Il mantra del lunedì mattina

Mi scriverà, ripeto, mentre la città scorre fuori dal finestrino della metro svegliandosi settembrina e umida.

Storie di vino e tequila con amici, che poi si va a ballare. 

E il mattino dopo sono a letto, abbracciata a questo inglese nordico, alto due metri, che c’era da trovare una posizione orizzontale per guardarci negli occhi.

Non ricordo neanche bene cos’è successo. Saró andata a ballargli vicino, o forse è lui che mi ha rivolto una parola.

Gli accarezzo la barba e lui mi manda un sguardo furbetto. Tutto castano questo Geordie. Strano. Ma ha il taglio degli occhi bellissimo, quasi orientale, che sorride con malizia anche senza piegare le labbra.

Non riesce a dormire, siamo tornati alle 5 e filtra troppa luce dalla mia finestra grande, con le tende non troppo oscuranti. Ma resta lì e ogni tanto dal nulla pensa qualcosa e mi fa una domanda.

Come mai sei venuta qui, e perché proprio ora?

Ti piace di più Antonioni o Fellini?

Non ti manca casa?

Poi, assertivo:

Non smettere di accarezzarmi

Non posso continuare per sempre, viziato di un geordie…

Continua per sempre

Lui ha un nome di tre lettere, pronunciate con due soli fonemi. Mi piace quest’essenzialitá. Ha sempre vissuto a N. e fa il farmacista, quando mi sarei aspettata fosse un giocatore di basket. Ha una strana ironia seriosa e quando l’ho visto nel club ho capito subito che non è un tipo da club. Che ballava svogliato, sulle gambe chilometriche e con le braccia lasciare cadere, delle braccia con cui potrebbe abbracciarmi in altezza.

Non chiede scusa, quando mi tocca il gomito, il che mi fa tirare un sospiro di sollievo. È deciso, anzi. Burberamente tenero, dopo. Un finto ombroso. Niente caccia alla volpe o astrusitá austiane, insomma. Uno strano senso dell’umorismo da bravo inglese. Bello e buffo e tenero e finto burbero. Credo sia un po’ timido. 

All’una lo accompagno alla porta, tra gli ammiccamenti generali dei miei coinquilini. Gli scrivo il numero sul telefono, ma sono troppo stanca e non sono sicura di averlo digitato correttamente. Il dubbio mi assale dopo che lui mi bacia e mi abbraccia sull’uscio.

Mi scriverà, ripeto masticando curiosità su questo Geordie bello e buffo.

È la prima volta che mi trovo in una situazione del genere, che aspetto qualcuno mi contatti, che mi interessa che lo faccia. E non ho nessun controllo sulla situazione. Non so se lo farà, e se non lo farà non saprò mai se è perché non ha voluto o se è stato il capriccio di un indice ubriaco e insonne a barcollare sulla tastiera del suo telefono decretando che l’inizio dovesse essere la fine.

Mi scriverà, ripeto come un mantra.

Comunque si stava meglio con penna e calamaio.

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La pagella all’Inghilterra – primo mese: perplessitudini e tragicomicitá 

Chi mi segue da un po’ sa che non sono una grande fan dell’Inghilterra. Quando sono partita per lavorare nel Paese della regina Elisabetta, di Harry Potter come caposaldo letterario e delle smielatezze petulanti di Jane Austen, dei comignoli che sputano fumo nero su cieli grigi, di scale cromatiche fredde, che potrei essere daltonica e non essermene accorta. quando sono partita per l’Inghilterra, dicevo, non sapevo se avrei finalmente abbattuto l’idea di essere una South person. Pensavo che magari mi sarei ricreduta, che potesse essere un pregiudizio. 

Così, sentendomi molto britannicamente Sherlock Holmes, ma vestita da moderna Alice in Wonderland, sono atterrata nella terra del pudding (un gol per l’Inghilterra).

Eppure ad oggi, che è quasi un mese che sono quí, la mia idea non è cambiata, si è piuttosto rinforzata. E vi spiego il perché.

– Gli inglesi non sanno cos’è l’estate. E non è un modo di dire. L’estate non esiste, qui. E non sanno cosa sia il mare. Ho visto creare spiagge artificiali in riva al fiume di N. Con inglesi tapini, seduti su sdraio di tela, con dietro al culo una strada trafficata e i tubi di scarico, davanti un fiume melmoso, sul naso occhiali da sole, per riparare gli occhi da albini da un sole invisibile nascosto dietro cinque strati di nubi e qualcuno di fumo.

Il sole è il grande assente. Si narra del sole come da noi si narra che una volta è esistito Gesù Cristo, ma non c’è un cazzo di nessuno che l’ha visto. Non mi stupirei di trovare una foto del sole sui cartoni del latte sotto la scritta “missing”.

Anche quando hanno il mare, gli inglesi non sanno cos’è. Ho visto inglesi tapini ma intrepidi portare sdraio in spiaggia, con vortici di sabbia a sferzargli con violenza le lentiggini e le pelli mozzarelle, con bermuda sopra gambe di un bianco abbagliante, vestiti come alle Hawaii anche se la massima è di 20°.

Voto: L’Inghilterra non è intelligente ma si applica. 

– L’Inghilterra non sa cos’è il cibo. Da un paese che come orgoglio culinario ha il fish & chips non potevo aspettarmi molto. Direi che anzi qualche punto per il pudding e qualche “pie” lo possiamo dare. Eppure non credevo che esistesse una nazione in cui anche gli adulti pensano che sia legale fare un pranzo con patatine in busta, conservante in forma di sandwich e ciambelle e caramelle.

Voto: A. Di Aberrante.

– Per la mia prima gita fuori porta sono stata a York. Lì ho realizzato che gli inglesi non sanno neanche cos’è il patrimonio artistico o cosa sia il concetto di bello. L’impressione ricavata da questa cittadina è che fosse stata tirata su l’altro ieri per attrarre turisti pretendendo di essere un centro storico. Alcuni muri erano così pretenziosamente storici che li ho dovuti toccare per assicurarmi almeno non fossero cartonati. 

Insomma. Fasullo. Bubbola. Fake. Un plasticone. Una cinesata. L’Inghilterra scimmiotta borghi, medioevo, bellezza, antichità, tradizioni. Ma io sono italiana e con me non attacca. Questo non vuol dire che non ci sia un piccolo castello che è vero, per esempio. Ma dopo di questo vi ritrovate a camminare per strade forzosamente suggestive, piene di vetrine, piene di turisti, piene di vetrine per turisti, piena di suggestionabili vetrine che mostrano suggestioni a turisti suggestionati. Leziosa. E io penso al Portogallo dove giri l’angolo nell’Alfama Della capitale e ti ritrovi la vecchina vestita a lutto che è Vera e il clima di paese che è vero, e i mattoni, e i lastricati, i sampietrini, gli intonaci scrostati, i panni stesi come festoni sulle strade, i visi, le rughe, i suoni, i sapori, i colori, gli odori, la storia e la modernità e il presente e l’ora, l’ora, la saudade che scioglie il tutto nell’ ora, che non c’è prima e non c’è poi, tutto è ora ed è VERO.

