Bologna

Bologna è calda di portici rossi e turisti accaldati, è acquatica di vapori trasparenti e turchini, nascosti, che s’alzano dai canali mangiati dalle case, dalle cose, dalle strade, dai rumori dell’Università antica, sempreverde, sempregiovane, semprelà.

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Canale di Via Piella

Bologna è un’Atlantide all’incontrario, con l’acqua sommersa dalle case, dalle cose, dalle strade, dai portici, i portici, i portici, dio grazie questi portici che mi riparano dal sole, questi portici, maledetti, maledetti portici che mi nascondono il cielo, Bologna è una città senza cielo, ma che poi saluta all’improvviso in un rombo, un rombo piccolo di cielo, che quanto più è piccolo quanto più è prezioso e bello, contro il rosso, questo rombo di cielo azzurro contro il rosso dei portici, come una corona di rubini e turchesi sul capo della città, sul capo di Bologna, distratta, acuta, astratta, come me.

Questi portici che si passeggia sotto la pioggia senza l’ombrello, benedetti portici, I’m singing in the rain, vien voglia di cantare allegri, col culo asciutto. Questi portici, portici, portici, dannati, stramaledetti portici che son tutti uguali e si allineano come una vertigine straniante, cammino e non mi muovo, cammino e sempre portici, sempre, sempre portici “Eppur si muove!” viene voglia di gridarle in faccia in preda alla follia. La malattia da portici entrerà nel manuale diagnostico dei disturbi psichiatrici, un giorno, ne son sicura, e l’ho. scoperta. io! Bologna è una vertigine all’incontrario, che si ha la sensazione di muoversi e ci si sta muovendo, ma Bologna ti insegue, ed è un vortice, un vortice squadrato di portici, che si va dritti ed è come camminare in tondo.

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portici di Via Saragozza

Bologna è Via Saragozza e una scarpinata di più di quattro km. DI PORTICI. Per raggiungere il santuario di San Luca. In salita. Che mischia scale e portici, portici, portici e scale, due cose che odio, portici e scale, se almeno si vedesse il cielo da bere, se almeno non mi riparasse lo sguardo dal sole. Morirei. Arrosto. Su ‘sti cazzo di gradini. E non sarei più costretta a vedere I PORTICI, SEICENTOSESSANTASEI PORTICI, che ne fanno il PORTICO più lungo, più odioso, il portico più bello del mondo.

San Luca, portici

Inconsapevole, salivo al santuario che avevano appena portato giù la Madonna, ma salivano, oh se salivano, le Madonne! Ennesimo paradosso di questa cittá paradossale, salivano Madonne dalle voci accaldate, affannate, truci, nostre, che salivamo, che salivamo le Madonne, dopo che qualcuno aveva portato quell’altra giù, giù, giù, alla fine dei portici che non hanno fine, come gli urobori, che quale è la faccia e quale è il culo è difficile a dirsi, soprattutto se è un uroboro con la faccia da culo.

Bologna ha un ritmo di marcia o di corsa che solo a pensarci mi corrono i pensieri e le virgole spariscono all’orizzonte come maratoneti e c’è da leggere di corsa o non la si sente Bologna, Bològnachebàttecòmeuncuòreìmpazzìto, Bologna corre a un ritmo di marcia però a San Luca no, a San Luca…

Bologna.

Arranca.

Che ci sono. I gradini.

Che non finiscono. Mai.

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Piazza Maggiore vista da quello che sembra un portico

Ma sono io, io, io che corro e che arranco, che corro e mi affanno e allora non so più se sono io o se è lei, o se sono io che sono lei, che qui è tutto impazzito, tutto impazzito, tutto, tutto, tutto impazzito, pure i portici del centro che da Piazza Maggiore ti si chiudono attorno come una conchiglia, questa città chiusa, semi chiusa come un’ostrica che, cazzo, io sono una donna di mare, sono abituata alle distese infinite che s’aprono allo sguardo, alla promessa d’altrove fugaci dell’orizzonte, al presagio di morte del mare, al cielo immenso che ha fatto immaginare all’uomo l’eterno e Dio e l’infinito e una marea di altre bellissime cazzate, storie di Olimpi e saette, e ora sono in un’ostrica, sono in una città impazzita che mi chiedo chi è, chi è il folle che deve averla disegnata, chi è che un giorno ha detto facciamo una città tutta di portici, e portici per rispecchiarla! Non lo so, non lo so chi l’ha detto ma secondo me soffriva di agorafobia, o non si spiega perché, perché tutti questi cazzo di portici. E le torri, le torri sbilenche poggiate lì a caso in mezzo a tutti quei portici, devono averle costruite dopo aver costruito i portici, in un attimo di

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Interno Torre degli Asinelli

smarrimento, persi in un labirinto di portici, in cui hanno detto costruiamo due torri lì. Così lì, lì in cima, in alto, riusciremo a guardare qualcosa che.non.sia.sti cazzo di.portici. Ma poi gli sono uscite storte che c’avevano la labirintite a forza di essere inseguiti dai portici. E’ chiaro! E’ chiaro che è andata così!

Questi portici meravigliosi che ti ingoiano come un’amante vorace, Bologna è un’amante dal ventre piatto padano e i fianchi morbidi di colli, quei colli, quei colli bolognesi che ristoro! mio dio, che ristoro guardare i colli verdi dal santuario di San Luca, che s’allunga come un braccio fuori dalla città e allora vedi solo il cielo e il verde, che ti si imprime sulle pupille dilatate dalla fatica per aver fatto tutti quei cazzo di gradini, e t’accorgi che la città non c’è più, di fronte, ma ti ha accompagnato in campagna, Bologna, Bologna donna, Bologna mamma! T’ha restituito il cielo e la

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Parco della Chiusa. Ponte a forma di portici

vegetazione, ma che poi che dico, non te ne ha mai privato, Bologna piena di parchi, Bologna piena di venti. Che in uno slancio di euforia decidi di andare al Parco della Chiusa, che un’amica GIURA CHE E’ VICINO! e così rifai tutti quei gradini, tutti quei cazzo di portici, al contrario, corri, corri ora che è in discesa, corri, con l’aria spavalda vedendo i volti sconvolti di quelli che salgono su, corri giù per i portici e poi cammini, cammini per un, due, tre… kilometri! E poi il Parco della Chiusa è così vicino che cammini per altri un, due, tre… kilometri! E insomma, vai a morire, a stramazzare ai piedi di un bosco fresco arrendendoti a Bologna, Bologna terrestre, rossa di terra e di portici, Bologna che ti ci ha condotto, al fresco d’un bosco, tenendoti tra le mani.

Bologna mani di portici!

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Su Arcibaldo, L’Ammiraglio e qualche altro Distratto

Io non sono nata in una famiglia normale. Per nessuna eventualità, dunque, sarei potuta essere normale, neanche mi avessero abbandonata in fasce davanti un portone nel tentativo di salvarmi da tutta questa follia. Tutta la vita ho lottato perché non fosse visibile, almeno non al primo sguardo, non dall’esterno. Poi un giorno ho capito che questa follia me la porto nei geni, nel sangue, che sono fatta della stessa sostanza di cui è fatta la follia e ho sussurrato “Sti cazzi“.

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Di un mio bisnonno si narra che staccò un orecchio a morsi ad un fascista ma io, qui, mi limiterò a riferire alcune cose di cui sono testimone e che quindi non possono essere leggenda.

Mio nonno paterno, Arcibaldo, era carabiniere, pittore e musicista. Suonava il banjo, la fisarmonica e altri strani strumenti pelosi a corde di sua invenzione, che costruiva incidendo il legno dei manici di scopa con un coltellaccio e procurandosi pelli cui sono rimaste tutt’ora, quasi un secolo dopo, delle setole di chissà che bestia. Li chiamava gli strumenti domestici.

