Rivisitazione di un sogno

Sogni tiepidi come la condensa sul vetro della Metro, che corre autunnale e certa della sua direzione mentre i miei passi ballano salsa su terra inglese.

Gemiti graffi e scrivanie, e i capelli che tiro non sono di burro fuso né onde brune di Madrí, né quelli di un farmacista bruno e alto che mi parla di Antonioni, ma sono d’un rosso acceso che loro chiamano zenzero e io chiamo lieve turbamento quando li sogno tra le gambe in un ufficio in cui quando mi sveglio devo abbottonare i pensieri stretti nel colletto.

Pensieri nel colletto, cuore fasciato dal cardigan, bacchetto ogni istintivo accenno di flirt che mi si disegna sulle mani e prego che gli occhi si dominino da sé senza raccontare al mio collega cosa stava facendo quella notte nei miei sogni, mentre dormiva accanto alla sua ragazza – mi ripeto: la sua ragazza.

Cos’è che avrà, poi, questo inglese rosso, basso, tondo, con le lentiggini pure sulle mani. 

Ha che mi fa ridere fino alle lacrime ogni giorno e si insinua nei miei sogni anche quando sto uscendo con un inglese alto biondo e creativo, che è l’equivalente di un modello. 

Chi le capisce, le donne. Chi le capisce, le chimiche. Ma chiudo la chimica nel taschino e abbottono un po’ di più la camicia. Diamo tempo alla chimica di cambiare il suo percorso.

Sarà una giornata difficile, a lavoro. Ho il mento graffiato dalla barba, un succhiotto sul collo nascosto dal fondotinta e troppi sogni che si tengono a galla sugli occhi.

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Tinder people

“Non sono una Tinder person”, dicevo. Non sapendo bene chi o cosa fosse una Tinder person, ma con una punta d’orgoglio non desiderato sulla lingua e essendo piuttosto sicura non mi piacesse, qualunque fosse la natura di una Tinder person.

Nonostante questo avevo scaricato l’App una volta, in un periodo molto noioso della mia vita e perché alla fine mi è sempre piaciuto mettermi fuori dai miei panni, a volte mi è successo di fare piacevoli scoperte, come quando ero sicurissima non mi piacessero i film gialli e poi ho visto dieci piccoli indiani.

Avevo chattato con un po’ di ragazzi, confermando però a me stessa che proprio non sarei mai uscita con uno di loro, anche quelli che sembravano interessanti o quanto meno non squallidi. Il punto è che basta il nome, Tinder, e si creano delle aspettative. Io avevo l’impressione che quei tipi si aspettassero di scopare ancora prima che io li potessi vedere in faccia. La sensazione sgradevole non era tanto per il tipo di users, quanto più perché mi sembrava di uccidere ogni spontaneità, quasi di dover qualcosa se avessi accettato un appuntamento.

L’idea che avevo era un po’ quella di un fast food del rimorchio. A me piace l’arte del rimorchio, mi dicevo, sono una da sesso libero ma gourmet. Un po’ futurista, se vogliamo, ma non di certo tinderiana.

Poi una sera, stanca dei miei pretendenti soggettone 2.0, dell’astinenza e le morte stagioni ho deciso di riprovare, dicendo ai miei coinquilini che magari era un modo di conoscere i locals, perché finivamo inevitabilmente a uscire con internazionali, anche in amicizia, ma inglesi manco uno, con l’eccezione di quel Geordie di una notte.

Carico un paio di foto, scrivo che con i miei coinquilini cerchiamo amici della città, per conoscere la N. vera.

Eppure ero sicura non sarei uscita con nessuno, una sensazione spiacevole finiva per insinuarmisi in petto e credevo l’avrei usato solo per chattare in inglese. Finché… Fino a che…

“Ma sbaglio o ti ho vista martedì al bar L?”

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Guardo le foto. Riconosco immediatamente. A un evento internazionale l’avevo scorto quando stavo per andare via, altissimo, magro, gli occhi blu e i capelli biondi stretti in un codino. Senza ombra di dubbio un gran figo. Così avevo cacciato la peggiore delle mie facce da culo e andandomene gli avevo preso la mano dicendo “Piacere, io sto andando via, ma magari ci vediamo al prossimo evento”.