A un certo punto sembra di essere entrati ad Hogsmeade, ma il problema è che sembra la parte meno fasulla del centro storico.

All’inizio pensavo potesse trattarsi solo di York. Ma oltre al fatto che anni fa girando il sud (Northampton, Cambridge, Londra, Oxford, Stratford) pure non avevo collezionato un’immagine entusiasta di questa nazione, il seguente articolo mi ha dato una conferma penosa del fatto che gli inglesi sono proprio tapini. 

Dopo aver paragonato l’Hadrian’s Wall alla Muraglia Cinese e dopo aver sostenuto che a Londra si può avere un assaggio di Venezia volevo morire. Mi aspettavo di leggere che si può ben rimpiazzare il vino e fromage francesi con chips e brown Ale.
Voto: astensione con speranza di ricredermi 

– Gli inglesi sono freddi. È vero. Ed è vero pure che molti hanno un umorismo di merda. Una mia collega continua a parlare di cose ordinarie ma come Dori di Alla ricerca di Nemo quando parla in balenese e tutti ridono. Una classica scena è la seguente: *Voce caricaturalmente maschile* “Adeeeesso lo staaaaaampo!”. *Risate di tutto l’ufficio* *sguardo impietosito da parte mia con tentativo di sorriso forzato alla Troy McClure*.

Non per questo non mi farei quel mio collega rosso e lentigginoso. Eppure non mi rende il flirt facile. Ammiccamento di qua forse un flirt di là, e poi prendiamo la metro insieme e se il suo ginocchio sfiora per sbaglio il mio mi chiede scusa e si scosta guardando l’orizzonte con fare highlander. Che io sapevo di essere diretta in Inghilterra, ma non credevo vigesse ancora l’etichetta dell’Inghilterra Vittoriana, in ogni caso credo di dover specificare che non mi sento violata, se qualcuno per sbaglio mi tocca un gomito. Ora non so se aspettarmi di vederlo partire per una caccia alla volpe a cui seguirebbe un invito al ballo della contea in cui dovremmo destreggiarci con la quadriglia, come prossime mosse del corteggiamento.

Voto: 6. Male ma non malissimo. Spero non trombi come corteggia o sono fottuta, ma in senso lato

– Gli inglesi sono indubbiamente originali. Oltre a guidare al contrario, a ridere al contrario quando non c’è da ridere, a chiedere scusa al contrario quando si dovrebbero ricevere, a essere gli unici dentro l’Europa tirandosene fuori, ad avere i pounds, a bere e vivere come ragazzini a ottant’anni perché si è vissuto da adulti a diciotto, oltre tutto questo, dicevo, loro non hanno feste come le nostre, che tipo sono per San Pancrazio, per la sagra di paese, il patrono della città o ‘azzi e mazzi. No. Loro hanno il bank holiday. Che non sanno manco loro bene cos’è, però hanno buttato due o tre feste lì, durante l’anno, rigorosamente di lunedì o venerdì in modo da allungare il weekend senza ponti. 

Voto: bastardi! Potevate mettere il bank holiday di giovedì e fare ponte di due giorni, no?!

– Da un Paese più ricco ti aspetti, chessó. Meno povertà. Meno problemi sociali. Più assistenza statale. Più organizzazione.

No. No. Nononono. L’unico risultato della moneta locale, della loro storia come potenza occidentale, della celeberrima organizzazione nordica… È che la forbice tra ricchi e poveri appare solo più evidente. In Italia, o in Portogallo, o in Spagna, mai mi è capitato di vedere tanti senzatetto, anche giovanissimi. Tanti alcolizzati. Qui le problematiche psichiatriche le vedi sfilare per le strade una ad una, un’esemplificazione vivente del Manuale diagnostico dei disturbi psichiatrici, e vivono nell’indifferenza e l’assuefazione generale. E lo stato c’è poco e male, il più dell’assistenza si regge sull’iniziativa privata. E se voi siete tra quegli italiani cui tanto piace l’autocommiserazione e siete convinti che la burocrazia che c’è da noi sia l’unico caso al mondo o che il Welfare sia migliore in altri paesi, vi consiglio di vedere il film I, Daniel Blake.

Voto: è strano venire dal sud d’Europa, dall’Italia e il Portogallo, in un paese ricco, e vedere tutta la povertà e il disagio che non avevo mai visto.

Comunque scherzi a parte, anche se mi sembra di essere in un’altro pianeta per il loro modo di comunicare, la loro educazione così affettata da rasentare la maleducazione, la loro non conoscenza della stella che da noi chiamiamo sole, le loro pelli trasparenti che sembrano tutti usciti da The others, IL fish and chips e il colsterolo e le morte stagioni (morte davvero, quí). La Dama è felice. Forse perché sa che non è per sempre, che è una parentesi temporanea, prima di rotolare verso sud.

PS. Scusate se più vado avanti più scrivo di merda ma ormai ho tempo di aggiornare il blog solo dal telefono, che il bianconiglio mi ricorda che in UK è sempre tardi

Grigioverde e mattoni rossi

Diario di bordo da N., England.

– Grigioverde e mattoni rossi. Questa è N. e probabilmente l’Inghilterra tutta, in questo agostonovembre, in cui son partita dall’Italia con quaranta gradi e sono atterrata in parka ed ombrello, e capelli elettrici, sopra le sopracciglia aggrottate.

– Alla fine c’è da veder il lato positivo. Che ogni volta che il sole sfavilla per dieci minuti tutti schizzan fuori di casa, nei parchi castani di corteccia e scoiattoli, e verde brillante di foglia e speranza, speranza che duri, almeno per un po’.

– E’ vero che gli inglesi parlano sempre del tempo. E te credo, con le quattro stagioni che vorticano veloci tutte nel giro d’una giornata, che conviene sempre esser vestiti leggeri sotto l’ombrello, il cappello, il cappotto.

– Gli inglesi sono very polite. Così educati che non è raro andare a sbattere a qualcuno e sentirsi chiedere scusa. Personalmente lo trovo falso e sgradevole. Faccio un errore e qualcuno mi dice “I’m sorry, my fault!”. Urto vecchiette per strada e queste subito: “Scusa!”, non capisco una ceppa di quello che mi dicono e sono loro che non sono stati chiari. E a me sale la terronità e vorrei dirgli “stà sereno, cumpà!”.