Aveva un’ossessione maniacale per i capelli, sempre pettinati con la brillantina e con una discriminatura così precisa che si sarebbero detti disegnati. Mi immagino la sorpresa nell’aver messo al mondo quattro teste ricce che gli hanno dato un nipote più scarmigliato dell’altro.

Arcibaldo usava entrare nei bar e chiedere cose che non esistono. “Un torno di cioccolata, grazie”, “Signorina! Un caffè squascherato, per me, per favore”.

Mio nonno Arcibaldo usava, ogni mattina prima di andare a lavoro, lucidarsi le scarpe con le orecchie del cocker spaniel del vicino di casa. Fumava la pipa e prendeva per il culo i suoi quattro figli, sporcando di carbone un cannocchiale e invitandoli a guardarci attraverso. Elegante e impeccabile guardava con interesse ai jeans strappati dei quattro giovani figli dei fiori che aveva per figli, chiedendo quanto fossero costati. “Tu pensa che ce li compravi nuovi!” diceva ogni volta.

Per par condicio ora parlerò di mia nonna materna, così da fornire la prova irrefutabile del fatto che la follia, attanagliando ambo i rami del mio albero genealogico, non mi lasciava scampo alcuno. Ella, rimasta vedova da giovane, con sette figli, era una vecchina così esile e leggera che ancora penso non sia morta, ma abbia piuttosto preso il volo o che sia rimpicciolita così tanto, anno dopo anno, che un giorno non l’hanno trovata più.

La nonna, conosciuta come L’Ammiraglio, preparava mastodontici e squisiti banchetti per i sette figli, i sette compagni dei figli, i ventidue nipoti con compagni variabili e i sei pronipoti – per un totale di quarantadue quando si era in pochi. Durante l’anno sferruzzava borse, maglie, corredi, bambole per tutti. Tesseva vestiti di carnevale e imprecazioni in egual misura. A volte si nascondeva in camera a fumare sigarette, anche se tutti sapevamo fumasse.

Quand’era quasi cieca ancora sferruzzava calze da notte, coperte e presine da distribuire alle feste. Si aggirava  per casa  reggendosi a una specie di girello – al tempo la chiamavamo la nonna in cariola – e reggendo un mezzo bicchiere di vino nell’altra mano. Atea impenitente per tutta la vita, la sorprendemmo un giorno, a novant’anni passati, all’ascolto di radio Maria. “Meh, hai visto mai che mi sbaglio, almeno due preghiere posso dire di averle ascoltate “, sbuffò.

Chiamava tutti i nipoti “EHI, TU”, ma ricordava benissimo tutti i nomi dei ragazzi – solo quelli belli – delle nipoti femmine.

L’Ammiraglio era una criticona, non c’era mai modo di accontentarla. A una festa della mamma i figli le portarono un mazzo di fiori, al che sbuffò “E che ci devo fare? Risparmiateveli questi soldi!”. L’anno dopo li guardó altera ed imbronciata: “Sette figli, manco un fiore!“.

Mi viene in mente il primo e ultimo insegnamento di vita che L’Ammiraglio mi dispensò.

“EHI TU!”

“Dimmi, nò”

“Come va col tuo ragazzo?”

“Bene, è adorabile, mi stravizi…”

“SICURA?”

“Sì, sì”

“NON TE LO FARE SCAPPARE”

“Nò, non ha nessuna voglia di scappare”

“SICURA?? E DOV’E’? NON LO DEVI PERDERE D’OCCHIO! E LE ALTRE FEMMINE? COME LA METTIAMO CON LE ALTRE FEMMINE?”

“Sì, sì, nonna, di lui ci si può fidare, MAI farebbe qualc…”

“Non è lui il problema! Il problema sono le femmine, ricorda: LE FEMMINE SO’ PUTTANE!”

Mi sono sempre chiesta se questa è la famosa saggezza degli anziani di cui tutti parlano.

A tirare le fila di tutta quest’immensa banda di matti non basterebbe un libro, ogni zio e ogni cugino ha trovato un personale modo di declinare la sua pazzia con originalità. Però non si possono assolutamente tacere almeno la zia Tilde e lo zio Vauro.

Lo zio Vauro, zio paterno, ha deciso precocemente di essere comunista, per esattezza, all’età di otto anni. Così comunista da vivere tutta la vita in una coppia aperta, da non voler prendere la patente e muovendosi sempre e solo con bicicletta e mezzi pubblici. Si è rifiutato categoricamente di possedere un telefono e alle mie lamentele, quando si trasferì in un’altra città, rispose mandandomi lunghe lettere vergate a mano. Lo zio Vauro, pur avendo deciso di non finire l’Università, disgustato dal baronato dei professori e dei rettori, rappresenta l’intellettuale di casa. Parla correntemente latino e greco antico, anche se non so con chi, e regala solo poesie composte da lui o libri accuratamente scelti dalla sua libreria. Non è raro trovarci qualche dedica d’amore di una delle sue tante conquiste, correzioni alla sintassi del traduttore di Céline, o obiezioni a Hegel. Tante volte ribatte con note a margine, incazzandosi con Platone.

Lo zio Vauro non crede nei compleanni, nelle ricorrenze, nelle formalità. E’ venuto al funerale della madre con degli sgargianti bermuda fiorati e un sorriso tale che dubito creda finanche alla morte. O alla vita, il che fa lo stesso.

La zia Tilde, invece, zia materna, era una pingue e vorace signora, grande come l’oceano e dai cappellini dai colori sgargianti, che andavano da accese tonalità di giallo al fucsia, da rossi rumorosi a pois bianchi e blu.

Sposata a Gino il calabrese e senza figli si distingueva per numerose abilità. La prima consisteva nel fare regali di merda con almeno sei mesi d’anticipo sui compleanni “Perché non si sa mai“. Una volta mi regalò, in maggio, una custodia per occhiali “Per Natale“. Un’altra delle palle di plastica bianca enormi che sosteneva fossero orecchini, ma senza gancio.

La zia Tilde, poi, era caratterizzata da una lentezza tartarugale dei movimenti incredibile, diventava agile e veloce come un fulmine solo quando si trattava di mangiare o arraffare l’ultima cotoletta.  Aveva un sorriso enorme e bellissimo, che si apriva nelle frasi più ingenue mai sentite pronunciare ad essere umano. Questa grassa e vorace zia, ogni volta che un’ambulanza suonava a sirene spiegate correndo verso l’imbocco dell’autostrada, s’illuminava: “Qualcuno sta per partorire!“, diceva sognante, avvolta nei suoi vestiti stravaganti.

Altre volte aveva dei momenti cupi: “Spero muoia prima io, che Gino”, “Eh, zì, ma poi ci starebbe male lui…” “E a me che m’importa?”. Non capivo se fosse amore o fosse stronza. Lei per prima mi ha messa di fronte alla contraddittorietà dei sentimenti e della natura dell’amore. Comunque fu così testarda da morire davvero con anticipo, un anticipo di poco, perché Gino si suicidò “Non ce la faccio senza Tilde”, scrisse. “Chi l’avrebbe mai detto, che Tilde era una femme fatale” avrebbe commentato gravemente mio fratello, in chiesa.

Ultimi in rassegna ma non per merito, i miei genitori.

Lei, lettrice accanita, altera e pignola come L’Ammiraglio, genio matematico, dalla creatività poliedrica ma pigra e indolente.

Sferruzzava maglie più belle che nelle boutique, ma c’era sempre una magagna. Mentre aspettavo finisse un top estivo colorato e bellissimo su mio disegno arrivò reggendo una maglia cortissima, e mi disse: “Mi sò stufata, tanto va di moda l’ombelico di fuori”. Un’altra volta, una canottierina di un delicatissimo rosa antico, impreziosita di fiorellini a traforo fatti all’uncinetto. Mancava appena una spallina che si stancò: “Va di moda una spallina sola”, sbottò sbrigativamente, e io che non avevo ancora seno andai girando con la canottiera sbracalona per tutta l’estate e un capezzolo al vento.