Il fatto di aver conosciuto questo Geordie biondo anche se per dieci secondi, ma di persona, mi ha dato coraggio. O forse mi ha dato coraggio il fatto che fosse un grande figo, e l’astinenza e le morte stagioni.

Parliamo – mentre io mi interrogo su cosa avrà di strano per essere una Tinder person – chattiamo per un po’ di giorni – mentre io mi chiedo se sia drogato, o  ninfomane, o psicopatico – e alla fine decidiamo di uscire – mentre io mi chiedo che traumi infantili nasconda e quale sia la sua cartella psichiatrica.

Mi preparo un po’ contenta e un po’ poco convinta: mi cercherà di mettere le mani nelle mutande dopo due secondi perché sono una Tinder person, penso. Come al solito quasi niente trucco, jeans, tronchetto senza tacco e via.

Sbaglio strada, attraverso i ponti facendo corsette ridicole avanti e indietro dieci volte e arrivo mezz’ora in ritardo. Lui mi ha dato appuntamento sul posto più figo e romantico di N. ma scetticamente penso sia tutta tattica, e comunque non sono così sensibile al romanticismo.

Parliamo. Creativo, fa il grafico, ha un idea per un libro per bambini – penso a Jorge che è un pensiero come un pugno sulla cassa toracica. Addirittura sembra avere una famiglia funzionale e una vita normale. Anvedi le Tinder person, mi dico, anche se continuo a cercare segni di una possibile dipendenza da cocaina o del maltrattatore di animali domestici o del maschilista di merda. Nada. Si nasconde bene, questo Geordie, penso.

Fu così che passammo una piacevole serata e neanche mi baciò. Fu così che con Tinder, ripeto, Tinder, ebbi un primo appuntamento senza manco un bacio che non mi succedeva dalle scuole medie, o forse anche lì la palpatina di culo ci scappava.

Mi convinco allora che sia andata male, eppure mi scrive.

Mi raggiunge una sera, mentre sono a bere una birra con amici. Giacca di pelle, camicia a quadri, jeans chiaro, quando si siede si intravede un calzino rosso che fa molto radical chic. Parla con tutti e subito entra nelle grazie degli amici che ammiccano quando lui non guarda.

Mi convinco che sia friendzone, è troppo socievole, troppo figo e, soprattutto, non percepisco flirt. Parla con me così come la mia coinquilina.

Andiamo a ballare, lui ci fa da guida per locali con buona musica e offre da bere un giro a tutti. Con la musica alta c’è la scusa per toccarsi e parlarsi più da vicino. Mi parla, ridiamo, balliamo. Si avvicina di più, mi parla, ridiamo, ci baciamo.

Limoniamo e balliamo tutta la sera mentre io mi chiedo quale sia il problema di questa persona, dato che è una Tinder person.

Quando andiamo a cercare un taxi mi bacia ma non mi chiede di andare da lui.

E fu così che con Tinder ebbi un secondo appuntamento con bacio e niente sesso, che è una cosa che probabilmente non mi succedeva dalle scuole medie.

Improvvisamente capisco: è figo, simpatico, dolce, creativo, non sembra si droghi, ha una vita normale… Ma è su tinder e non mi scopa: è chiaro che deve avere dei complessi sulle sue dimensioni o disfunzioni erettili. Risolto, trovata la magagna, l’universo può tornare al suo posto. Comunque devo verificare.

Quando torno a casa mi manda uno smile. Colgo la palla al balzo:

“Non so perché non sei qui. O io non sono lì”

“Stavo per chiederti se volevi venire da me but. It’s ok”

“Domani festa per il mio compleanno a casa di un amico e poi usciamo. Ti vuoi unire?”

“Vi raggiungo quando uscite”.

E fu così che con Tinder, al terzo appuntamento, sono stata ribaltata tutta la notte e la mattina da un pezzo di figo biondo che evidentemente non nasconde il suo problema nelle mutande.

Mentre ci coccoliamo un po’ dopo averlo fatto in tutti i modi in cui era umanamente consentito farlo, capisco qual è il suo problema: chiaramente è un problema culturale, magari come l’altro Geordie altissimo ma bruno, sparirà per sempre con le luci dell’alba.