– Gli inglesi ti dicono sempre che il tuo inglese è ottimo. Non so se è perché loro non parlano generalmente altre lingue. Quello che so è che non è vero, perché quando ho chiesto un sandwich chicken and bacon mi sono vista consegnare un brownie (?!).

– Gli inglesi sono completamente pazzi, di notte. Di giorno non è raro imbattersi nell’umanità perduta ma di notte, di notte, tutti gli schemi, le regole, la precisione, l’educazione, la compitezza, se ne vanno ampiamente a puttane. E allora le donne vanno in giro nude, su tacchi alti come trampoli, sotto ceroni di trucco che da noi si vedono al massimo in tangenziale, mentre le sbirciamo incredule da sotto le pashmine e le giacche. Le risse, le persone in manette, le ragazze che sbattono alle vetrine, i ragazzi accasciati a terra, e quelli che barcollano, e quelli che vomitano, e quelli vestiti da batman, che io mi chiedo che cazzo devono avergli fatto, a ‘sti inglesi, per ridurli tanto male. Io pensavo nulla potesse battere la movida spagnola, ma il fatto è che il sud Europa è una grande festa, N. è una grande nevrosi d’alcolisti e pazzi urbani, che la persona equilibrata sembra essere l’eccezione.

Che sia la mancanza del sole, mi chiedo.

Eppure sono felice. In questa casetta di mattoni rossi e finestre ampie e bianche, con i coinquilini adorabili, con un lavoro a termine, ma importante, importante per gli altri, che non sto chiusa dentro ad un ufficio a impegnarmi per una ditta, ma per persone, per quell’umanità perduta che aiutiamo a ritrovarsi.


Sono felice perché a N. ci sono i gabbiani, come a Porto, come a casa.

Sono felice quando parlo col mio inglese terrone, o quando un sorriso britannico sincero si accompagna a un vezzeggiativo carino. “How is it going, pet?

Sono felice di avere un collega rosso, rossissimo, con gli occhi chiarissimi, e infantile e simpatico, e un po’ strafottente, ma che ogni tanto arriva veloce a vedere dove sono, o mi guarda, e si accerta protettivo: “Is everything ok?“.

Sono felice delle serate del weekend a ballare tantissimo con tantissima gente, a ridere fino alle lacrime per i personaggi incontrati.

Che alla fine, Everything is fine.

Zugvøgel festival – complice, preda, predatrice

I primi due giorni li passiamo a Francoforte, come fossero la prova generale di una relazione che abbiamo deciso di inscenare. Lui aveva chiesto alla Limonera cosa amo e cosa non mi piace mangiare, era preoccupato qualcosa potesse andare male, e la prima sera ha preparato una cena casalinga con i fiocchi che sarebbe dovuta essere una sorpresa.

Il terzo giorno stipiamo una piccola auto con tutto l’occorrente, zaini, tenda, chitarra. Studio Daniel nella selezione degli oggetti, è molto diverso da me che sono sempre minimal e essenziale, al massimo eccedo un po’ nelle precauzioni da tempo (una felpa in più, una maglia di lana, canottiere…). Lui ha una borsa piena di libri, ha preso un mazzo di carte, i dadi, almeno tre diversi tipi di lubrificante, due pacchi e mezzo di preservativi. Non riesco a non ridacchiare.

“Vabbè, non si sa mai”, ridono le labbra di ciliegia.

Arriviamo dopo due ore e mezza di macchina percorse in direzione del confine belga, e io sono molto poco contenta. Continuo ad avere in mente lo Psymagicmind portoghese, una folla di zombie che si agita fuori tempo sulla stessa musica che si ripete fino alla nausea, 24 ore di incubo in cui sembra di essere caduti in un loop spazio temporale.

Ma lo Zugvøgel si presenta subito come tutta un’altra storia.

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Il bosco è arredato di funghetti di plastica colorati e luminosi, amache imbottite, sacchi di iuta pieni di fieno dove lasciarsi cadere e riposare, reti su cui adagiarsi, soppalchi sugli alberi arredati con sgabelli e panchine in legno, lampade, e lanterne, e colori, e meduse di carta, e acquari fluo. E io mi sento Alice nel Paese delle Meraviglie e non ho bisogno di drogarmi, né di bere più di una birretta, addirittura non faccio neanche un tiro di sigaretta, anche grazie a Daniel che mi morde ogni volta che dico che un drummino ci starebbe proprio bene.

Ci sono stand con molta scelta per il cibo, dagli hamburger con carne di cinghiale al messicano, dalle zuppe condite di coriandolo e pepe rosso ai wursterl, dalle patatine fritte alle focacce impastate a mano: prezzi accessibilissimi e ottima qualità.

C’è un palco che dà su una vallata mozzafiato e ogni giorno musica dal vivo: ebraica, cubana, brasiliana, tedesca.

C’è Narnia, che è la postazione di un DJ nascosta in una radura cui si accede passando per un grande armadio, con il cotone delle magliette che solletica il naso e carezza le guance.

C’è un terzo palco che passa musica trance, ma è molto varia, mi stupisco del fatto che mi faccia ballare. La gente è presente e calda, ogni sguardo incrociato è un sorriso.

Ogni giorno ci sono workshops diversi, io mi fiondo subito a fare yoga. Poi ci allunghiamo su un prato, a guardare il cielo e le spighe alte che ondeggiano e lo decorano da questa prospettiva.

Mi accorgo allora, con quella luce, che gli occhi di Daniel non sono blu. Sono un azzurro glaciale di tigre siberiana, e per quanto sorrida l’effetto è quello di un predatore che pigramente guarda la sua preda. Sono quasi un bianco azzurrato, ora.

“Sei sicura che quello che vuoi è una coppia aperta?”

“Sono sicura che è quello che voglio sperimentare, ora. Non che sia quello che voglio”

“E come ci sei arrivata?”

“Ci sono arrivata quando ho capito che non riuscivo ad amare in modo puro. Che quando ero gelosa o possessiva non praticavo amore ma insicurezza ed egoismo, del tutto inconciliabili con l’amore. E che la mia stessa insoddisfazione nasceva da questa confusione, da questo voler amare rendendo l’altro non felice ma uno strumento al servizio della mia felicità, pretendendo mi completasse e mi compensasse in tutto, che mi desse tutto, che fosse perfettamente aderente al mio io. Che tirannia e violenza e viltà…”

Sorride.

“Ti piacerebbe anche fare qualcosa con me e qualcun’altro?” mi chiede.

“Sì”

“Sono situazioni delicate, se non c’è complicità, non si deve perdere il contatto con il partner. Comunque che situazione preferiresti?”

Ci penso un po’.

“Con un’altra donna. È un’esperienza che mi manca”

“C’è da sviluppare una buona connessione a due, prima”

“Non credo avrei alcun problema, sinceramente”

Lo Zugvøgel è stato sorridere a una ragazza con i dreadlocks e il viso largo e bello di nativa americana. Sorridere a lei, a lui, a lei che sorride a me, che si gira curiosa e sorride a lui.