Sposata a un’artista ne rubò l’arte, ma se mio padre dipinge sulle tele lei dipinge sulle pareti della cucina, sui piatti, sulle piastrelle, sulle tende. Insomma, dove cazzo le pare. E poi il decoupage, ma sui mobili di casa. Così che tutte le stanze sono diventate colorate, ma, a volte, solo per metà.

Madre fuma ogni giorno due o tre pacchetti di sigarette, da quarant’anni. Ancora qualche anno fa fumava sigarette anche mentre giocava a tennis o faceva scalate in montagna. Alcune mattine l’ho trovata a molleggiare in cucina ballando Bob Marley, con il caffè in una mano e la sigaretta nell’altra.

Testarda, rompipalle, irremovibile, ogni sua affermazione è legge. E’ così pigra che a volte va a fare la spesa con dei pigiami di pile degli stessi colori dei cappellini della zia Tilde e non ci sono cazzi, alle mie proteste risponde “Che me ne frega, secondo me sembra una tuta” e sculetta via ricoperta di pile fucsia.

Ha l’abitudine, quando piove, di rubare ombrelli più belli del suo, facendo quello che lei chiama un “baratto inconsapevole“. Una volta è tornata a casa con un’intera pianta di rose rosse, con la terra che si staccava ancora a pezzi dalle radici, sostenendo che come l’aveva toccata era “venuta via“.

Madre ha i “periodi”. Il periodo dei cibi bio, in cui compra solo cose stranissime. I periodi sport, in cui non si sa per quale miracolo divino riesce bene ancora a sessant’anni passati da accanita fumatrice. I periodi arte. I periodi enigmistica. I periodi romanzi. I periodi in cui andava in autostop da sola da Milano a Venezia. I periodi in cui tanto le manca zia Tilde che ci si trasforma e assume gli stessi atteggiamenti ingenui e lenti che la contraddistinguevano. Purtroppo, poi, ha i periodi depressione che spesso sono lunghissimi.

Padre invece, è il degno figlio di Arcibaldo. Fotografo, scultore, pittore, ebanista, cuoco gourmet, salutista, non fumatore, iperattivo, ha allevato due figli, lavorato, cucinato, costruito i mobili, pulito casa, fatto da padre e da madre a noialtri, compresa mia madre, ogni giorno.

Gioviale e ironico, se Madre è nata portata alla depressione lui sembra invece nato con la vocazione alla felicità. L’ho sorpreso a sessant’anni passati a cavalcare un tartarugone grande come una barca, intagliato da lui nel legno. Rideva come un bambino, col volto paonazzo per la gioia: “Che figata, Dama, facci un giro anche tu! IIIIIIIIIH – AH!”.

Padre non prende le cose sul serio. E’ arrivato a fare battute anche su uno dei tentati suicidi di Madre: “Voleva fare colazione ma ha aperto l’anta delle medicine al posto di quella del frigorifero”, disse cercando di strapparmi un sorriso, una volta.

Affabulatore nato, con qualche venatura marxista, mi crebbe cantandomi Bandiera Rossa al posto della ninna-nanna e raccontandomi, ogni sera prima di andare a dormire, un episodio di una saga inventata da lui, la cui protagonista era La Damovska, ragazzina col colbacco, alle prese con disparate avventure nella fredda Russia.

Spesso mi lasciava costruire baracche in giardino con taglierino, cartoni e legno, perché io volevo la mia indipendenza già a sei anni – e dopo questa rassegna familiare capirete il perché. Poi mi dava i colori e mi faceva colorare a caso il tutto, e mi chiamava Pollock, che io non capivo perché facesse tanto ridere Madre.

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Un Pollock o una mia baracca, non ricordo bene

Io e Padre usiamo ridere sguaiatamente e cantare male senza motivo ogni giorno, a iniziare dalla mattina. A volte, invece, ci creiamo un motivo, come quando io lo mando a comprarmi in farmacia cose che non esistono, come le famose carrube del deserto. Non so da dove venga tutta quest’ilarità, probabilmente da Arcibaldo che in eredità ci ha lasciato solo grasse risate. Questa cosa a volta sfugge completamente di mano, come quando Padre, in uscita da sei ore di sala operatoria, era lì steso con un dito medio a fendere l’aria: “Fanculo i medici! Sono ancora vivo!” esclamò sotto il mio sguardo incredulo, mentre gli infermieri lo trascinavano in camera. Dovettero combattere per dissuaderlo dall’alzarsi e farsi un giro nei corridoi, ancora col culo al vento.

Padre e Madre, in cammino verso i settant’anni, sono completamente sciroccati, ma ancora si chiamano “Amò” tutti i giorni, che io penso ci sia voluto proprio coraggio.

Scrivendo questo articolo mi sono resa conto che potrei andare avanti davvero a lungo, che tutta la follia che siamo risulta un po’ castigata in questo spazio, questa è solo una piccola parte, perché perfino i nostri animali domestici, diventano matti. Abbiamo avuto un cane rosso, di nome Emiliano Pugaciòf, che rubava i sacchi con la spesa al supermercato e ce li portava davanti la porta. O portava t-shirt e pantaloni rubate dal bucato dei vicini. Una volta, questo canide fulvo e cleptomane, si presentò in giardino con un martello, che m’aspettavo quasi pure la falce.

Un altro dei nostri canidi ebbe la fobia del vento… ma insomma, questa è un’altra storia.

La Limonera

La Dama Distratta incontra La Limonera circa 25 anni or sono. Certo, all’epoca erano differenti da come le potreste vedere ora: erano alte circa novanta centimetri, i cervelli sottosviluppati imparavano l’arte di infilare la mano in barattoli di tempere colorate da stampare sulle pareti e ancora combattevano per affermare la coordinazione mano-occhio, che vuol dire, in soldoni, che la loro occupazione principale era andare a sbattere contro cose o personcine come fossero chiuse in un pollaio di galline decapitate e impazzite che corrono malamente.

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Presumo corresse l’anno 1992. La Dama, allora, passava le giornate a escogitare evasioni dall’asilo lavorando ad un tunnel che portava nientepopodimeno alle scuole elementari: la pala ce l’aveva, la strategia ancora no. La Limonera, invece, viveva quell’inferno come una vacanza Costa Crociere.

Se La Dama ogni mattina fingeva un colpo apoplettico pur di rimanere a casa La Limonera non faceva un giorno d’assenza. La Dama faceva uno sciopero della fame tale da costringere i genitori ad andarla a riprendere ogni giorno per offrirle un pranzo gourmet al posto di quei papponi  della mensa e La Limonera, dal canto suo, mangiava tutto, anche le posate, tanto che le maestre dicevano alla Dama: “Guarda, guarda La Limonera com’è brava!” ricevendo in risposta solo sguardi in cagnesco.

La Dama vedeva quella stanza buia con le brandine come un incubo; mai, dico mai, chiuse occhio di pomeriggio fino ai suoi sedici anni, quando un post sbronza di quelli che non perdonano le insegnò la brutalità dell’avere il fegato in gola e una banda di bonghisti che suonano – di merda – le tempie e i ventricoli. La sala delle brandine era una prigione, un affronto alla libertà, una costrizione spersonalizzante e inaudita. Stare fermi senza dormire per ore accanto a tantissime brandine affiancate come in un ospedale da campo era una cosa che La Damina non riusciva ad accettare, mentre La Limonera invece se la ronfava con gusto.

Quest’improbabile coppia di amichette passò gli anni dell’asilo senza essere propriamente amiche, ma tacitamente stimandosi e consentendo alla compagnia dell’altra, le rare volte in cui la Dama non riusciva a rimanere a casa, a farsi venire a riprendere prima, a scappare nel giardino della scuola elementare confinante – che fuck the police, io sono nata in una famiglia di hippie e il vostro asilo militare non mi avrà mai.

