l’autostop. Mai da sola, però. Il fatto è che a una donna si fa del terrorismo psicologico. Io sapevo che il rischio reale è molto ridotto rispetto al rischio percepito (un maniaco in​ un parco ha molta più libertà di movimento, per esempio. Un criminale per strada può essere lí in modo mirato e pianificato – e armato. Allo stesso tempo è vero che un rischio minimo rimane, ma ogni cosa rappresenta un rischio, anche stare a casa troppo tempo al computer o parlare al telefono senza auricolari).

Dicevo che ero cosciente del fatto che il rischio percepito fosse maggiore del reale,  ma allo stesso tempo avevo bisogno di provarlo a me stessa, di abbattere quest’altro limite mentale personalmente, di farlo almeno una volta per dimostrarmelo in modo pratico. E la questione era tanto più pressante quanto più il mondo mi grida che sono una donna, e che quindi, soprattutto da sola, non posso. E no, cazzo. Se voglio posso benissimo. Ed ero veramente incazzata, tanto più che su internet avevo trovato le testimonianze di un autostoppista uomo che si permetteva di stroncare sul nascere con i suoi pareri le donne: non è una cosa per noi, pare.

Avevo voglia di rompere questo velo di timore che la società ci cuce addosso, dissolvere con un gesto tutte le frasi limitanti vestite spesso da paternalismo protettivo: “lo dico per te, che è pericoloso”.

Senza contare che molti killer di autostoppisti hanno ucciso donne  e uomini indistintamente. Ma rimane in ogni caso un fattore ininfluente, perché il serial killer più vicino a voi potrebbe prendersela con gli uomini biondi, per esempio, o con le donne che vanno in palestra. I pedofili si appostano fuori dalle scuole, a volte, non per questo si smette di mandare i bimbi a scuola. Questo per dire che o decidiamo che fino a smentita nessuna condizione è sicura o decidiamo di vivere e che fino a smentita ogni condizione lo è. Poi magari si eviterà di fare autostop di notte in mutande, ecco. Cioè si userà un minimo di accortezza in ogni cosa.

Mi urtava essere limitata in questo tanto più che l’autostop è una cosa bellissima. È l’unico modo di viaggiare che ti rende libero addirittura da te, dai tuoi piani, dai tuoi programmi. Una volta che sei lì per strada, il tempo, lo spazio, l’economia, acquistano un altro significato. Non sai quando e dove arriverai, o con chi, hai solo una direzione. Non paghi nulla eppure dai sempre qualcosa in cambio: tempo, parole. Con l’autostop si rivaluta il valore del racconto, lo storytelling diventa moneta di scambio. Chi ti prende vuole raccontarti qualcosa di sé o vuole ascoltare la tua storia. Allora si torna tutti più umani. Ci si carica di positività, quando si vede che c’è gente buona, che ci può essere fiducia reciproca (per questo ho deciso che mai farò la foto ad una targa, si instaura il sospetto e viene meno uno dei principi fondamentali, a mio parere), che possono esistere sorrisi grandi fra sconosciuti.

Nessun altro metodo di viaggio ti rende così libero, perché scopri che per viaggiare non hai bisogno che di volontà. Non servono soldi. Non serve una macchina. Non servono orari, stazioni, luoghi prestabiliti. Potenzialmente ogni luogo può essere un luogo adatto, ogni momento il momento buono.

Quando sono arrivata al casello ho estratto il cartone e il pennarello. Il sole batteva mezzogiorno, ho rapidamente fatto qualche calcolo, non mi conveniva cercare di tornare a casa, ho deciso di fare una tratta più breve, per allungare un po’ il viaggio e andare a trovare amici, ma anche perchè mi sentivo cavia di me stessa e volevo iniziare a sperimentare un tragitto poco impegnativo. Allora ho controllato sulla mappa e ho scritto sul cartello CIVITANOVA, accovacciata al bordo della strada mentre le macchine mi sfrecciavano di fianco. Cento chilometri, non di più, perfetto come trampolino di lancio.

Ho alzato il cartello e tirato fuori il braccio, attenta a lasciare abbastanza spazio perché gli automobilisti avessero tutto il tempo di vedermi e di accostare prima dei caselli. Il sole scottava, ma ero ottimista: non sarei restata lì a lungo.