“È incuriosita da noi”.

Lo Zugvøgel è stato il workshop di massaggi, in gruppi da quattro, che chi era di turno a ricevere riceveva un massaggio a sei mani.

È stato il workshop di yoga acrobatico, a cadere sull’erba ridendo con una ragazza francese snella quanto me, dopo aver tentato di sollevare Daniel, alto il doppio di noi.

È stato poter indicare liberamente ragazzi bellissimi a lui, che voleva capire qual è il tipo di uomo che mi attrae, o flirtare col barista da smorfiosa mentre Daniel mi guarda e scuote la testa.

Allo Zugvogel c’erano quattro docce. due con la tenda e due senza. Io e Daniel ci siamo scambiati un’occhiata e abbiamo capito che non avevamo voglia di fare la fila per un po’ di privacy. Ci siamo spogliati e fatti la doccia gelata nudi, ridendo e urlando per il freddo, davanti a tutti quelli che aspettavano in fila.

È stato il sesso in tenda, dove abbiamo scoperto come al suo ordine “Vieni, adesso” il mio corpo risponde. Dove per la prima volta sono venuta senza battere ciglio, gli occhi calamitati nei suoi di tigre siberiana, che non mi hanno concesso di nascondere niente del mio offuscamento, la mia perdizione, il mio piacere, che quindi per una volta non sono stati più solo miei, ma suoi, visibili, alla sua mercé.

Lo Zugvøgel è stato smascherare i suoi alibi e vederlo vulnerabile e spaesato, e stringere la sua testa al petto. “Ho come la sensazione di aver aspettato anni per potermi riposare in te”.

Ma lo Zugvøgel è stato anche la mia rabbia a un suo braccio attorno alla vita di un’altra per cui io non sentivo alcuna connessione, mentre lui mi ammiccava.

“Stavo per prendere e baciare quel ragazzo bruno, solo per vendetta. Ma non voglio essere così”

“Perché sul momento mi hai nascosto il fastidio? Prima di tutto veniamo io e te, ma dobbiamo essere limpidi. Se tu mi nascondi quello che non va per orgoglio come faccio a esserti complice?”

“Qual è il confine fra essere aperti e essere compulsivi o squallidi Daniel?”

“Io voglio solo avere cura di me e di te. Essere felice e farti felice, e sembrava ci tenessi tanto a coinvolgere un’altra donna”

“Che mi piacerebbe non vuol dire io ne abbia bisogno o sia necessario. Non voglio costrizioni, ci dev’essere della spontaneità, o meglio niente. Che non era aria, con lei, che non c’era un’attrazione tra me e lei, mi pareva evidente!”

“Mi sorridevi, come poteva essere evidente?”

“Cosa volevi facessi? Che dicessi davanti a lei – no, scusa, Daniel, ma lei non mi piace?”

“Senti, io voglio solo passare tempo con te, abbiamo bisogno di conoscerci meglio e creare una connessione che sia abbastanza forte da sapere come comportarci in queste occasioni, da capirci senza essere assertivi. Tu però non mi devi nascondere cose, o è come se ti escludessi da sola. Se hai paure, insicurezze, se non sei sicura di volere fare questa cosa, non dirmi il contrario solo per orgoglio. Se qualcosa non va basta un cenno e io mi prenderò cura di te. Però non dobbiamo mai, mai cadere in vendette e compensazioni, o non è amore, diventa una lotta. Ok?”

“Ok”.

“Io ti mostro le mie vulnerabilità. Ti dico quando mi rendi nervoso e il cuore mi scalpita, quando mi sento nudo a un tuo sguardo, quando sono geloso, quando hai ragione. Tu non sei per niente sopraffatta da me. Sei così sicura. Ma orgogliosa”

“Pretendo di essere sicura”

“Per la maggior parte del tempo lo sei”.

Lo Zugvøgel è stato lui che mi ha chiesto di vedere una foto di Jorge.

“È un bellissimo uomo. Insomma, hai due ragazzi. Mi sento minacciato da questa connessione che avete e che forse è più forte di quella che abbiamo noi. Sono geloso, anche se non pretenderò mai di possederti, se non mentre scopiamo”

“Non devi. Mi hai dato immediatamente cose che lui non riesce a darmi. Non per una sua mancanza, semplicemente perché è lui, non è te. E se la mia storia con Jorge sembra avere qualcosa di più profondo è probabilmente perché abbiamo avuto più tempo”

“Dama io ho impostato le mie aspettative con te su zero, perché è questo che mi hai fatto capire. Ma se trovassi un buon lavoro per te, in Germania? Io in futuro vorrei dei figli, con te. Potremmo averne e rimanere una coppia aperta”

“Andrò in Inghilterra, per un anno”

“Ma se ti trovassi un lavoro migliore? Potresti fare meno mesi, in Inghilterra, no?”

“Non credo lo farei mai”

Domani sarò in UK.

 

Parigi, confusioni, trasferimenti e croissants

Avrei tanto voluto raccontarvi di quella volta in cui ho pagato col mio corpo per dei croissants a Parigi.

O di quando ero sotto un nubifragio, sotto l’arco di trionfo e pensavo “Trionfo sto cazzo!”.

Vorrei parlarvi di come Parigi pare sia divisa in arrondissements, i confini ben delimitati, che ne varchi uno e sei in Africa, sono tutte pelli d’ebano, ne varchi un altro e son tutti arabi, vai avanti e son tutti turisti. E io pensavo a Madrid di mille colori che sembra una centrifuga e mi chiedevo se – passato (e presente subdolo) coloniale a parte – non sia anche per questo che non è così attanagliata dal terrore come la capitale francese.


Vorrei raccontarvi del nostro host di Couchsurfing che ci ha cucinato cose buonissime, e fatto da guida, e da confessionale, e da madre, e comprato formaggi francesi, e vini francesi, e colazioni francesi, e di quando noi per ringraziarlo gli abbiamo fatto esplodere gli zaini nel salotto, e poi gli abbiamo fatto una pasta al forno integrale sfracellata, col sugo sciapo e chicchi di sale grosso. E abbiamo passato la serata a dirgli “I’m sooo sorry” ridendo come gli scemi perché lui aveva previsto il disastro e comprato una sorta di porchetta.


Vorrei raccontarvi di quando mi sono messa sulle tracce di Simone de Beauvoir e e Sartre in Rue de Saint Gervaise, ma ho trovato solo vetrine di lusso ordinate in una strada bella e spaziosa. Di quando ho cercato Jules e Jim e il tuffo di Catherine nella Senna ma l’unico splash che ho sentito è stato quello di un piede in una pozza di una latrina chimica.