Passarono gli anni e La Dama e La Limonera si ritrovarono alle scuole elementari insieme, dove, sempre fra un’assenza giustificata e una ingiustificata della Dama, solidarizzarono sempre più. Iscritte anche nella stessa palestra di pallavolo La Limonera cercava di insegnare alla pippiblogDama assenteista a prendere la palla con le mani anziché con la faccia. Entrambe condividevano una passione per i giochi da maschiaccio e gli animali, l’odio per le gonne e per il rosa, l’amore per i giochi in cui si corre, ci si sporca, ci si sbuccia le ginocchia, il tutto, rigorosamente, in cappellino da baseball e scarpe da tennis comode.

Poi fu la volta delle scuole medie, l’età ingrata, passata come vicine di banco e membri dello stesso club di bulle per la sopravvivenza. Fra un tentativo di mettere il lassativo nei cioccolatini da spacciare alla banda nemica della classe e una prima cotta adolescenziale, fra un gavettone e un halloween passato fra Shining e caramelle, fra lo spuntare di un brufolo e lo spuntare delle tette, tra le prime mestruazioni e il corpo che si stira come fosse di gomma, La Dama ricorda ancora questa come l’età più difficile mai affrontata. Meno difficile grazie alla presenza della Limonera, oltre che del padre hippie che la svegliava la mattina chiedendole “ma a scuola oggi ci vuoi proprio andare?” o che sdrammatizzava le insufficienze a matematica dicendo “Un’altra insufficienza e ti compro il motorino!“.

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Con gli anni delle superiori, scelte tutte scuole diverse, pian piano, le altre componenti della gang sparirono. Prima si perse di vista La Secca. Poi Il Castoro. Poi Quell’Altra. Infine La Grossa. Tutte, insomma.

La Dama e La Limonera imperterrite, continuarono a sentirsi, vuoi per la logorrea della Limonera che ogni giorno tentava di fare chiamate chilometriche alla Dama – spesso assenteista anche al telefono – vuoi perché era un’età in cui le ragazzine tenevano diari in cui trascrivevano gli SMS e loro, invece, si passavano un quaderno con le citazioni letterarie tratte dai libri che si prestavano.

Le superiori. Begli anni. I ragazzi, i baci, i libri, i motorini. Le estati passate a cercare spiagge nascoste, le serate pizza e film, il campeggio, le prime ubriacature, le prime canne, i primi gruppi di amici che io esco con i tuoi, tu esci con i miei, tutti usciamo con tutti. Alla fine delle superiori eravamo ancora lì, insieme: il sesso, le prime storie serie, le ennesime uscite in motorino, le ennesime serate pizza e film, le ennesime ubriacature, le ennesime canne. La Dama con i voti alti, ma quasi bocciata per le assenze. La Dama che dava ripetizioni di latino e filosofia alla Limonera (“Ma che cazzo è sta “monade”, Dama?” “La monade è un’entità chiusa in se stessa, Leibniz dice “senza finestr…”, “No, no, aspé, che cazzo vuol dire?” “Vuol dire che è un qualcos…” “Ma in pratica, in pratica che cazzo è sta monade?” “Oh, Limonera, hai rotto il cazzo, immaginala come una palla arancione” “Una palla arancione?” “Sì, il tuo colore preferito, così lo ricordi. Immaginala come una sfera, è chiusa, non comunica con l’estern…” “Ok, la monade è una palla arancione!”).images (2)

Una differenza abissale tra La Dama e La Limonera erano i genitori. Se La Dama aveva passato la prima notte fuori casa impunemente fino all’alba a tredici anni la Limonera a diciassette aveva la regola del tramonto: il suo motorino doveva essere parcheggiato sotto casa prima che scomparisse la luce del sole.

Se La Dama a sedici anni, di domenica, si svegliava all’una di pomeriggio per essere rientrata alle quattro del mattino, La Limonera, se non era col motorino, aveva la libertà di Cenerentola e la stessa regola infame. Se La Dama a diciassette anni beveva il caffè fumando sigarette con Madre, La Limonera si prendeva uno schiaffo per la puzza di fumo passivo rimasto nei capelli. Se La Dama, minorenne, andava in vacanza a Barcellona con una sua amica o al Primo Maggio a Roma, La Limonera doveva rimanere in una zona tracciata col compasso sulla mappa, che non superasse i cinque km dalla sua abitazione.

Insomma, i genitori della Dama erano più sul genere “Fai quello che ti pare ma cerca di non morire” o “Mi raccomando, non tornare troppo presto, ma niente droghe e usa precauzioni”, i genitori della Limonera erano più tipo “Azkaban“. Eppure La Dama e La Limonera si prestavano troppi libri e troppa voglia di libertà, sognando di andare a vivere insieme all’estero e facendo strampalati programmi di vita.

Gli anni dell’Università sono passati in città diverse tra impegni diversi, qualche divergenza. la Dama studiando a ritmo di fabbrica per non perdere la borsa di studio, cambiando quattro città tra Erasmus e esami, La Limonera facendo la pendolare e lavorando per studiare senza pesare più sui suoi genitori, ingoiando ancora un po’ quella voglia di viaggiare, di andare via. La Dama in fase festaiola quando La Limonera era in fase seria, La Limonera in fase festaiola quando La Dama era in fase seria, La Dama fidanzata quando La Limonera era single, La Dama single quando La Limonera era fidanzata. Eppure sopravvivono, anche a questo.

La Limonera e La Dama, ora, entrambe laureate, entrambe disoccupate, ormai adulte, si incontrano in uno dei tanti pomeriggi di cazzeggio. La Dama emotivamente reduce dall’anno barbonistico ormai concluso da troppo tempo, La Limonera depressa dal rientro nel paese di X dopo qualche mese passato in Inghilterra, qualche mese che le è valso questo soprannome. Poi il lampo di genio.

“Dama… ho un’idea geniale”

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“Cosa?”

“Alla fine non abbiamo mai fatto un viaggio insieme. Partiamo”

Antenne alzate. “Per dove?”

“Francia”

“Io parto solo se barboneggiamo, però”

“L’autostop non lo faccio manco morta, ma col Couchsurfing posso scendere a patti”

“Ma come fai col fidanzato? Non te la lascia mica passar…”

“Lo lascio”

Dopo un’ora sappiamo che partiamo a Luglio, atterriamo in Germania, passiamo per il Lussemburgo, approdiamo a Parigi e da lì via, in volo, fino a tornare in Italia. Venticinque anni di amicizia se lo meritano, un viaggio epico.

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Ok, non così epico, è che mi sono lasciata prendere la mano

 

Non sono una signora

Episodio 1. 

La Damina ha le cuffie alle orecchie, le Converse ormai quasi da museo con la stampa floreale che inizia a tendere al trasparente, la borsa coloratissima, i ricci che iniziano a riconquistare un po’ di lunghezza e schizzano in aria da tutte le parti.

“Adesso che entro a scuola il bidello mi chiede che ci faccio fuori dalla classe”, ridacchia camminando veloce, i documenti per le supplenze nascosti dalla tela e il cuoio della borsa. Pensa che è strano rimettere piede in quell’istituto, dopo quanti? Nove anni?

“Buongiorno”, sorride al bidello, appena varcata la soglia.

“Mi dica, signora, cosa le resizeserve?”

“…”

Episodio 2.

La Damina si siede nella sala d’aspetto del reparto ospedaliero. Spettinata come sempre e, come sempre, senza lenti a contatto e senza occhiali, perché a lei il mondo piace così, un po’ impressionista. Non vi incazzate se per strada non vi saluta è che per lei non avete le facce.

Si da uno sguardo intorno. Due signore, di fronte, discutono di allergie ed eritemi e ingaggiano una gara alla chi è più disgraziata: “Guardi! Guardi che sfogo!” Dice la prima alzandosi la maglia e mostrando l’ombelico. L’altra le agita il gomito nudo di fronte: “Non mi dire niente, signora, questo mi prude così tanto che sono dieci anni che non dormo! Dieci anni!”.