Sorrido e agito il cartello, qualche automobilista mi fa cenno dispiaciuto, va nella direzione opposta. Qualche signora sembra offesa dalla mia presenza e a me vien da ridere, quasi ballo, col cartello tra le mani. Guardo con speranza soprattutto ai camion, mi è già capitato di viaggiarci, so che i camionisti si annoiano a star soli tutto il giorno e sono una grande risorsa per gli autostoppisti. Invece dopo al massimo un quarto d’ora si ferma un’auto scura, a bordo un uomo al telefono. Lo guardo attentamente dal finestrino, ascolto la mia prima impressione istintiva sul suo viso, lo sguardo, la postura. L’istinto non è infallibile, ma ci comunica tanto, per via del linguaggio non verbale. Niente campanelli d’allarme.

“Aspetta un attimo, Amanda…” dice alla donna la cui voce è amplificata dalle casse della radio “Io vado proprio a Civitanova”, dice rivolto a me. “Perfetto! Allora mi dai un passaggio?” “Certo, sali!”, sorride. Quando salgo ha ricominciato a parlare con la donna, non so bene di cosa. Passiamo il casello e decolliamo veloci sull’asfalto. Io sono troppo concentrata a sentire la mia euforia e a scoprire con piacere che non sento titubanza o timore battermi nel petto, dopotutto anni di autostop in compagnia e carsharing solitari mi hanno allenata alla situazione.

Quando l’uomo chiude la conversazione si presenta. “Piacere, Andrea. Scusami ma era una telefonata importante”.

Andrea non è minimamente sorpreso dal fatto che una giovane donna stia facendo l’autostop al casello. Tutto sembra perfettamente normale. Parliamo di viaggi e parliamo di noi. Andrea mi dice che sua mamma pensa sia un Andrea all’incontrario, lui, che vivrebbe di notte e dormirebbe di giorno anche adesso che è un uomo. Mi dice che ci è arrivato in Olanda, in autostop, una volta. E mi parla a lungo di Cuba come di un vecchio amore. Io gli parlo un po’ di me e mi dice che sono un’avventuriera come lui.

Quando parliamo di Couchsurfing mi dice che è troppo pianificato, che il passo successivo è non organizzare neanche dove dormire, che mi sorprenderei di come le soluzioni si presentino da sé… O di come si sopravvive comunque quando le soluzioni non si presentano. Io sono molto divertita dai suoi racconti e il viaggio passa in un battibaleno. Quando arriviamo a Civitanova Andrea si ferma in un bar, dove posso chiedere informazioni su come proseguire per arrivare a casa dei miei amici. Insiste per offrirmi il caffè e si offre di darmi un altro strappo fino alla fermata dell’autobus. Ci salutiamo con un gran sorriso “Ti penseró quando andrò a Cuba, hermano!”, “Buon viaggio Damina!”.

Quando sparisce all’orizzonte controllo gli orari, devo fare ancora una trentina di chilometri. Valuto: ho un autobus che passa fra quasi un’ora, tanti pensieri positivi e un pollice.

Stendo il braccio di nuovo, se si ferma qualcuno prima, meglio, altrimenti sono comunque già alla fermata del bus. Qui aspetto di più. Perdo un paio di passaggi perché non ho controllato bene la mappa e credo, a torto, che mi fuorvierebbero. Quando passa l’autobus l’autista non si ferma e mi fa spallucce, anche se gli faccio cenno. Scopro che sono alla fermata di un un’altra società di trasporti. Furiosa distendo il braccio – fanculo il trasporto pubblico, che mi vedi sotto al sole dell’una e mezza in questo luogo deserto senza manco una pensilina e non ti fermi perché sono alla fermata della concorrenza.

A destinazione, poi, mi ci portò un vegliardo contadino. Gianluca anche non sembrava per niente sorpreso del fatto che fossi lì a chiedere passaggi col pollice in aria. Mi disse che lui con l’autostop ci andava a scuola tutti i giorni. Che ora c’è più diffidenza.

“Vedi, Damina”, mi disse bonario cantilenando con marcato accento marchigiano “non si sa perché ma l’uomo vede criminali ovunque, oggi, una volta c’era più solidarietà. Oggi ci si dimentica che il criminale esiste, ma è l’eccezione. Noialtri siamo quasi tutti gente normale. Come i nostri vicini, i nostri amici…”.

Mi racconta dei suoi tempi, mentre io gli racconto dei miei. Poi inizio a riconoscere la zona. “Puoi lasciarmi da queste parti, sono vicinissima a casa dei miei amici”. “Grazie di cuore” sorrido dal finestrino una volta scesa. “In gamba!”, ammicca lui, e va via.