E niente, invece quello mi messaggia per sapere come va già la sera.

A tutt’ora, ancora penso ci sia qualche magagna. Oltre al fatto che sono due giorni che ho problemi a sedermi. Che quello mi diceva che ha dovuto smettere di suonare la chitarra per una tendinite, e quando ha messo mano alle mie grazie volevo dirgli “ma te credo, se fai così, figlio bello!” e ho capito come dev’essersi sentita quella chitarra.

Anyway. Chi vivrà vedrà. Chiudo l’ennesimo post dalla metro di N. After weekend, After all. Stay tuned!

Gli appunti che scorrono fuori dal finestrino della metro

Pensieri sparsi dal nord Inghilterra.

Gli inglesi, quelli biondi, non sono biondi, sono burro morbido, o zenzero, che è un arancione acceso.

La mattina amo il viaggio di quaranta minuti in metro, quando sono allowed a non fare nulla, giusto ad ascoltare la musica e a godermi l’idea di essere ancora lontana dal lavoro, studiando i volti, leggendo titoli di giornale, vedendo scorrere fuori la città, e il fiume, e oltre il fiume la campagna inglese, e nella campagna cavalli robusti e belli, grigio tempesta come il cielo che li abbraccia, e pensare a me bambina, e dirmi che è da lì che dovrei partire per ritrovarmi, da quell’amore immenso che covavo per i cavalli, da quello ancora più immenso di mio padre che misurava col metro il giardino per vedere se mai ce ne sarebbe potuto stare uno, a cercare sull’enciclopedia informazioni su come allevare la felicità di sua figlia.

A volte sento come uno spillo trafiggermi lo stomaco, farmi bambolina voodoo delle mie malinconie, specie quando penso a lui e m’accorgo che è invecchiato, e m’accorgo che sono lontana. Allora vorrei prendere un aereo e tornare in Italia, che mi dico che stare con lui è tutto quello che conta. Ma soprattutto vorrei fermare il tempo. Nulla mi indispettisce di più riguardo la mia impotenza umana come il non poter fermare il tempo che passa su di lui, che mi dico che non m’importa che passi il mondo, che passi io, che tutta la galassia esploderà in briciole di cartone non mi importa, ma che lui muoia, un giorno, questo no, questo è insopportabile, mi straccia il cuore di rabbia e impotenza e disperazione.

Allora vorrei tornare in Italia. Ma poi mi accorgo che qui sono felice, che lì non lo ero, e allora resto e mi inganno dicendomi che quando tornerò nulla sarà cambiato e nulla avrò perso.

Qui sono felice, mi dico.

A fare la Sherlock italica, che rintraccia l’uomo di una notte tramite un amico farmacista, che ha un’amica che ha un amico che forse lo conosce, sa dove lavora, se è lui, ma non sa altro.

Sono felice mentre prendo una metro dopo lavoro per andare a cercarlo, anche se è quasi in un altro comune e devo pretend di aver fatto dieci km per comprare un limone. Ma non mi interessa, che sono testona, e non mollo finché non saprò se non mi ha chiamata perché non ha voluto, o perché non ha potuto, sempre ammesso che sia lui e non un altro inglese col nome di tre lettere, pronunciate in due fonemi.

Sono felice mentre con il cestino del supermercato mi aggiro tra gli scaffali del supermercato con i Red hot chili peppers nelle orecchie, fingendo di fare la spesa mentre cerco con lo sguardo dietro il bancone di una farmacia un farmacista inglese alto a bruno, a cui piace Antonioni e che non beve caffè. Sono felice anche quando chiedo un integratore a caso e scopro che ho sbagliato turno, perché proprio non c’è, e mi viene da ridere, che mi chiedo che cazzo ci faccio nel comune di G. con un limone nella busta della spesa.

Sometimes I feel 
Like I don’t have a partner 
Sometimes I feel 
Like my only friend 
Is the city I live in

Sono felice quando i colleghi mi aggiungono su un gruppo nascosto di messaggistica che si chiama “restare cazzoni” e mi fanno ridere mentre lavoro, e il mio collega rosso e infantile mo prende in giro, e io e lui e una ragazza dai capelli rosa decidiamo di uscire insieme un venerdì. E mi dico che cazzo, sono stata brava a integrarmi anche in una lingua che non è mia e mi sento fiera di me stessa, e forte, e indipendente.