Di fianco alla Damina un adolescente lungo lungo, sbracato sulla sua sedia e piegato sul telefono, con le gambe che si srotolano sul pavimento occupando quasi tutta la lunghezza della sala d’attesa.

Un’infermiera esce dal reparto e guardando nella direzione della Dama dice: “Tu sei minorenne?”

La Dama risponde: “No”

L’adolescente risponde: “Sì”.

L’infermiera sorride, o almeno così sembra alla vista sfocata della Dama, e poi dice: “dicevo al ragazzo, signora

“…”

Episodio 3.

Al bar. Un cliente si siede sullo sgabello e dice alla Dama: “Ma tu sei la sorella di F.?”

La Dama sorride, in uno dei suoi rari momenti di gentilezza con i clienti. “Sì, come lo conosci?”

“Andavamo a scuola insieme. Tu sei la sorella maggiore?”

“… F. Ha sei anni più di me”

“Oddio, no, ma non intendevo…”

“No, aspetta, mi hai appena dato quasi quarant’anni?”

“No, davvero, è che non lo vedo da quando eravamo piccoli!”

“Ho ventisette anni”, gelida.

“Scusa, davvero, è che dai venti ai trenta è un po’ difficile distinguere bene l’età”

“Un euro e cinquanta”

“Il caffè?”

“Sì, un euro e cinquanta”

Conclusioni.

La Damina si guarda allo specchio, tirandosi la pelle della guancia. Rughe? Nah. Sorride. Sorride di più. Sorride al massimo. Faccia da culo ne abbiamo. Ma rughe? Queste sotto gli occhi sono rughe o sono palpebre? È normale avere le palpebre? Le palpebre crescono con l’età?

Il sorriso si affloscia su sé stesso. Aggrotta le sopracciglia, spalanca la bocca. Smorfie. Le sembra tutto uguale a dieci anni fa. Per di più, le hanno sempre dato meno della sua età. Eppure qualcosa dev’essere successo, se all’improvviso sono diventata una signora. Cos’è che è cambiato? Pensa.

Le tette sicuro no, anche dovessi essere una signora sarei una signora con le tette da diciottenne. Si gonfia come un pavone, strizzandole con le mani.

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La Damina scruta tra i ricci, neanche un capello bianco. Anzi sì uno, lì sotto, sotto vicino l’orecchio, perso in quella foresta intricata che è la sua chioma. Oddio, pensa. Ma allora sono soggetta ad invecchiamento, fuori. E com’è che non si concilia, il fuori con il dentro? Il mio animo non ce l’ha il capello bianco, e manco le palpebre. Il mio animo è, però, in realtà un’area spessa circa dieci virgola cinque millimetri di materia grigia, che se si potesse separare dal cervello e stendere sarebbe più o meno quadrata, come una tovaglia. Il mio animo è “fuori“, a ben vedere, niente di astratto, niente di svincolato dall’invecchiamento. Il mio animo è una tovaglia, penso. Una tovaglia estremamente stropicciata, e, sospetto, magari pure a quadretti, come quelle presenti in tutti i ristoranti italiani all’estero e spacciate per inequivocabili segni di italianità.

“È sicuro solo perché ho tagliato i capelli, è l’unica cosa diversa, sono sicura!”, dice al suo riflesso, iniziando a sentirsi come il pirandelliano Moscarda.

“Ma ‘sti cazzi”

Dalla a sbafo al club

La mia filosofia degli ultimi anni si può riassumere in un motto: “nel dubbio fallo”, in cui l’ultima parola può essere intesa sia come verbo che come oggetto.

Eppure sento che qualcosa sta cambiando. Sta cambiando il fatto che quando adesso un bel ragazzo mi guarda per strada, non sorrido. Sta cambiando il fatto che quando Sara cerca di sedurmi, vado via. Sta cambiando il fatto che esco senza lenti a contatto, quando esco, perché non sono interessata ad adocchiare qualche bel manzo di passaggio.

Che voi direte “sarà che La Dama è diventata frigida?”. No. Però mi rendo conto che sto cambiando, il mio “amore libero ma responsabile” credo faccia parte di una fase archiviata perché mi sono stancata. Stancata, in buona sostanza, di tre cose:

1) Gli uomini. Soprattutto di quelli – almeno il 90% – che rientrano nella categoria “le malattie sessualmente trasmissibili non esistono”. Alcuni credono non esistano neanche i film, sulle malattie sessualmente trasmissibili. Come quello cui ho consigliato di vedersi “Dallas Buyers Club” che mi ha risposto: “eh? Dalla a sbafo al club?”.

Comunque penso che a tutte le donne sia capitato di portarsi a casa (o di essere portate a casa) da un uomo che dopo essersi spogliato non accenna minimamente a voler tirare fuori un preservativo. Quando tu glielo chiedi la storia si dirama verso possibili soluzioni. A) L’uomo non ce l’ha ma ti tranquillizza dicendoti che è un mago del salto della quaglia, beatamente ignorando il problema Malattie Trasmissibili Sessualmente, o MTS. Questo punto mi ha portata a comprarne io stessa (oltre che, una volta, a irrompere alle tre del mattino nella camera del mio coinquilino milanese, come racconto qui) e a portarmeli sempre dietro. Ma non basta. Perché ci sono altri esemplari di uomo-“l’AIDS non esiste”:

B) L’uomo B prende il preservativo da te offerto ma dice che lo vorrebbe mettere​ dopo, quando sta per venire, che sennò povera stella non sente bene se tu là dentro c’hai una popolazione di virus, batteri e parassiti degna di nota o no, e tu non senti i suoi

C) L’uomo C lo mette, facendo finta che ha sempre avuto in mente di farlo, per poi toglierlo a metà rapporto sostenendo che non sente niente. Spesse volte quel preservativo tolto, e ormai irriutilizzabile, si rivela essere l’ultimo

D) L’uomo D acconsente alla penetrazione protetta ma poi vuole farlo anale senza. O vuole un pompino con ingoio senza. O ti lecca la patata senza. O ti vuole venire in un occhio senza. Vuole fare così tante cose senza che ti aspetti tiri fuori un taglierino e ti proponga di fare un patto di sangue tagliandovi i palmi e mischiando anche il plasma

E) L’uomo E acconsente al rapporto protetto. Il primo giorno. E il secondo. E il terzo. Al quarto, dato che nel frattempo avete avuto modo di parlare un po’ e ormai conosce il nome del tuo cane, pensa bene che non ci sia più pericolo che tu abbia l’HIV, o l’herpes genitale, o la gonorrea, e furtivamente e fulmineamente, ma con non-chalance cerca di penetrarti senza cappuccio sperando tu sia sovrappensiero o che anche tu segua la legge del “Se so il nome di sua madre non è possibile che lui abbia una malattia”

Ma non mi sono stancata solo degli uomini irresponsabili, ignoranti (nel senso che iiignorano), mi sono stancata proprio degli uomini. Perché la damina è una gran porca, è vero. Ma c’è anche da dire che è poca la gente che davverodavvero le piace anche solo un cicinin. Per cui molte volte ha trombato così, per noia. Una per pena. Qualcuna per passare il tempo. Qualcuna perché pensava “nel dubbio: fallo”. Qualcuna perché sa che è così difficile che incontri qualcuno che davverodavvero le piace che se avesse dovuto limitarsi a scopare con questi sarebbe probabilmente ancora vergine. O quasi. Insomma il sesso può essere anche solo assunto come analgesico, inserito nella lista degli hobby, praticato perché non ci si può permettere l’iscrizione in palestra. C’è il sesso schiaccia sesso. Quando scopi con qualcuno per dimenticarti di quello che ti ha spezzato il cuore prima. C’è il sesso amichevole, tipo ‘oh, mi stai proprio simpatico, abbiamo passato una bella giornata, perché non fare sesso?”. C’è il sesso volontariato tipo “poraccio, diamogliela perché nessun’altra lo farà”. C’è il sesso da collezionisti esterofili “Wow, non sono mai stata con un asiatico, quando mi ricapita?” Però insomma. Tutto questo non va bene. Ho chiuso, smesso, è definitivo.