Quando arrivo a destinazione sono le due e mezza circa, avevo finito il colloquio intorno alle undici e mezza. Con nessun mezzo pubblico avrei fatto così in fretta, ma soprattutto con nessuno mezzo pubblico sarei arrivata a destinazione così positiva e carica.

Piú tardi, quando la mia amica mi vede correre e giocare col suo fratellino, finanche sullo scivolo, mi guarda incredula: “Ma tu non eri quella a cui non piacciono i bambini?”. È esterrefatta, mentre mi segue con gli occhi correre mano nella mano col ragazzino per andare a vedere gli animali, e l’orto, e la vallata. “Due!” Le urlo arrampicandomi su una balla di fieno, con Michelino alle calcagna. “Due cosa?”, “Oggi ho abbattuto due pregiudizi!”, me la rido stringendo in un pugno un bouquet di fiori e carote che mi ha colto il bimbo.”Chi parla per assoluti, in un senso o nell’altro, è sempre un minchione!”.

Anche lui mi guarda con tanto d’occhi: “Ma… ma non è che ti è tornato lo spirito bambino?” mi fa serio, cercando di raggiungermi.

“E quando se n’è andato?”.

Pesaro

Per la prima volta mi ritrovo sola in un alberghetto di una cittadina di mare, che sento casa, come sento casa ogni luogo dove l’aria sa di sale ed è navigata da rondini e gabbiani. Li amo, i gabbiani, mi piacciono particolarmente le loro ali, come tra i fiori un giorno ho scelto i tulipani. O forse m’hanno scelta loro, strillandomi nel cielo un benvenuta al mondo, come m’hanno scelta le settembrine sbocciando un saluto nel mio giardino, quando per la prima volta ho aperto gli occhi al cielo.

È la prima volta che sono sola in una stanza d’albergo. Questi anni sono ricchi di prime volte, ancora, e ora so che sempre lo saranno e non può che essere così.

Esco con l’avvicinarsi del crepuscolo, percorro il lungomare di biciclette e piedi nudi sui marciapiedi. Le città di mare spesso si vestono a villaggio e uniscono tutte le generazioni su ferri vecchi e pedali. Bimbi, ragazzini, adulti, anziani, tutti su due ruote a ondeggiare placidi i manubri, a fare un concerto di raggi di bicicletta che dialoga col cicalare dei pini marittimi​. Le città di mare spesso fioriscono di librerie come nessun altro luogo.

I ragazzini sono tantissimi. Giocano a palla, pedalano arrampicati in due o in tre sulla stessa graziella, si riuniscono in gruppetti, fanno la corte alle ragazzine che si scoprono donne nelle mani che spostano i capelli dietro l’orecchio e le ciglia che s’abbassano civettuole. Certe spiagge sono interamente popolate di ragazzini, un’isola di ragazzini sperduti che giocano a essere grandi, coi genitori dimenticati chissà dove e i piedi neri.

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Mi ricordano serate di campeggio e teli da mare condivisi, mani che si sfiorano e sguardi timidi sopra cuori impazziti. Mi chiedo come mai tutti finiscano per dare il primo bacio al mare. Cos’ha il mare, che sussurra d’amore. Forse è che il filo dell’orizzonte parla di lontananza o che i fondali gorgogliano delle paure umane. Forse che il pelo dell’acqua è così cangiante e mutevole, che riflette parvenze invitando a cogliere il vero, e la quiete, prima che la rena si riempia dei detriti di mareggiata. Forse che le onde leggere e tepide suggeriscono di lasciarsi carezzare prima che arrivi novembre, con un’effige di foglie brunastre e l’odore umido e penetrante della linfa che macera, sale su per le narici ed evapora lontana. Forse è che canta di notte come una murena che siamo tutti naufraghi su questo pezzetto di terra emersa, che nuota nello spazio.

Rocca

 

Visito Rocca Costanza di mattone antico, voluta da Costanzo Sforza di cui prese fiera il nome, quando sorse al tramontare di un Quattrocento intenso, che il Vasari volle appellare di Rinascimento. La circumnavigo all’esterno, misurando a passi il verde del fossato, sottratto agli Sforza da Cesare Borgia il Valentino, figlio di Papa e figlio di puttana, che guidò inviso i cavalli francesi alla conquista dello stivale e fu Principe spregiudicato di Machiavelli. Percorro il fossato che Leonardo da Vinci volle riempito non d’acqua ma di mare d’Adriatico e lo guardo chiedendomi come l’avrà guardato, quel visionario di Leonardo da Vinci, e mi dico che di certo l’avrà visto più peloso, questo fossato, dal di sotto delle lunghe sopracciglia, dal di sopra della lunga barba.