 

I drive on her streets

‘Cause she’s my companion 
I walk through her hills 
‘Cause she knows who I am 
She sees my good deeds 
And she kisses me windy 
I never worry 
Now that is a lie

Sono contenta quando una ragazza bella e asiatica mi chiede il numero, e parliamo di locali gay, e di pride, e io non so se stia flirtando, e io non so se sto flirtando, ma mi offre una sigaretta e io rifiuto, perché ho smesso, again, peggio di Zeno, ma decidiamo di uscire insieme qualche giorno.

I don’t ever want to feel 
Like I did that day 
Take me to the place I love 
Take me all the way 
I don’t ever want to feel 
Like I did that day 
Take me to the place I love 
Take me all the way

Poi penso a questo blog e mi chiedo perché non ho mai detto neanche il nome della città che vivo, perché la chiamo N. Mi dico che ne potrei parlare più nello specifico, se la nominassi.

E non è che non voglio dare coordinate, mi dico. È per la poetica del carnevale. La poetica del carnevale vuole che si sia più liberi d’essere sé stessi, quando si mette su una maschera. Allora se chi mi vive vicino in questo momento leggesse queste righe io le scriverei come se loro le dovessero leggere. È per non farmi trovare da chi queste cose le sa già, da chi le vive con me, che il mio essere trasparente ogni tanto si ripiega su sé stesso e diventa criptico.

It’s hard to believe
That there’s nobody out there
It’s hard to believe
That I’m all alone
At least I have her love
The city she loves me
Lonely as I am
Together we cry


Sono contenta di passare a piedi ogni giorno nel quartiere più difficile di N. che poi si scopre che non è pericoloso come pretende di essere, è solo meno imbellettato, e le vetrine sono vetrine d’usato o di beneficenza o prodotti etnici, e per strada si vede molta differenza, ma anche molta goliardia, nei pub che si riempiono alle quattro di pomeriggio di ragazzini e anziani che combattono il grigio a suon di pinte.

I don’t ever want to feel
Like I did that day
Take me to the place I love
Take me all the way
I don’t ever want to feel
Like I did that day
Take me to the place I love
Take me all the way 

Sono contenta anche se tutto questo è costato spezzare il cuore a un ragazzo tedesco con gli occhi da tigre siberiana e dirgli addio, sono felice anche se sento che mi sto allontanando anche da Jorge e che un anno fa volavo a Madrid per i suoi ricci bruni e gli occhi che ridono, mezzaluna terrestre.

 

Il mantra del lunedì mattina

Mi scriverà, ripeto, mentre la città scorre fuori dal finestrino della metro svegliandosi settembrina e umida.

Storie di vino e tequila con amici, che poi si va a ballare. 

E il mattino dopo sono a letto, abbracciata a questo inglese nordico, alto due metri, che c’era da trovare una posizione orizzontale per guardarci negli occhi.

Non ricordo neanche bene cos’è successo. Saró andata a ballargli vicino, o forse è lui che mi ha rivolto una parola.

Gli accarezzo la barba e lui mi manda un sguardo furbetto. Tutto castano questo Geordie. Strano. Ma ha il taglio degli occhi bellissimo, quasi orientale, che sorride con malizia anche senza piegare le labbra.

Non riesce a dormire, siamo tornati alle 5 e filtra troppa luce dalla mia finestra grande, con le tende non troppo oscuranti. Ma resta lì e ogni tanto dal nulla pensa qualcosa e mi fa una domanda.

Come mai sei venuta qui, e perché proprio ora?

Ti piace di più Antonioni o Fellini?

Non ti manca casa?

Poi, assertivo:

Non smettere di accarezzarmi

Non posso continuare per sempre, viziato di un geordie…

Continua per sempre

Lui ha un nome di tre lettere, pronunciate con due soli fonemi. Mi piace quest’essenzialitá. Ha sempre vissuto a N. e fa il farmacista, quando mi sarei aspettata fosse un giocatore di basket. Ha una strana ironia seriosa e quando l’ho visto nel club ho capito subito che non è un tipo da club. Che ballava svogliato, sulle gambe chilometriche e con le braccia lasciare cadere, delle braccia con cui potrebbe abbracciarmi in altezza.