Vorrei parlavi di quando ero in fila al Louvre e sono scappata perché delle guardie trascinavano via di corsa dalla folla un uomo con un carrello nascosto sotto una cerata bianca.

Vorrei raccontare delle mille sigarette fumate, della mia amica che doveva essere quella tranquilla tra le due e poi era peggio di me e mi trascinata fuori tutte le sere. Di lei che aveva paura ad usare il car-sharing e a surfare sui divani, e poi è finita che era entusiasta e ha fatto amicizia con tutti, pure coi vicini, pure con la gente che le si sedeva un attimo accanto in metropolitana e io che mi piegavo in due dalle risa con le lacrime agli occhi.

Vorrei raccontare meglio, di come dopo venticinque anni abbiamo passato una settimana insieme e ci siamo spalleggiate in tutto, pure troppo, che a volte io tengo la sua corrispondenza telefonica in inglese con i suoi flirt, lei mi ha convinta a restare con Daniel e non preoccuparmi di lei.

Vorrei parlarvi del parco di Belleville, della Parigi est e del bel traliccio che chiamano Torre Eiffel (“Oh, belli proprio i tralicci, a Parigi”).


Delle proposte di menage a trois ricevute un milione di volte da un milione di persone dopo due minuti di conversazione (“You two… maison… avec moi!” “NO!” “Do you understand? Maison!” “NOOOONEEEEE! COME TE LO DEVO DA DI’!?”).

Vorrei parlarvi della notte vicino Notre-Dame. Dei suoni della lingua più bella del mondo.

Eppure non è questo il giorno. Perché domani sarò a un festival al confine tra la Germania e il Belgio con due occhi blu di Francoforte e fra una settimana o poco più mi sarò trasferita in Inghilterra.

Sono stati giorni intensi e ancora più lo saranno. Devo ancora riflettere sul come raccontare la mia esperienza senza legarla ai progetti cui devo prendere parte, perché tanto lo sapete che su questo blog degli impegni ci fotte sega, ma non sarebbe corretto collegare la mia vita personale trallalleru trallallá a contesti professionali che giustamente vorrebbero mantenere più serietà di quella che ha la mia vagina, ma anche solo di quella che hanno i miei pensieri girovaghi.

Vedremo. Troverò una soluzione per continuare la Dama Distratta, in versione British.

Troverò un modo per parlare dei tremila stravolgimenti, di Jorge e quando mi ha detto “Puoi pure innamorarti di qualcun altro, ma io sarò ancora lì, nella tua vita, alla fine di tutto”, di Daniel che ribatte “Terrò il cuore aperto per te finché avrai voglia di provare a vedere se questa cosa è speciale come sembra, e non mi interessa se vai in un altro Paese, perché i modi si trovano”. Vorrei raccontarvi di come io nel frattempo la davo via per dei croissant caldi al mattino dicendo alla mia amica: “E’ stato necessario che io lo facessi”.

Vorrei tantissimo approfondire, ma la vena poetica che di solito mi parte quando parlo di viaggi è rimasta imbottigliata coi pensieri di domani. Vorrei come sempre lamentarmi del fatto che sto andando a un festival e non so manco il perché, che ho un po’ paura a campeggiare tre giorni con un mezzo sconosciuto, che poi non ho campeggiato mai, che non mi piace la musica elettronica, che ho la sensazione che non drogandoci odierò questo festival come ho odiato Loveiseverywhere, quando mi ha trascinata al Trance party.

Di come sono attanagliata dalla solita sensazione di essermi auto tesa una trappola, dalla voglia di fuggire, dalla consapevolezza che non lo farò e che alla fine, bene o male, se sopravviverò mi risuonerà in mente la voce maccheronica della mia amica: “Dama… JE NE REGRETT NIENT!”

 

Francoforte – sciocchezze e nudità

Sono arrivata in un grande bosco, che chiamano Germania. Ho sorvolato chilometri di terra e d’un verde scuro, così pungente che sembra di sentirne l’odore anche con la fronte poggiata sul vetro di un autobus.

Ho pensato: è questo quello che tacciono, di questo paese. Che la Germania non è la Merkel, o Monaco o Berlino, la Germania non è Weimer e Goethe e Norimberga, non è il campo di concentramento di Buchenwald, non è birra e pretzel, la Germania, prima di tutto, prima dell’uomo e nonostante l’uomo, è un grande bosco di terra e foglie taglienti e scure sui tronchi scheletrici come obelischi, alti come cattedrali. Prima di tutto la Germania è per un terzo foresta nera, eredità della Selva Primigenia europea e musa ispiratrice dei fratelli Grimm, casa di streghe e bambini perduti.

Francoforte è una città nuova, dove la storia è stata sbriciolata dalla guerra e giace nascosta chissà dove, mentre le chiese si sono ricostruite di cemento, e i mattoni sono disegnati col gesso come a dire: “Forse è così, che sarà stata la casa di dio, prima che le bombe la facessero macerie”, forse, ma non sa. Forse ma non può. Non può ricordare.

Francoforte è grattacieli e uffici, è finanza, è impiegati, ventiquattrore, biciclette veloci sulla riva del fiume Meno. Francoforte è America, qualcuno la chiama “Little Manatthan” con un accento perfetto, è America come tutto è diventato America, dopo le due guerre, che se dio non è obiquo, perché non lo scorgo, il nuovo continente lo è e senza reticenza alcuna.

Francoforte è Daniel che mi ha sorriso sul fiume Meno, mentre io ero in preda alla Nausea da grattacieli, ai fantasmi di una notte quasi insonne, e quasi sonnecchiavo, di fianco alla mia amica, pensando ai fiori del giardino botanico dicendo sciocchezze e nonsense.

Lunga è la strada per Tipperary!, farneticavo, quando Daniel ha visto la Nausea che mi mangiava, e m’ha sorriso.

La Germania è due occhi blu, che più blu non si può, e capelli biondi, che più biondi non potrebbero biondeggiare, allora biancheggiano un po’ qua e là e presto, che esser così biondi è un impegno, e stanca.

Daniel s’è seduto e abbiamo iniziato a parlare. Eravamo tutti stanchi dei grattacieli, lui da una vita, noi da due giorni.

Ma allora, ha detto, dobbiamo andare al lago.

C’è un lago che è chiuso al pubblico, ma noi potremmo andarci a nuotare, a lavarci via le immagini della città dagli occhi, a ascoltare appena il rumore dell’acqua, sotto le nostre bracciate.