Una volta in Piazza del Popolo mi dico: che bella semplicità di nome, per una piazza, dovrebbero chiamarsi tutte così. Mi siedo su un gradino. Comincio a chiedermi dove sia il palazzo Ducale. Ci penso, ci penso e non lo trovo. Guardo sulla mappa, ci penso, ci penso e non capisco dov’è e perché non l’ho visto. Ci penso, ci penso e non lo trovo perché ci sono seduta sopra. Scarto un panino, col culo sul palazzo Ducale e guardo i passanti. Vedo un incredibile quantità di carrozzini e bambini e genitori di bambini e bambini che bambini quasi non lo sono più e allora penso che quasi tutti quei bambini avranno bambini e mi dico cazzo, non è mica vero che non si fanno più bambini – è un complotto delle case farmaceutiche – e penso a tutte le altre città del mondo che brulicano di esseri umani, e mi sento un po’ strettina.

Guardo tutti questi bambini che avranno bambini e mi dico che gli insetti e le erbe e le stagioni morte e vive, e quelle mezze – che sono moribonde – mi dico insomma che gli insetti e le erbe e le stagioni e il creato tutto ce lo tirerebbe un bel calcio in culo per esserci appropriati del mondo e parlare di Crescita Zero come si trattasse d’un rischio il non diventare di più di sette miliardi.

Col culo sul Palazzo Ducale mangio un panino guardando i passanti e all’improvviso mi sovviene l’incredibile animalitá dell’uomo. Che non importa che inventi palazzi e bibite pubblicizzate e automobili e biciclette, non importa che inventi Rocca Costanza e la mafia e Leonardo da Vinci e la solidarietà e la tortura medievale, non importa che inventi l’idraulica, le parole, il giardinaggio, lo yoga, i pianoforti, gli aerei, i pazzi, le tribù, i naufraghi, le mongolfiere, le bolle di sapone, le bombe atomiche, il razzismo, il filantropismo, la filatelia, le mode, le collezioni, le piante finte, le razze canine, gli arazzi, gli aghi, le droghe, le allucinazioni, le società, i filari, le comari, il tabacco da pipa e il macramè. Non importa cosa l’uomo inventi di orripilante o meraviglioso o mediocre, rimane pur sempre una scimmia con l’alopecia. E qui, col culo sul palazzo Ducale, questa verità mi si manifesta particolarmente visibile, non so perché.

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Mi sovviene arrogante anche la mia di animalità, chiusa nei sandali alla romana e l’orlo di una gonna da zingara che svolazza leggera scoprendo le ginocchia e inseguendo le caviglie,  nei fianchi larghi che ondeggiano nei passi cadenzati sotto il vitino stretto che sembra fatto apposta per essere afferrato.

Sono a Pesaro per lavoro ma la serendipità vuole che a sera io non sappia ancora se ho trovato un impiego ma per lo meno ho trovato il Pesaro film Festival: Drôles d’oiseaux il film carino e surreale di Elise Girard, adorabile la figlia di Isabel Huppert nel ruolo della protagonista.

 

Mi chiedo che avrebbero detto gli Sforza o i Borgia se gli si fosse raccontato che qualche secolo dopo la gente si sarebbe riunita lì, davanti casa loro, ogni anno, a guardare in silenzio uno schermo luminoso magico dove appaiono giganti tra i tuoni delle loro voci.

Mi chiedo cosa diremmo, noi, se qualcuno ci raccontasse cosa fanno gli abitanti di Piazza del Popolo nel ventitré giugno duemilaottocentotrè.

Torno all’albergo per dormire la mia prima notte sola in una stanzetta d’albergo a stella marina sul materasso matrimoniale. Mi sento orgogliosa di quello che sono diventata. Mi sento forte nella mia indipendenza. Mi sento completa, oggi. Mi sento grata a me stessa della giornata che mi sono regalata, delle cose che ho osservato, delle cose pensate, di come come mi sia piaciuto stare con me. Mi sento orgogliosa per aver smesso di fumare, per aver iniziato a fare yoga, per viaggiare, per aver iniziato a preferire le cose fatte da sola che fatte con cattive compagnie, mi sento orgogliosa per uscire fuori dai miei limiti mentali, per mettermi alla prova, per migliorarmi, per tendermi da sola trappole per sviluppare risorse, per aver voglia di fare cose che, giuro, non potrei fare mai.