Non chiede scusa, quando mi tocca il gomito, il che mi fa tirare un sospiro di sollievo. È deciso, anzi. Burberamente tenero, dopo. Un finto ombroso. Niente caccia alla volpe o astrusitá austiane, insomma. Uno strano senso dell’umorismo da bravo inglese. Bello e buffo e tenero e finto burbero. Credo sia un po’ timido. 

All’una lo accompagno alla porta, tra gli ammiccamenti generali dei miei coinquilini. Gli scrivo il numero sul telefono, ma sono troppo stanca e non sono sicura di averlo digitato correttamente. Il dubbio mi assale dopo che lui mi bacia e mi abbraccia sull’uscio.

Mi scriverà, ripeto masticando curiosità su questo Geordie bello e buffo.

È la prima volta che mi trovo in una situazione del genere, che aspetto qualcuno mi contatti, che mi interessa che lo faccia. E non ho nessun controllo sulla situazione. Non so se lo farà, e se non lo farà non saprò mai se è perché non ha voluto o se è stato il capriccio di un indice ubriaco e insonne a barcollare sulla tastiera del suo telefono decretando che l’inizio dovesse essere la fine.

Mi scriverà, ripeto come un mantra.

Comunque si stava meglio con penna e calamaio.

La pagella all’Inghilterra – primo mese: perplessitudini e tragicomicitá 

Chi mi segue da un po’ sa che non sono una grande fan dell’Inghilterra. Quando sono partita per lavorare nel Paese della regina Elisabetta, di Harry Potter come caposaldo letterario e delle smielatezze petulanti di Jane Austen, dei comignoli che sputano fumo nero su cieli grigi, di scale cromatiche fredde, che potrei essere daltonica e non essermene accorta. quando sono partita per l’Inghilterra, dicevo, non sapevo se avrei finalmente abbattuto l’idea di essere una South person. Pensavo che magari mi sarei ricreduta, che potesse essere un pregiudizio. 

Così, sentendomi molto britannicamente Sherlock Holmes, ma vestita da moderna Alice in Wonderland, sono atterrata nella terra del pudding (un gol per l’Inghilterra).

Eppure ad oggi, che è quasi un mese che sono quí, la mia idea non è cambiata, si è piuttosto rinforzata. E vi spiego il perché.

– Gli inglesi non sanno cos’è l’estate. E non è un modo di dire. L’estate non esiste, qui. E non sanno cosa sia il mare. Ho visto creare spiagge artificiali in riva al fiume di N. Con inglesi tapini, seduti su sdraio di tela, con dietro al culo una strada trafficata e i tubi di scarico, davanti un fiume melmoso, sul naso occhiali da sole, per riparare gli occhi da albini da un sole invisibile nascosto dietro cinque strati di nubi e qualcuno di fumo.

Il sole è il grande assente. Si narra del sole come da noi si narra che una volta è esistito Gesù Cristo, ma non c’è un cazzo di nessuno che l’ha visto. Non mi stupirei di trovare una foto del sole sui cartoni del latte sotto la scritta “missing”.

Anche quando hanno il mare, gli inglesi non sanno cos’è. Ho visto inglesi tapini ma intrepidi portare sdraio in spiaggia, con vortici di sabbia a sferzargli con violenza le lentiggini e le pelli mozzarelle, con bermuda sopra gambe di un bianco abbagliante, vestiti come alle Hawaii anche se la massima è di 20°.

Voto: L’Inghilterra non è intelligente ma si applica. 

– L’Inghilterra non sa cos’è il cibo. Da un paese che come orgoglio culinario ha il fish & chips non potevo aspettarmi molto. Direi che anzi qualche punto per il pudding e qualche “pie” lo possiamo dare. Eppure non credevo che esistesse una nazione in cui anche gli adulti pensano che sia legale fare un pranzo con patatine in busta, conservante in forma di sandwich e ciambelle e caramelle.

Voto: A. Di Aberrante.