Francoforte è un bosco con un lago dove m’hanno portata due occhi blu che più blu non si può di un chitarrista tedesco a cui piacciono i fiori. Francoforte è la mia amica che mi voleva ammazzare perché qua e là c’erano persone completamente nude, a fumare marijuana o a parlare di sciocchezze e nonsense. A Francoforte ho guardato Daniel, completamente nudo, invitarmi a seguirlo nell’acqua col sorriso da bambino e le labbra di ciliegia, e gli occhi blu che più blu non si può, e gli ho urlato con un sorriso beffardo che francamente me lo poteva dire, che mi voleva vedere le tette. Però poi mi sono spogliata. Mi sono spogliata chiedendomi che cazzo ci stavo facendo, nuda in un lago a Francoforte, mentre la mia amica, unica anima vestita nel raggio di dieci chilometri, mi urlava che mi avrebbe ammazzata e io le rispondevo che ne aveva ben donde.

Francoforte è sedersi su un tronco abbattuto in un lago dopo una nuotata, con le tette al vento, il gracidare delle rane verdi e nere alle spalle, un uomo conosciuto da mezz’ora completamente nudo seduto a un fianco, un’amica completamente vestita dall’altro, a parlare d’amore. Francoforte è due occhi blu che si sono impegnati seriamente a guardarmi in faccia, mentre parlavamo di amore libero, coppie aperte, poliamorismo, monogamia, poligamia, mentre io gesticolavo italianamente disegnando arabeschi nell’aria davanti al mio seno nudo.

Daniel ci ha parlato delle donne che ha amato, delle coppie aperte che hanno funzionato e di quelle che non hanno retto. Mi ha raccontato di quando per la prima volta è riuscito a essere felice, uscendo con una donna di cui era innamorato e un altro uomo che pure lei amava. Mi ha raccontato di come pensa che le coppie aperte funzionino più facilmente se lo sono dall’inizio, e di come ora vorrebbe un figlio.

La mia amica ha parlato del suo ragazzo, di come sia finita, ma senza esserlo, di come sì, no, boh, forse è meglio esser liberi, in linea teorica, ma forse è utopia, nella pratica. E Daniel rideva e diceva “Ma lo vedi? Lo vedi che non esistono confini precisi? Non è sbagliato che la vostra storia sia finita senza esserlo, è sbagliato che voi la dobbiate chiudere in una regola e in una definizione” e lei s’indispettiva.

Io ho parlato della mia storia monogama di sei anni, di come mi sentissi repressa ma di come lo amassi, e poi del mio sesso libero senza amore, del mio scappare dalle tenerezze, dai letti, dagli uomini, del mio lasciarmi andare solo fisico, mai emotivo. E di come poi sia cambiato tutto gradualmente, fino a Jorge, con cui pure ancora spesso affiora la diffidenza, e a volte anche la gelosia, l’illusione del possesso.

Ho parlato delle mie confusioni, del mio non voler più ingabbiare l’amore, di volerlo fare esplodere, ma ho parlato anche del come ancora non conosco i miei limiti, di come sia difficile soprattutto trovare persone altrettanto aperte con cui esplorarli, e di come fra quelle poche persone mi sembri ancora più difficile trovare qualcuno che si possa e si sappia amare, che a fare sesso libero sono brava, a essere amore libero ancora non lo so.

Quando siamo saliti in macchina per tornare a Francoforte mi sembrava già tutto un sogno lontano, e dicevo: “Vi ricordate di quella volta in cui ero nuda in un lago in Germania a parlare d’amore a uno sconosciuto?“.

Francoforte è stato sedersi in un prato a poca distanza dall’Opernplatzfest, che ospitava chioschi di cucina da tutto il mondo, con la mia amica che spariva per lasciarci soli, e sentire mano a mano la musica svanire, mentre due occhi blu che più blu non si può fissavano i miei e una bocca di ciliegia mi sorrideva apertamente, il labbro inferiore ogni tanto morso in uno slancio infantile, giocoso e timido.

Tutti e due seduti a distanza, le mani puntate a terra dietro la schiena, gli occhi a contemplarsi un po’ persi, ma fissi come calamite. Poi seduti a gambe incrociate, ci siamo studiati le anime un po’ più da vicino, protesi l’uno verso l’altra, con la sensazione che il corpo mi si fosse aperto attorno come spicchi d’arancia, e io fossi limpida e trasparente e nuda, più nuda di quando m’ero tolta i vestiti, e che il pensiero si fosse zittito, e non esistesse più un prima, e un dopo, non esistessero più parole, concetti, volontà, punti interrogativi. Come se esistesse solo il naufragare in quegli occhi, e solo l’ora, un ora che si ripete, sempre nuovo, ed è sempre, sempre, sempre, ora.

Poi ci siamo baciati, con gli occhi aperti, languidi, senza il coraggio di smettere di guardarci, ridendo, sorridendo, mordendoci le labbra, naufragando, leggeri, allegri, abbandonati.

Ci siamo contemplati per un’ora negli occhi, facendo sporadici cammini brevi, fino alle labbra, toccandoci le mani, conoscendoci lentamente, avvicinandoci gradualmente.

Dopo un’ora e mezza gli ero in braccio, il reggiseno slacciato, una mano nelle mutande, grassissime risate di tanto in tanto perché non volevamo farlo nel bel mezzo di una festa davanti a tutti ma lo stavamo quasi facendo.

Siamo andati a casa sua guardandoci come due cretini, quasi non fosse una camminata ma fosse un tango, ma un tango di cretini, che si sorridono come cretini, si fissano come cretini, per un attimo s’amano come cretini, e non sanno il perché, o come sia possibile, ma sanno che fa ridere.

Ci siamo amati centimetro per centimetro quella notte, poi la mattina, prima che io perdessi il mio viaggio per Lussemburgo e partissi per Parigi.

Occhi negli occhi, teneri, fissamente, è stata una liberazione per una volta non abbassare lo sguardo, ma lasciare che qualcuno ci frugasse dentro, con gentilezza.

E’ stato quasi un Tango, Dama

Sono felice che non siamo andati a sbattere a un lampione

Non riesco a smettere di guardarti. E’ che i tuoi occhi sono così amichevoli, così aperti, mi sembra che tu mi conosca

E i tuoi sono così blu, mioddio. Ogni tanto ho paura che tu riesca a vederci troppo, come ne avessi fugato tutti gli angoli

Senti, ma ti sembra strano se ti dico che mi sono innamorato di te?

No. Cioè, voglio dire, è normale che tu mi stia amando, ora, ma questo non vuol dire che mi amerai domani. Sai, fino a un anno fa non ci credevo, ma ora penso ci si possa amare anche così immediatamente. Anzi, a volte ho la sensazione che a volte non l’ho fatto e non ho lasciato lo facessero per paura, per paura dei sentimenti, delle parole, di ammetterlo… perché è come se nel momento in cui ti dico che ti amo e mi lascio amare, l’amore… debba avere per forza delle conseguenze

Intendi ancora il tuo spauracchio della monogamia?