Nello zaino ci sono un cartone e un pennarello. Il giorno dopo sarei partita per il mio primo viaggio in autostop. Da sola.

Revanche

Mi siedo al tavolino di legno di fronte al locale, di fianco a un amico che parla italiano su questo brusio portoghese di mare in risacca e di gatti in amore.

I suoni del portoghese si strascicano come onde che si ritirano sulla battigia – shhhh – si infrangono come spuma d’oceano su roccia lavica – dh, ch– gorgogliano in roboi gutturali – rrrrh – salgono dalle narici in modo acquattato e felino – ão.

Sul mio timpano destro, invece, i suoni del Napoletano impongono una concretezza musicale umana e meno terrestre alle cose.

Di fronte a noi un altro tavolino a doghe e due occhi grigi e francesi che mi guardano senz’alcuna reticenza, diretti e sornioni su un sorriso un po’ storto e un bicchiere di vino bianco. È un rumore anch’esso, da bere con gli occhi a piccoli sorsi, i miei occhi che si soffermano brevi su quello sguardo francese e sfuggono a quella decisione e insistenza, sicura e sorniona, e sfuggono a quello sguardo porno – che non so come uno sguardo possa avere una nazionalità ed essere esplicito quanto un nudo, ma quello lo è.

Ogni altro rumore si fa attutito ora che quest’uomo bellissimo mi guarda con i suoi occhi porno e francesi. Il mio linguaggio del corpo sembra innescarsi da sè, un automatismo in risposta a una sottile conversazione sotterranea. Che ogni donna sa che anche la figura dei propri passi cambia, e impercettibili movimenti del collo e della schiena e delle mani, e il ritmo delle labbra e della lingua nel battere parole, quando s’insinua il gioco dell’amore.

Quando lui si alza è troppo bello per lasciarlo andare via.

Hai una sigaretta? Gli chiedo, intendendo invece solo di restare. E lui è francese, come immaginavo, e il suo inglese è il più bello che abbia mai sentito, tutto sbagliato, sotto lo sguardo un po’ snob e i dreadlocks eleganti, che non lo so come i dreadlocks possano essere eleganti, ma quelli lo sono. E penso che mioddio, è troppo bello. E mi attira come un magnete, e lui lo sa.

Si siede con noi e guardandomi maliziosamente ci chiede se siamo una coppia, pochi giri di parole e l’accento marcato. Se fossimo una coppia, penso, sarebbe scoppiata una rissa da un pezzo. Dall’inizio, che mai nessuno mi ha spogliata con gli occhi in modo così impertinente e sfacciato, con uno sguardo così elegantemente arrogante, come solo un francese può fare.

Un sorriso obliquo si affaccia dai suoi pensieri, nel sentire che è come immaginava. Restiamo a parlare fin quasi alle luci dell’alba, a parole seguiamo un discorso e con gli occhi disfacciamo tutte le parole del mondo.

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Quando torno a casa leggo sul telefonino:

“Avrei voluto fare l’amore con te”

“Me l’hai detto almeno un milione di volte, questa sera. Ma con lo sguardo”

“E tu mi hai risposto con tutto il corpo”

“Sí”

“E lo sai perché non stiamo facendo l’amore?”

“No. Perché?”

“Perché lo stiamo facendo”

“Vorrei farlo più da vicino”

“Che ragazza impaziente. Posso fare ancora un passo, ma ho bisogno dei miei tempi”

“Che vuoi dire?”

“Voglio dire che voglio che ti tocchi, pensando a questa sera. Adesso. Voglio che ti spogli completamente e ti distendi a pancia in giù. E che ti fermi, ogni volta che stai per venire. Fallo ora. Devi sentirmi fra le tue gambe. Ma è importante che tu non abbia un orgasmo, perché non voglio tu lo abbia e non l’avrò neanche io. Se vieni vuol dire che non sono io che ti sto scopando, ma che ti stai masturbando su di me. Capisci che intendo?”