2. I preservativi. Sì, ok, è sempre bene usarli. Ma diciamoci la verità, a chi non si è mai sfilato un preservativo? A chi non si è mai rotto un preservativo? Penso quasi nessuno, a me sono capitate entrambe le cose.

Ma poi i preservativi. Mioddio, è vero che rovinano tutto. Un soffocone fatto col preservativo non è degno di questo nome (e con questo non intendo dire che è meglio farlo senza, ma che è meglio non farli affatto forse, almeno non se si hanno rapporti da una notte e via o con cui non c’è chissà che passione).

Altro punto dolente del preservativo: puoi usarlo pure sempre ma rischi di contrarre comunque qualche malattia come il papilloma virus che, per di più, è estremamente diffuso, si stima che circa l’80 percento della popolazione ci venga a contatto.

3. Le malattie, quelle bastarde. Quelle bastarde come la sifilide, che te la prendi anche solo con un bacio. Quelle con il periodo finestra. Io ad esempio, a Jorge, per non usare il preservativo ho chiesto le analisi. Ma magari Jorge era nel periodo finestra. Tanto per dire che è inutile: non si è mai davvero tranquilli nel “free love”. Continuo a pensare che in modo istintivo l’uomo sia portato sempre alla promiscuità. O almeno io lo sono. Io la darei ora a qualcuno, giusto perché ho un’ora buca da lavoro. La darei a qualcuno quando sono stressata, perché è un’attività fisica che rilassa. La darei a qualcuno così, perché non ho niente da raccontare e la mia vita mi sembra noiosa. La darei a qualcuno perché un orgasmo mi farebbe bene, ma sono pigra e perché non lasciare che il lavoro lo faccia qualcun’altro che è anche più eccitante?. Però insomma, ormai ho chiuso con tutto questo.

Resta il fatto che il sesso è la cosa che mi piace di più al mondo. Ma il sesso vero, quello di quando c’è chimica vera. Il sesso sicuro, quello di quando sei certo del tuo partner e allora niente lattice, ma sesso orale, ingoio, umori e gemiti veri. Che io stia tornando monogama? O che sia solo perché sto aspettando i risultati di tutte le analisi e sono una persona nata con l’ansia?.

Non vivo bene questa specie di costrizione: credo preferirei continuare a vivere d’amore libero, se non fosse per le malattie, ma una relazione da in effetti più garanzie da questo punto di vista. Lo sento davvero come un conflitto orrendo.

L’HIV o un fidanzato, non so, sinceramente, cosa mi faccia più paura. Alla fine sempre di vita di merda si tratta. Ok, l’HIV non ti abbraccia, ma neanche russa o ti rompe i coglioni quando esci con le amiche. Ok, la sifilide ti rimbecillisce, ma mai quanto la vita di routine fatta di tivvù e ominide al tuo fianco. Prendersi l’herpes genitale sarà davvero più brutto che prendersi un marito e dei figli? Non so.

Forse credo sia meglio in ogni caso farsi un fidanzato che una malattia, perché la malattia pure ti fotte, ma in un senso diverso.

Vi lascio al sondaggio.

La Dama distratta dichiara di aver chiuso la fase “sesso libero ma con responsabilità”. Secondo voi:
A) La Dama ha contratto di nuovo la monogamia e vuole un ragazzo che le presenti analisi del sangue, Q. I., perizia psichiatrica e magari pure estratto conto

B) La Dama ha contratto un’ipocondria momentanea ed è convinta di avere l’Hiv condito di condilomi con contorno di sifilide e spruzzata di candida. Quando riceverà i risultati delle analisi tornerà a fare l’hippy (ma con responsabilità) che manco a Woodstock

C) La Dama ha evidentemente ricevuto la chiamata divina, non tromberá mai più e prenderà i voti

D) È palese che quella che scrive non è la vera dama ma che quest’ultima è stata rapita e sostituita con una rappresentante di CL

E) La Dama è un gomblotto delle case farmacireutiche per convingere la ggente a vaccinarsi contro l’hpv. Gomblotto!!III!

Del perché è meglio farsi un panino che fare un bambino

Quando hai ventisette anni e sei donna, se non hai figli, è ormai iniziato un periodo della vita piuttosto critico. Quello in cui si è passati dalle poche precoci coetanee con prole di quando avevi appena vent’anni al decuplicarsi di pancioni, bambini, discorsi sul tema con amiche che iniziano a pianificare, o almeno a pensare alla maternità. A questo si aggiungono le domande indiscrete di parenti che ti chiedono quand’è che pensi di fare un bambino pure se tu sei così focalizzata sul tema da rispondere: “Eh? Un panino?” (Nb. dialogo realmente accaduto alla sottoscritta).

Mi è venuta voglia di mettere nero su bianco alcune ragioni per cui credo non avrò mai figli, quanto meno nati da me, così chiariamo il discorso una volta per tutte. Ovviamente questa non è da intendersi come una crociata anti-figli, rispetto chi la pensa diversamente, semplicemente credo che non esistano posizioni giuste o sbagliate, e voglio esporre le mie:

  1. Non mi piacciono i bambini. Non mi sono mai piaciuti. Non mi piacevano i bambini neanche quando ero bambina, TOLLERAVO gli esseri umani dalla mia età in su, rispettavo gli adulti per la loro indipendenza ma a mia madre che mi chiedeva con sdegno perché guardassi schifata ai neonati propugnavo l’EVIDENTE superiorità dei cuccioli animali. Questi infatti, oltre ad essere chiaramente più belli dimostravano anche più indipendenza e dignità. Io guardavo con riprovazione a bambini col moccolo al naso o capaci di sbrodolare due intere stanze nel tentativo di fare merenda. Guardavo con fastidio a piccoli bipedi che si esibivano in piagnistei spaccatimpani di ore e pensavo con compassione ai genitori impiegati nel cambiare pannolini pieni di merda. Mi ripugnavano anche i bambolotti. Per altro, mi congratulavo con me stessa per essere uscita dalla fase del bisogno totale e dimostravo un contegno che mi è valso il soprannome di “La bambina vecchia” per anni. Contegno che ero pronta a rompere solo per giocare a pallone o lanciarmi in giochi da maschiaccio. Il mio mondo era fatto di animali-libri-maschi. Adesso la situazione non è cambiata un granché, però se mi bendano non è per mosca cieca. Non ho mai preso in braccio mio nipote che ha ormai quattro mesi. Mi fa piacere vederlo, eh, ma sostanzialmente aspetto che abbia il dono della parola, per ora lo vedo un po’ come un subumano. Bellissimo, ma subumano. Non mi viene voglia di fissarlo per ore o di stupirmi a ogni smorfietta, non sento l’esigenza di toccarlo o di fargli le moine, mi schifa quando fa dei rigurgiti che manco io nei peggiori sabato sera di quando avevo sedici anni. Trovo simpatica l’età dell’asilo, mi diverte moltissimo prendere per il culo bambini dai tre ai sei anni, ma penso siano noiosi prima e rompipalle dopo. Rompiballe anche durante se per più di poche ore al giorno. E so di cosa parlo, ho fatto volontariato nei reparti di pediatria e tirocini negli asili e nelle scuole elementari. In ogni caso credo non sia una buona idea fare un figlio per prenderlo per il culo.
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Incubo ricorrente della Dama

2. Trovo che la gravidanza e il parto siano raccapriccianti. Così come ogni volta che vedo un bambino mi prodigo in sorrisi forzati alla Troy McClur, così faccio ogni volta che scorgo una nuova pancina.