– Per la mia prima gita fuori porta sono stata a York. Lì ho realizzato che gli inglesi non sanno neanche cos’è il patrimonio artistico o cosa sia il concetto di bello. L’impressione ricavata da questa cittadina è che fosse stata tirata su l’altro ieri per attrarre turisti pretendendo di essere un centro storico. Alcuni muri erano così pretenziosamente storici che li ho dovuti toccare per assicurarmi almeno non fossero cartonati. 

Insomma. Fasullo. Bubbola. Fake. Un plasticone. Una cinesata. L’Inghilterra scimmiotta borghi, medioevo, bellezza, antichità, tradizioni. Ma io sono italiana e con me non attacca. Questo non vuol dire che non ci sia un piccolo castello che è vero, per esempio. Ma dopo di questo vi ritrovate a camminare per strade forzosamente suggestive, piene di vetrine, piene di turisti, piene di vetrine per turisti, piena di suggestionabili vetrine che mostrano suggestioni a turisti suggestionati. Leziosa. E io penso al Portogallo dove giri l’angolo nell’Alfama Della capitale e ti ritrovi la vecchina vestita a lutto che è Vera e il clima di paese che è vero, e i mattoni, e i lastricati, i sampietrini, gli intonaci scrostati, i panni stesi come festoni sulle strade, i visi, le rughe, i suoni, i sapori, i colori, gli odori, la storia e la modernità e il presente e l’ora, l’ora, la saudade che scioglie il tutto nell’ ora, che non c’è prima e non c’è poi, tutto è ora ed è VERO.

A un certo punto sembra di essere entrati ad Hogsmeade, ma il problema è che sembra la parte meno fasulla del centro storico.

All’inizio pensavo potesse trattarsi solo di York. Ma oltre al fatto che anni fa girando il sud (Northampton, Cambridge, Londra, Oxford, Stratford) pure non avevo collezionato un’immagine entusiasta di questa nazione, il seguente articolo mi ha dato una conferma penosa del fatto che gli inglesi sono proprio tapini. 

Dopo aver paragonato l’Hadrian’s Wall alla Muraglia Cinese e dopo aver sostenuto che a Londra si può avere un assaggio di Venezia volevo morire. Mi aspettavo di leggere che si può ben rimpiazzare il vino e fromage francesi con chips e brown Ale.
Voto: astensione con speranza di ricredermi 

– Gli inglesi sono freddi. È vero. Ed è vero pure che molti hanno un umorismo di merda. Una mia collega continua a parlare di cose ordinarie ma come Dori di Alla ricerca di Nemo quando parla in balenese e tutti ridono. Una classica scena è la seguente: *Voce caricaturalmente maschile* “Adeeeesso lo staaaaaampo!”. *Risate di tutto l’ufficio* *sguardo impietosito da parte mia con tentativo di sorriso forzato alla Troy McClure*.

Non per questo non mi farei quel mio collega rosso e lentigginoso. Eppure non mi rende il flirt facile. Ammiccamento di qua forse un flirt di là, e poi prendiamo la metro insieme e se il suo ginocchio sfiora per sbaglio il mio mi chiede scusa e si scosta guardando l’orizzonte con fare highlander. Che io sapevo di essere diretta in Inghilterra, ma non credevo vigesse ancora l’etichetta dell’Inghilterra Vittoriana, in ogni caso credo di dover specificare che non mi sento violata, se qualcuno per sbaglio mi tocca un gomito. Ora non so se aspettarmi di vederlo partire per una caccia alla volpe a cui seguirebbe un invito al ballo della contea in cui dovremmo destreggiarci con la quadriglia, come prossime mosse del corteggiamento.

Voto: 6. Male ma non malissimo. Spero non trombi come corteggia o sono fottuta, ma in senso lato

– Gli inglesi sono indubbiamente originali. Oltre a guidare al contrario, a ridere al contrario quando non c’è da ridere, a chiedere scusa al contrario quando si dovrebbero ricevere, a essere gli unici dentro l’Europa tirandosene fuori, ad avere i pounds, a bere e vivere come ragazzini a ottant’anni perché si è vissuto da adulti a diciotto, oltre tutto questo, dicevo, loro non hanno feste come le nostre, che tipo sono per San Pancrazio, per la sagra di paese, il patrono della città o ‘azzi e mazzi. No. Loro hanno il bank holiday. Che non sanno manco loro bene cos’è, però hanno buttato due o tre feste lì, durante l’anno, rigorosamente di lunedì o venerdì in modo da allungare il weekend senza ponti. 