“Perfettamente”

“Quando ti sarai stancata vorrei tu facessi qualcos’altro. Dormi col cuscino tra le cosce, vorrei avvertissi una pressione costante e imparassi a controllarla. Puoi strusciartici contro ma non venire e non penetrarti in alcun modo”

“Mi stai mettendo a dura prova col tuo gioco. C’è altro?”

“Certo. Domani voglio che tu venga a cena con me. Ti aspetto alle sei allo stesso locale di oggi, così beviamo qualcosa e scegliamo un ristorante”

D’accord. Ma adesso metto una regola anch’io. Se uno ha un orgasmo, volontario o involontario che sia, non si presenterà. E non ci vedremo mai più”

ça’ va. Miam, miam, je vais pouvoir te manger!

 

(Continuò in Érotiquement)

Qualche mappa

Mappa delle ultime domande di lavoro: 3 puntine stupende conficcate con precisione, una sul Portogallo – che sono sua da anni, da quando leggevo Tabucchi e ancora non mi decidevo a metterci piede, e Lisbona mi chiamava come una sirena o una vocazione, con promesse atlantiche e strilla di gabbiani, con luci accecanti di marmi ed acqua, con neri profondi di anziane vestite a lutto tra i fumi delle sardinhas arrostite nelle vie dell’Alfama – una puntina sul Regno Unito – un’amore razionale e mai di pancia, che vorrei esserci quando non ci sono e vorrei non esserci quando ci sono. Questo Regno Unito di verde foglia e grigio di tempesta, che solo poteva dare i natali a i migliori racconti di magia e castelli, d’atmosfere parallele e i(pe)rreali -, un’ultima puntina vola lontano, fino al Brasile, fino a São Paulo – che meraviglia sarebbe, che terrore! Che festa di cuore, che paura, che esaltazione! Che salto, che vertigine, che calore. São Paulo così immensa e dove pure abita il volto amico di un brasileiro, che il mondo è enorme come la punta di uno spillo nell’oceano nero che è l’universo.

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Mappa dei pensieri notturni – ma anche di quelli sornioni diurni: una puntina palpita su Madrid come un cuore malfermo – sempre lei, sempre lui, non chiuderemo mai, perché non inizieremo mai. Tutto chiaro, no? Come si può consumare una passione testarda e romantica se non si consuma? Madrí, come pronuncia lui, è la planigrafia disordinata del mio amore, è la figura scomposta della mia ossessione, ogni quartiere mi lancia appelli e grida, la razionalità del barrio das letras e l’impulsività di Lavapies, la caoticitá luminosa di vetrine di Sol e la calma antica di La Latina.

“Devi credermi, Dama, ci rivedremo”

“O questa è una delle tante cose che lentamente svaniscono nello spazio e nel tempo Jorge? Il futuro che non arriva mai ed è sempre a un passo di distanza? Mi offri una luce verde di Gatsby”

“No. Devi credermi, anzi, non capisco come tu possa non credermi, perché questa, tra noi, è una cosa unica, tu sei unica”

“Come tutti lo sono, Sherlock”

“No, parlo oggettivamente. Ognuno somiglia a qualcuno. Non tu. E ho vissuto abbastanza da saper quel che dico”

“Ok, vecchio, saggio uomo. Non mi resta che crederti, allora”.

La mia Madrí ha quella paradossalitá che adoro, perché ognuno mente senza che alcuno menta mai. Ognuno gioca il gioco più serio del mondo reinventando le regole di un ramino per cui l’ultimo a posare può strillare scacco matto. Madrì è un gioco di vita, per cui non si sa mai quale sarà la prossima mossa e il risultato lo farà la somma d’ogni decisione precedente, l’insieme d’ogni minima variabile che si compone in modo meccanico, ma sempre soggetta a fortuna, dal momento in cui si mischia il mazzo.
Mappa dei libri sul comodino. 2. L’invitata di Simone de Beauvoir. Il mio libro magico. Il libro che indaga anche se in chiave romanzata il rapporto a tre che ha legato Sartre, la de Beauvoir e Olga. Tanto mi interessava scoprire le possibilità di un amore libero che questo mi ha colpita in faccia come uno schiaffo: una girandola di gelosia, odio, rancore. Simone uccide Olga letterariamente – quasi due volte! Dopo che Francois uccide l’Altra, nel racconto, Simone appone la dedica del volume: A Olga Kosakievicz.