Sì, anche, ma non solo. E’ come se per forza amarsi debba comportare certe dinamiche, debba cambiare i piani, le vite, le scelte, tutto, come se l’amore non potesse esplodere e fluire, fluire via, anche magari

Sì, ma alla fine quella è una pianificazione razionale e secondaria, se vogliamo accessoria all’amore. Non è l’amore in sé, l’amore in sè è un sentimento, quindi solo quello che senti, non quello che pensi, o che dovresti pensare, o che dovresti sentire

Appunto, per quello dico di crederti ora, e di sentirlo anch’io

– ride, dolcissimo –

Hai ancora paura delle parole però. A cos’è che credi?

Che mi ami

E cos’è che senti?

Che ti amo

–  Ci baciamo a lungo, tenerissimi –

– penso –

Mioddio, sono così fottutamente piena d’amore e mi sto lasciando andare e lo sto ammettendo totalmente solo oggi, mi stai trasformando in una fricchettona?

– ridiamo come due cretini –

torna serio

Vuoi dire che non ci ameremo, domani?

Voglio dire che non è necessario

Li vorresti dei bambini?

No, non sono… eahem… la persona più materna del mondo. Adesso devo pensare a trovare un lavoro

Sai che qui si trova molto facilmente?

Questa è quella che chiamo una conseguenza, e una veramente grossa, Daniel

Hai ragione

– Pensa –

Io comunque ti voglio rivedere

Dama?

Che c’è?

Non sparire.

Deal?

Deal

 

 

Di quando mi decisi a fare l’autostoppista solitaria

Era molto che volevo farlo. Per mesi avevo analizzato pro e contro, avevo razionalizzato paure (ma su, Dama, mi dicevo, è più facile ti stupri uno mentre torni a casa di sera, che uno che sta guidando in autostrada, eppoi la maggior parte di violenze su donne sono domestiche, statisticamente è più pericoloso sposarsi), avevo preso in esame ogni eventuale misura di sicurezza (accettare solo passaggi da donne? Dire che come misura di sicurezza fotografo la targa e mando la foto a un amico? Vestirmi come uno scaricatore di porto per fugare eventuali dubbi? Portare uno spray al peperoncino? Naaaaaah, occhi aperti, viaggiare di giorno, vestiti casual e basta), avevo pensato alla possibilità di incontrare forze dell’ordine al casello, quello sí, un guaio.

Alla fine sapevo di avere un quadro della situazione abbastanza chiaro e cosciente e che ormai non restava che cogliermi di sorpresa… ma non troppo. Mi sono auto-tesa una trappola, semplicemente smettendo di pensarci ad alta voce.

Al momento di fare lo zaino per Pesaro ci ho infilato un cartone e un pennarello, che funzionassero da promemoria, quasi un consiglio. Mi sono limitata a non prenotare un viaggio di ritorno e a sospendere ogni pianificazione e giudizio per bloccare sul nascere qualsiasi dubbio o paura – avrei sempre potuto cercare un treno sul momento, se non me la fossi sentita, non ero mica in Burundi.

Quando ho finito il colloquio sono uscita all’aria aperta salata di Pesaro. Era quasi mezzodì, non avevo più un posto per dormire e non sapevo dove andare. Allora sono andata alla fermata dell’autobus. Sono salita su una circolare chiedendo all’autista di avvisarmi alla fermata più vicina al casello autostradale.

Un sorrisetto divertito mi affiorava alle labbra “ok, quindi lo sto facendo davvero”, pensavo stupendomi da sola.

Avevo già viaggiato con l’autostop. Mai da sola, però. Il fatto è che a una donna si fa del terrorismo psicologico. Io sapevo che il rischio reale è molto ridotto rispetto al rischio percepito (un maniaco in​ un parco ha molta più libertà di movimento, per esempio. Un criminale per strada può essere lí in modo mirato e pianificato – e armato. Allo stesso tempo è vero che un rischio minimo rimane, ma ogni cosa rappresenta un rischio, anche stare a casa troppo tempo al computer o parlare al telefono senza auricolari).

Dicevo che ero cosciente del fatto che il rischio percepito fosse maggiore del reale,  ma allo stesso tempo avevo bisogno di provarlo a me stessa, di abbattere quest’altro limite mentale personalmente, di farlo almeno una volta per dimostrarmelo in modo pratico. E la questione era tanto più pressante quanto più il mondo mi grida che sono una donna, e che quindi, soprattutto da sola, non posso. E no, cazzo. Se voglio posso benissimo. Ed ero veramente incazzata, tanto più che su internet avevo trovato le testimonianze di un autostoppista uomo che si permetteva di stroncare sul nascere con i suoi pareri le donne: non è una cosa per noi, pare.

Avevo voglia di rompere questo velo di timore che la società ci cuce addosso, dissolvere con un gesto tutte le frasi limitanti vestite spesso da paternalismo protettivo: “lo dico per te, che è pericoloso”.

Senza contare che molti killer di autostoppisti hanno ucciso donne  e uomini indistintamente. Ma rimane in ogni caso un fattore ininfluente, perché il serial killer più vicino a voi potrebbe prendersela con gli uomini biondi, per esempio, o con le donne che vanno in palestra. I pedofili si appostano fuori dalle scuole, a volte, non per questo si smette di mandare i bimbi a scuola. Questo per dire che o decidiamo che fino a smentita nessuna condizione è sicura o decidiamo di vivere e che fino a smentita ogni condizione lo è. Poi magari si eviterà di fare autostop di notte in mutande, ecco. Cioè si userà un minimo di accortezza in ogni cosa.

Mi urtava essere limitata in questo tanto più che l’autostop è una cosa bellissima. È l’unico modo di viaggiare che ti rende libero addirittura da te, dai tuoi piani, dai tuoi programmi. Una volta che sei lì per strada, il tempo, lo spazio, l’economia, acquistano un altro significato. Non sai quando e dove arriverai, o con chi, hai solo una direzione. Non paghi nulla eppure dai sempre qualcosa in cambio: tempo, parole. Con l’autostop si rivaluta il valore del racconto, lo storytelling diventa moneta di scambio. Chi ti prende vuole raccontarti qualcosa di sé o vuole ascoltare la tua storia. Allora si torna tutti più umani. Ci si carica di positività, quando si vede che c’è gente buona, che ci può essere fiducia reciproca (per questo ho deciso che mai farò la foto ad una targa, si instaura il sospetto e viene meno uno dei principi fondamentali, a mio parere), che possono esistere sorrisi grandi fra sconosciuti.

Nessun altro metodo di viaggio ti rende così libero, perché scopri che per viaggiare non hai bisogno che di volontà. Non servono soldi. Non serve una macchina. Non servono orari, stazioni, luoghi prestabiliti. Potenzialmente ogni luogo può essere un luogo adatto, ogni momento il momento buono.