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Il punto è che mi fa pensare a una cosa parassitica. Penso agli organi che si spostano per fare posto a un feto-alien e rabbrividisco. O meglio, riesco anche a vederlo con una certa tenerezza, se riguarda altre donne, che vedo felici. Ma il solo pensare al mio corpo tirato-sformato-cambiato da un altro organismo non del tutto formato che si muove cieco e mi prende a calci, l’idea della mia (SACRA) patata squarciata da una roba grande come un melone sporca di visceri e sangue, la leggenda dei dolori più forti che essere umano possa provare, l’immagine della tempesta d’ormoni e, beh. Tutta questa magia della maternità non la vedo. Tra l’altro per quanto io non sia una fissata della forma fisica ho sempre avuto un fisico snello e equilibrato in cui mi trovo bene. Non mi riconoscerei in una forma diversa. O quanto meno vorrei essere l’artefice della mia disfatta: preferirei sformarmi mangiando solo parmigiana di melanzane e bevendo birra, che vi devo dì.

E per tutti quelli che dicono “Eh, ma non puoi capire il miracolo della nascita!” rispondo: no. Sei tu che non capisci che anche i batteri unicellulari sono vita e si riproducono, riprodursi non è un valore di per sé.

3. La mia lista delle cose che voglio fare almeno una volta nella vita è a metà strada fra le Categorie di YouPorn e Woodstock, fra Jack Kerouac e Piero Angela. Non è colpa mia se quando mi sveglio la mattina al posto di pensare “Voglio mettere su famiglia” penso “Devo ancora spuntare la casella Threesome – ffm”, o “Ma se quest’estate facessi un viaggio barbonistico di un mese?”, o ancora: “Diamine, mi piacerebbe provare qualche allucinogeno, una volta nella vita”o, infine: “Devo assolutamente imparare il francese e leggere l’opera omnia di Sartre in lingua originale!”

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4. Non mi piace la razza umana. Questa affemazione non è completamente vera, perché sono filantropa e misantropa al contempo. Cosa che trovo del tutto naturale, dato che la razza umana comprende nello stesso insieme Dante Alighieri e Federico Moccia, Gandhi e Donald Trump, Martin Luther King e il mostro di Milwakee.

In quanto misantropa non credo che mettere al mondo un altro essere umano possa rispondere a più di un egoistico moto di pancia, cioè davvero: non mi sembra che ce ne sia necessità, siamo più di sette miliardi. Abbiamo provocato estinzioni, il riscaldamento globale, esplosioni nucleari. Siamo chiaramente un cancro. Ogni essere umano inquina e consuma nel corso della propria vita e ci riproduciamo (per lo più) senza pianificazione, senza considerare che non si può proliferare in modo infinito su un pianeta con risorse finite.

Fosse per me prenderei in conto la sterilizzazione (Malthus docet) e la redistribuzione dei bambini degli orfanotrofi (sì, tranquilli, sto scherzando, anche se mentre guardavo Utopia io un po’ lo capivo Wilson Wilson)

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In quanto filantropa, se avessi modo di dedicarmi all’umanità, mi dedicherei ad alleviare le sofferenze di chi al mondo già c’è, piuttosto che mettere al mondo figli come conigli. Tante volte diamo per assodato il valore della vita senza renderci conto che che forse sarebbe bene concentrarsi sulla qualità, e sulle conseguenze di ciò che si fa, al posto di pensare egoisticamente a passare il proprio corredo genetico a qualcun’altro sperando che egli lo passi a qualcun’altro e così via fino allo sfigato che si beccherà la fine del mondo.

5. Preferirei fare carriera e potermi permettere un badante da vecchia che fare figli per costringerli a pulirmi il culo in caso di indigenza o subirsi le mie paturnie in caso di solitudine. Penso che questo punto sia chiaro di per se’, ma merita un breve approfondimento. Io lo so che una volta persi i vostri genitori non c’è piú nessuno moralmente COSTRETTO ad amarvi. So che fa paura l’idea di potersi ritrovare soli o con l’amore di un compagno che è costretto a stare con voi solo per un vincolo legale e non anche di sangue. Ma take calm e sconfiggi questa nevrosi. Si può essere amati e avere una rete sociale che vi ama per libero arbitrio. Per tutto il resto c’è il SSN. Al contrario potete sfornare pargoli e magari partorire un matricida, neanche un figlio è davvero costretto ad amarvi. Ma quello che più mi destabilizza è che le stesse persone che si autofabbricano un bandante per la senilità sostengono che la mia scelta di non avere figli sia narcisistica ed egoistica – te comprí la contraddizione?

6. Il mio ideale d’amore è condivisione libera e indipendente e non abnegazione. Mi piace fare tanto sesso, dormire molto, fare gli aperitivi, dedicare molto tempo a scrivere, a leggere, a pensare, a viaggiare. Mi piace il silenzio, amo la calma, i ritmi lenti, l’attività fisica e – soprattutto – mentale, alternata a momenti di pigrizia morbida e sorniona. Sono piuttosto edonista, mi piace perdermi nei sensi e nelle sensazioni: sapori, odori, colori, morbidezze e ruvidità. Sono passionale, se mi reprimo troppo nelle routine appassisco, divento depressa, vuota, spenta, o irascibile. Tanto sono in grado di dare agli altri quando sono allegra, tanto sono in grado di trasformarmi in una piccola furia tossica quando sono infelice. Mi piace condividere. Ma ho bisogno anche di molto tempo per me. Sacrificherei me stessa per un altro probabilmente solo se mi soggiogasse intellettualmente – il mio tallone d’Achille. childfree_34

7. L’esistenzialismo. Sono profondamente cosciente che l’unica cosa certa della vita è la morte, non capisco a che pro perpetuare questa girandola di non-sense. D’accordo, io quando posso me la spasso, ci sono momenti in cui sono estremamente felice d’esser nata, ma fondamentalmente conservo la consapevolezza dell’impermanenza e so che se non fosse successo, in un’ottica più grande di quella del mio giardino, non cambierebbe davvero nulla. La mia filosofia è che siamo in ballo, e quindi balliamo, ma em fim chimica eravamo e chimica torneremo, ogni manifestazione così come la conosciamo è puramente contingente. Contingenti anche i piaceri, contingenti anche i dolori.

8) Ho la certezza che già molte (se non troppe) altre donne si occuperanno della staffetta del genoma umano quindi posso dedicarmi a partorire altre cose. Partorisco spesso cazzate, come su questo blog. Spero di partorire libri. Quando sono pigra mi accontento di partorire discussioni. Comunque lavori puliti e possibilmente che non escano dalla mia vagina, che è una vagina a senso unico.one-1315182_960_720

9) Se mi chiamo la Dama DISTRATTA c’è un motivo. Sarei capace di chiamare i miei urlando che c’è un nano che gira per casa perché ho scordato di essere diventata madre. Sono stata in grado di far esplodere e liquefare 10 macchinette del caffè negli ultimi 10 anni. Ho perso chiavi di casa, orecchini, borse, portafogli, mutande, un cappotto, una giacca e la dignità negli ultimi cinque. Ho perso autobus, taxi, treni, blablacar. Io ero in grado di uscire da scuola alle superiori dimenticandomi lo zaino in classe. Quando mi ricordavo di prenderlo spesso poi lo lasciavo comunque sul treno per tornare a casa. Ho fatto cadere telefoni in mare, ne ho visto uno investito da un tir. A volte faccio il caffè e sono così immersa nei pensieri che mi dimentico di berlo. Altre metto l’acqua a bollire per un the con l’unico risultato di umidificare l’aria in cucina, perché la dimentico ed evapora tutta. A volte mi dimentico di mettermi gli occhiali e mi chiedo perché ci vedo così male, in macchina. A volte mi dimentico di togliere le lenti a contatto e mi chiedo perché ci vedo così bene, la mattina dopo.

Spleen

Mi siedo al tavolino del bar, sotto il portico di mattoni cotti del centro storico di questa cittadina medioevale. Il sole cola a picco, rosso di luce sanguigna accende le strade di una fiamma insolita.

È l’ora della saudade, mi dico. Baudelaire mi sussurra in testa una litania melanconica: questa vita è un letto d’ospedale.