E allora tutte le mie teorie su questo amore libero? Sono sempre stata convinta che la gelosia sia istintiva e animale, quanto l’ego, quanto l’egoismo. Ma ho sempre pensato che una forma d’amore più libera e altruista fosse possibile quando supportata da una buona cultura. Ma se la de Beauvoir ne esce con questa immagine, cosa pensare? A quali modelli guardare? Quali esempi?

Un’altra copertina, sul comodino: Pocket Atlas of remote islands, fifty islands I have not visited and never Will. Perché si viaggia anche da casa e poi adoro le cartine geografiche, le isole, le leggende e le storie di navigazione quando il sole batte giugno e promette nuovi viaggi.


Mappa dei prossimi giorni: A breve sarò a Napoli ad abbracciare il mio amico Al, tornato dal Portogallo per le ferie. Dopo quasi un anno. L’ho lasciato che era diventato un fratello, per me. Il miglior compagno di bevute di sempre. Ma il tempo gioca brutti scherzi, mi sento emozionata solo al pensiero, chissà se sarà come trovarsi estranei o come non fossi tornata mai in Italia.

Ho chiesto ospitalità a una ragazza che appena conosco, per due notti, in modo da rimanere al centro di Napoli e avere un’intera giornata da trascorrerci. Non ci sono mai stata, era ora che rimediassi.

La stasi piccolo provinciale mi sta ingoiando di nuovo, sento quel piccolo peso nello stomaco, a dover sovvertire l’ordine sempre uguale delle giornate, a buttarmi in situazioni fuori dal confort, a partire. Ma non è più una sensazione che riesce a fermarmi, come faceva invece un po’ d’anni fa. Perché so che vale il tempo di buttare lo zaino in spalla, e mettersi in cammino. Una volta tornata da Napoli inizierà la pianificazione Francoforte – Lussemburgo – Parigi.

Adoro la pianificazione, è come un prolungamento del viaggio. Che poi, nel mio caso, è una pianificazione piuttosto farlocca. Si contattano Couchsurfer, si vede qualche notizia sulle mete, si fantastica molto, così da dimenticare l’ennesima caffettiera sul fuoco. E si è già salpati.

Bologna

Bologna è calda di portici rossi e turisti accaldati, è acquatica di vapori trasparenti e turchini, nascosti, che s’alzano dai canali mangiati dalle case, dalle cose, dalle strade, dai rumori dell’Università antica, sempreverde, sempregiovane, semprelà.

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Canale di Via Piella

Bologna è un’Atlantide all’incontrario, con l’acqua sommersa dalle case, dalle cose, dalle strade, dai portici, i portici, i portici, dio grazie questi portici che mi riparano dal sole, questi portici, maledetti, maledetti portici che mi nascondono il cielo, Bologna è una città senza cielo, ma che poi saluta all’improvviso in un rombo, un rombo piccolo di cielo, che quanto più è piccolo quanto più è prezioso e bello, contro il rosso, questo rombo di cielo azzurro contro il rosso dei portici, come una corona di rubini e turchesi sul capo della città, sul capo di Bologna, distratta, acuta, astratta, come me.

Questi portici che si passeggia sotto la pioggia senza l’ombrello, benedetti portici, I’m singing in the rain, vien voglia di cantare allegri, col culo asciutto. Questi portici, portici, portici, dannati, stramaledetti portici che son tutti uguali e si allineano come una vertigine straniante, cammino e non mi muovo, cammino e sempre portici, sempre, sempre portici “Eppur si muove!” viene voglia di gridarle in faccia in preda alla follia. La malattia da portici entrerà nel manuale diagnostico dei disturbi psichiatrici, un giorno, ne son sicura, e l’ho. scoperta. io! Bologna è una vertigine all’incontrario, che si ha la sensazione di muoversi e ci si sta muovendo, ma Bologna ti insegue, ed è un vortice, un vortice squadrato di portici, che si va dritti ed è come camminare in tondo.

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portici di Via Saragozza

Bologna è Via Saragozza e una scarpinata di più di quattro km. DI PORTICI. Per raggiungere il santuario di San Luca. In salita. Che mischia scale e portici, portici, portici e scale, due cose che odio, portici e scale, se almeno si vedesse il cielo da bere, se almeno non mi riparasse lo sguardo dal sole. Morirei. Arrosto. Su ‘sti cazzo di gradini. E non sarei più costretta a vedere I PORTICI, SEICENTOSESSANTASEI PORTICI, che ne fanno il PORTICO più lungo, più odioso, il portico più bello del mondo.