Quando sono arrivata al casello ho estratto il cartone e il pennarello. Il sole batteva mezzogiorno, ho rapidamente fatto qualche calcolo, non mi conveniva cercare di tornare a casa, ho deciso di fare una tratta più breve, per allungare un po’ il viaggio e andare a trovare amici, ma anche perchè mi sentivo cavia di me stessa e volevo iniziare a sperimentare un tragitto poco impegnativo. Allora ho controllato sulla mappa e ho scritto sul cartello CIVITANOVA, accovacciata al bordo della strada mentre le macchine mi sfrecciavano di fianco. Cento chilometri, non di più, perfetto come trampolino di lancio.

Ho alzato il cartello e tirato fuori il braccio, attenta a lasciare abbastanza spazio perché gli automobilisti avessero tutto il tempo di vedermi e di accostare prima dei caselli. Il sole scottava, ma ero ottimista: non sarei restata lì a lungo.

Sorrido e agito il cartello, qualche automobilista mi fa cenno dispiaciuto, va nella direzione opposta. Qualche signora sembra offesa dalla mia presenza e a me vien da ridere, quasi ballo, col cartello tra le mani. Guardo con speranza soprattutto ai camion, mi è già capitato di viaggiarci, so che i camionisti si annoiano a star soli tutto il giorno e sono una grande risorsa per gli autostoppisti. Invece dopo al massimo un quarto d’ora si ferma un’auto scura, a bordo un uomo al telefono. Lo guardo attentamente dal finestrino, ascolto la mia prima impressione istintiva sul suo viso, lo sguardo, la postura. L’istinto non è infallibile, ma ci comunica tanto, per via del linguaggio non verbale. Niente campanelli d’allarme.

“Aspetta un attimo, Amanda…” dice alla donna la cui voce è amplificata dalle casse della radio “Io vado proprio a Civitanova”, dice rivolto a me. “Perfetto! Allora mi dai un passaggio?” “Certo, sali!”, sorride. Quando salgo ha ricominciato a parlare con la donna, non so bene di cosa. Passiamo il casello e decolliamo veloci sull’asfalto. Io sono troppo concentrata a sentire la mia euforia e a scoprire con piacere che non sento titubanza o timore battermi nel petto, dopotutto anni di autostop in compagnia e carsharing solitari mi hanno allenata alla situazione.

Quando l’uomo chiude la conversazione si presenta. “Piacere, Andrea. Scusami ma era una telefonata importante”.

Andrea non è minimamente sorpreso dal fatto che una giovane donna stia facendo l’autostop al casello. Tutto sembra perfettamente normale. Parliamo di viaggi e parliamo di noi. Andrea mi dice che sua mamma pensa sia un Andrea all’incontrario, lui, che vivrebbe di notte e dormirebbe di giorno anche adesso che è un uomo. Mi dice che ci è arrivato in Olanda, in autostop, una volta. E mi parla a lungo di Cuba come di un vecchio amore. Io gli parlo un po’ di me e mi dice che sono un’avventuriera come lui.

Quando parliamo di Couchsurfing mi dice che è troppo pianificato, che il passo successivo è non organizzare neanche dove dormire, che mi sorprenderei di come le soluzioni si presentino da sé… O di come si sopravvive comunque quando le soluzioni non si presentano. Io sono molto divertita dai suoi racconti e il viaggio passa in un battibaleno. Quando arriviamo a Civitanova Andrea si ferma in un bar, dove posso chiedere informazioni su come proseguire per arrivare a casa dei miei amici. Insiste per offrirmi il caffè e si offre di darmi un altro strappo fino alla fermata dell’autobus. Ci salutiamo con un gran sorriso “Ti penseró quando andrò a Cuba, hermano!”, “Buon viaggio Damina!”.

Quando sparisce all’orizzonte controllo gli orari, devo fare ancora una trentina di chilometri. Valuto: ho un autobus che passa fra quasi un’ora, tanti pensieri positivi e un pollice.

Stendo il braccio di nuovo, se si ferma qualcuno prima, meglio, altrimenti sono comunque già alla fermata del bus. Qui aspetto di più. Perdo un paio di passaggi perché non ho controllato bene la mappa e credo, a torto, che mi fuorvierebbero. Quando passa l’autobus l’autista non si ferma e mi fa spallucce, anche se gli faccio cenno. Scopro che sono alla fermata di un un’altra società di trasporti. Furiosa distendo il braccio – fanculo il trasporto pubblico, che mi vedi sotto al sole dell’una e mezza in questo luogo deserto senza manco una pensilina e non ti fermi perché sono alla fermata della concorrenza.

A destinazione, poi, mi ci portò un vegliardo contadino. Gianluca anche non sembrava per niente sorpreso del fatto che fossi lì a chiedere passaggi col pollice in aria. Mi disse che lui con l’autostop ci andava a scuola tutti i giorni. Che ora c’è più diffidenza.

“Vedi, Damina”, mi disse bonario cantilenando con marcato accento marchigiano “non si sa perché ma l’uomo vede criminali ovunque, oggi, una volta c’era più solidarietà. Oggi ci si dimentica che il criminale esiste, ma è l’eccezione. Noialtri siamo quasi tutti gente normale. Come i nostri vicini, i nostri amici…”.

Mi racconta dei suoi tempi, mentre io gli racconto dei miei. Poi inizio a riconoscere la zona. “Puoi lasciarmi da queste parti, sono vicinissima a casa dei miei amici”. “Grazie di cuore” sorrido dal finestrino una volta scesa. “In gamba!”, ammicca lui, e va via.

Quando arrivo a destinazione sono le due e mezza circa, avevo finito il colloquio intorno alle undici e mezza. Con nessun mezzo pubblico avrei fatto così in fretta, ma soprattutto con nessuno mezzo pubblico sarei arrivata a destinazione così positiva e carica.

Piú tardi, quando la mia amica mi vede correre e giocare col suo fratellino, finanche sullo scivolo, mi guarda incredula: “Ma tu non eri quella a cui non piacciono i bambini?”. È esterrefatta, mentre mi segue con gli occhi correre mano nella mano col ragazzino per andare a vedere gli animali, e l’orto, e la vallata. “Due!” Le urlo arrampicandomi su una balla di fieno, con Michelino alle calcagna. “Due cosa?”, “Oggi ho abbattuto due pregiudizi!”, me la rido stringendo in un pugno un bouquet di fiori e carote che mi ha colto il bimbo.”Chi parla per assoluti, in un senso o nell’altro, è sempre un minchione!”.

Anche lui mi guarda con tanto d’occhi: “Ma… ma non è che ti è tornato lo spirito bambino?” mi fa serio, cercando di raggiungermi.

“E quando se n’è andato?”.