Tabucchi gli fa eco: fuggiamo via da qui, da questo spleen, non importa dove, non importa dove, purché sia fuori da questo mondo.

È l’ultima volta che vengo in questa città, almeno in qualità di universitaria. Mi sono laureata con il massimo dei voti come previsto. Quando sono arrivata per discutere sono entrata in una sala gremita di persone: genitori, zii, nonni, amici, fidanzati di amici. Io sono arrivata trafelata, in leggero ritardo, con i miei tronchetti senza tacco, i collant neri a velarmi le gambe, la gonna forse un po’ troppo corta, troppo sexy, ma niente, non di certo avrei speso soldi per comprarmi un vestito nuovo che avrei rimesso tre volte in tutto. Total Black, quasi fosse un funerale. Pur sempre d’addii si tratta. Occhiali da sole a coprire la solita linea nera che sottolinea lo sguardo. La mia scorta sgangherata è composta da numero uno fratelli, numero uno cugini, numero uno amici.

Essenziale, penso.

Discuto senza essermi preparata il discorso, non li preparo mai. Botta e risposta col correlatore bastardo, dichiarazione, applausi, grazie e arrivederci. Al posto della corona d’alloro una coroncina di fiori da santa mi ricorda del mio passato portoghese, della mia doppia identità da supereroina: mi chiamavano Santa Maria degli scoppiati.

Una foto davanti l’Università mi ritrae nell’eleganza d’un dito medio all’edificio, nell’enigmaticitá d’un sorriso da Gioconda.

Il giorno dopo riparto da sola. Prima di andare in stazione mi siedo al tavolino di un bar, sotto il portico di mattoni cotti del centro storico.

Guardo la barista portare via un paio di tazzine, avrà più o meno la mia età, il fisico esile come il mio, i capelli dal taglio asimmetrico, simili ai miei, ma lisci e chiari, venati di un oro rossiccio. O forse è questo sole che l’accende, quando viene sera. Arriva al mio tavolo e le vedo il viso, con i lineamenti delicati e gli occhi grandi e scuri, grandi che ci potrei cadere.

La luce del sole cola a picco, rossa. Chiacchiericcio lieve nelle strade lastricate di mattoni. Sono l’unica cliente. Sono l’unica cliente e sono una cliente barista, le chiedo se mi può portare un caffè gentilmente, sorridendole. Certo, mi risponde quest’altra me, così diversa, pur così simile.

Fuggiamo via da qui, da questo spleen, mi canta Tabucchi nell’orecchio, come una canzone che è rimasta in testa e non c’è il modo di mandare via.

La ragazza torna con il caffè. Mi mette davanti un posacenere, poi mi guarda con quegli occhi grandi, che ci potrei cadere. Hai dei capelli bellissimi, mi dice, scrutando i ricci con curiosità, come volesse risolverli e fossero un cubo di Rubik.

Pensa che io guardavo i tuoi, rispondo sorpresa. Lei sorride, di rimando. Si da uno sguardo intorno, si accerta non ci siano clienti e tira fuori una sigaretta.

Mi sembra il suo sguardo si fermi un attimo sulle mie gambe, velate dai collant neri. Ma no, mi dico, è un caso, sta solo cercando l’accendino nelle tasche, è distratta.

Si siede davanti a me, le gambe accavallate specularmente alle mie, questa mia simile, questa mia nemesi.

Hai un accento diverso dal mio. Che studi qui? Mi chiede.

Mi sono laureata ieri in lettere, rispondo. E tu? Cos’altro fai oltre a lavorare in questo bar? Il mio sguardo le scorre su una guancia come una lacrima, le insegue la linea del collo sottile, delle spalle delicate. Lei si accorge di questa carezza e si china in avanti, punta il gomito sul tavolino e poggia il mento sulla mano, il viso un po’ reclinato, gli occhi ancora più grandi. Congratulazioni, mi dice, con tutto il corpo proteso verso di me, la schiena felina leggermente inarcata, mentre il viso s’apre in un sorriso.

Io studio filosofia, è per questo che ho iniziato ad abituarmi a lavorare in un bar. Ridiamo.

Comunque piacere, Sara. Mi tende la mano, dondolando piano la gamba. Piacere mio, Sara, le dico. Lei è arrossita al toccarmi, o forse è solo il sole che l’accende, quando viene sera.

Hai una pelle bellissima, le dico guardando quel viso luminoso.

Lei si alza. Spegne la sigaretta. Arriva sulla porta del locale e si gira a guardarmi, senza dire una parola. Poi è inghiottita dal buio del locale.

Mi chiedo se mi stia invitando a seguirla o se sia un canto di sirena. Ma Tabucchi mi canta all’orecchio: “fuggiamo via da qui, da questo spleen”.

Quando arrivo in stazione mi siedo su una panchina di legno ad aspettare. Penso che un anno fa iniziavo a preparare la partenza per Porto. In testa mi scorrono in rapida successione grida di gabbiani, l’odore delle pastelarias, l’aria salina che ti colpisce in volto nel bel mezzo della cidade. Tiro fuori una mappa dallo zaino, faccio velocemente due conti. Paris – Nantes – Poitiers – Bordeaux – Toulouse in una decina di giorni. Con duecento euro, il Couchsurfing e il Blablacar ce la dovrei fare a coprire almeno i viaggi.

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Il morso dei sensi di colpa mi dice che non dovrei spendere soldi ma il cuore da nomade batte un colpo energico, sembra iniziare a battere solo ora dopo un letargo di mesi. Mi sento spezzata in due. Di natura sono portata al risparmio ma gli eventi mi hanno portata spesso a imparare a spendere il prima possibile, non per oggetti, ma per sentirmi viva.

Da piccola avevo un enorme passione per i cavalli, penso. Con la loro eleganza e bellezza, la loro forza, la loro libertà, credevo mi potessero portare ovunque. Ero convinta che quando ne avrei avuto uno, avrei avuto tutto quello che avrei mai potuto volere dalla vita. Immaginavo avventure, viaggi, mi immaginavo crescere come un’amazzone sul mio cavallo nero, il mio migliore amico. Mettevo da parte meticolosamente i soldi, come una formichina, compleanno, natale, pasqua, mancia dopo mancia. Facevo dei lavoretti domestici per gli extra, se trovavo delle monete tra i cuscini del divano le accatastavo con cura in una cassapanca di legno, nel mio scrigno del tesoro. A volte organizzavo mercatini e vendevo cose che non mi servivano più. Qualche volta sgraffignavo il resto dalle tasche dei vestiti dei miei genitori. Non ho mai fatto uno strappo, mai sottratto mille lire per un gelato, mai avuto un ripensamento su quello che doveva essere l’obiettivo finale del mio risparmio. Testarda e risoluta misi da parte una cifra considerevole, per una bimba di sette, otto anni: circa trecento, quattrocento mila lire in un anno.

Un giorno aprii la mia cassapanca e dentro non c’era più quasi nulla. Nella camera di mio fratello una scatola di lego enorme.

È stata un po’ la storia della mia vita, penso. Come quando smettevo di fumare e di uscire per risparmiare in casa e loro fumavano più di dieci euro al giorno. Come quando non ho fatto ricariche al telefono per tre mesi e lui spendeva in eroina. Come ora che lavoro per venticinque euro al giorno e loro farneticano di trasferirsi a Dubai.

Fuggiamo via da qui, penso. Me lo merito. Ma una viaggio? Dio, ammazzerei per un viaggio in Francia, fatto di macchina e divani di sconosciuti, come quando ho attraversato l’Andalusia rovente. Ma un viaggio finisce in fretta, un viaggio mi farà ritornare al punto di partenza, a dirmi “fuggiamo via da qui, da questo spleen”, nel giro di pochi giorni. Che fare?

Intanto arriva il treno regionale. Salgo a bordo, posto finestrino, metto le cuffie e parto. Penso per un attimo a Sara, poi chiudo le palpebre e mi addormento.