San Luca, portici

Inconsapevole, salivo al santuario che avevano appena portato giù la Madonna, ma salivano, oh se salivano, le Madonne! Ennesimo paradosso di questa cittá paradossale, salivano Madonne dalle voci accaldate, affannate, truci, nostre, che salivamo, che salivamo le Madonne, dopo che qualcuno aveva portato quell’altra giù, giù, giù, alla fine dei portici che non hanno fine, come gli urobori, che quale è la faccia e quale è il culo è difficile a dirsi, soprattutto se è un uroboro con la faccia da culo.

Bologna ha un ritmo di marcia o di corsa che solo a pensarci mi corrono i pensieri e le virgole spariscono all’orizzonte come maratoneti e c’è da leggere di corsa o non la si sente Bologna, Bològnachebàttecòmeuncuòreìmpazzìto, Bologna corre a un ritmo di marcia però a San Luca no, a San Luca…

Bologna.

Arranca.

Che ci sono. I gradini.

Che non finiscono. Mai.

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Piazza Maggiore vista da quello che sembra un portico

Ma sono io, io, io che corro e che arranco, che corro e mi affanno e allora non so più se sono io o se è lei, o se sono io che sono lei, che qui è tutto impazzito, tutto impazzito, tutto, tutto, tutto impazzito, pure i portici del centro che da Piazza Maggiore ti si chiudono attorno come una conchiglia, questa città chiusa, semi chiusa come un’ostrica che, cazzo, io sono una donna di mare, sono abituata alle distese infinite che s’aprono allo sguardo, alla promessa d’altrove fugaci dell’orizzonte, al presagio di morte del mare, al cielo immenso che ha fatto immaginare all’uomo l’eterno e Dio e l’infinito e una marea di altre bellissime cazzate, storie di Olimpi e saette, e ora sono in un’ostrica, sono in una città impazzita che mi chiedo chi è, chi è il folle che deve averla disegnata, chi è che un giorno ha detto facciamo una città tutta di portici, e portici per rispecchiarla! Non lo so, non lo so chi l’ha detto ma secondo me soffriva di agorafobia, o non si spiega perché, perché tutti questi cazzo di portici. E le torri, le torri sbilenche poggiate lì a caso in mezzo a tutti quei portici, devono averle costruite dopo aver costruito i portici, in un attimo di

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Interno Torre degli Asinelli

smarrimento, persi in un labirinto di portici, in cui hanno detto costruiamo due torri lì. Così lì, lì in cima, in alto, riusciremo a guardare qualcosa che.non.sia.sti cazzo di.portici. Ma poi gli sono uscite storte che c’avevano la labirintite a forza di essere inseguiti dai portici. E’ chiaro! E’ chiaro che è andata così!

Questi portici meravigliosi che ti ingoiano come un’amante vorace, Bologna è un’amante dal ventre piatto padano e i fianchi morbidi di colli, quei colli, quei colli bolognesi che ristoro! mio dio, che ristoro guardare i colli verdi dal santuario di San Luca, che s’allunga come un braccio fuori dalla città e allora vedi solo il cielo e il verde, che ti si imprime sulle pupille dilatate dalla fatica per aver fatto tutti quei cazzo di gradini, e t’accorgi che la città non c’è più, di fronte, ma ti ha accompagnato in campagna, Bologna, Bologna donna, Bologna mamma! T’ha restituito il cielo e la

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Parco della Chiusa. Ponte a forma di portici

vegetazione, ma che poi che dico, non te ne ha mai privato, Bologna piena di parchi, Bologna piena di venti. Che in uno slancio di euforia decidi di andare al Parco della Chiusa, che un’amica GIURA CHE E’ VICINO! e così rifai tutti quei gradini, tutti quei cazzo di portici, al contrario, corri, corri ora che è in discesa, corri, con l’aria spavalda vedendo i volti sconvolti di quelli che salgono su, corri giù per i portici e poi cammini, cammini per un, due, tre… kilometri! E poi il Parco della Chiusa è così vicino che cammini per altri un, due, tre… kilometri! E insomma, vai a morire, a stramazzare ai piedi di un bosco fresco arrendendoti a Bologna, Bologna terrestre, rossa di terra e di portici, Bologna che ti ci ha condotto, al fresco d’un bosco, tenendoti tra le mani.

Bologna mani di portici!

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