Voto: bastardi! Potevate mettere il bank holiday di giovedì e fare ponte di due giorni, no?!

– Da un Paese più ricco ti aspetti, chessó. Meno povertà. Meno problemi sociali. Più assistenza statale. Più organizzazione.

No. No. Nononono. L’unico risultato della moneta locale, della loro storia come potenza occidentale, della celeberrima organizzazione nordica… È che la forbice tra ricchi e poveri appare solo più evidente. In Italia, o in Portogallo, o in Spagna, mai mi è capitato di vedere tanti senzatetto, anche giovanissimi. Tanti alcolizzati. Qui le problematiche psichiatriche le vedi sfilare per le strade una ad una, un’esemplificazione vivente del Manuale diagnostico dei disturbi psichiatrici, e vivono nell’indifferenza e l’assuefazione generale. E lo stato c’è poco e male, il più dell’assistenza si regge sull’iniziativa privata. E se voi siete tra quegli italiani cui tanto piace l’autocommiserazione e siete convinti che la burocrazia che c’è da noi sia l’unico caso al mondo o che il Welfare sia migliore in altri paesi, vi consiglio di vedere il film I, Daniel Blake.

Voto: è strano venire dal sud d’Europa, dall’Italia e il Portogallo, in un paese ricco, e vedere tutta la povertà e il disagio che non avevo mai visto.

Comunque scherzi a parte, anche se mi sembra di essere in un’altro pianeta per il loro modo di comunicare, la loro educazione così affettata da rasentare la maleducazione, la loro non conoscenza della stella che da noi chiamiamo sole, le loro pelli trasparenti che sembrano tutti usciti da The others, IL fish and chips e il colsterolo e le morte stagioni (morte davvero, quí). La Dama è felice. Forse perché sa che non è per sempre, che è una parentesi temporanea, prima di rotolare verso sud.

PS. Scusate se più vado avanti più scrivo di merda ma ormai ho tempo di aggiornare il blog solo dal telefono, che il bianconiglio mi ricorda che in UK è sempre tardi

Grigioverde e mattoni rossi

Diario di bordo da N., England.

– Grigioverde e mattoni rossi. Questa è N. e probabilmente l’Inghilterra tutta, in questo agostonovembre, in cui son partita dall’Italia con quaranta gradi e sono atterrata in parka ed ombrello, e capelli elettrici, sopra le sopracciglia aggrottate.

– Alla fine c’è da veder il lato positivo. Che ogni volta che il sole sfavilla per dieci minuti tutti schizzan fuori di casa, nei parchi castani di corteccia e scoiattoli, e verde brillante di foglia e speranza, speranza che duri, almeno per un po’.

– E’ vero che gli inglesi parlano sempre del tempo. E te credo, con le quattro stagioni che vorticano veloci tutte nel giro d’una giornata, che conviene sempre esser vestiti leggeri sotto l’ombrello, il cappello, il cappotto.

– Gli inglesi sono very polite. Così educati che non è raro andare a sbattere a qualcuno e sentirsi chiedere scusa. Personalmente lo trovo falso e sgradevole. Faccio un errore e qualcuno mi dice “I’m sorry, my fault!”. Urto vecchiette per strada e queste subito: “Scusa!”, non capisco una ceppa di quello che mi dicono e sono loro che non sono stati chiari. E a me sale la terronità e vorrei dirgli “stà sereno, cumpà!”.

– Gli inglesi ti dicono sempre che il tuo inglese è ottimo. Non so se è perché loro non parlano generalmente altre lingue. Quello che so è che non è vero, perché quando ho chiesto un sandwich chicken and bacon mi sono vista consegnare un brownie (?!).

– Gli inglesi sono completamente pazzi, di notte. Di giorno non è raro imbattersi nell’umanità perduta ma di notte, di notte, tutti gli schemi, le regole, la precisione, l’educazione, la compitezza, se ne vanno ampiamente a puttane. E allora le donne vanno in giro nude, su tacchi alti come trampoli, sotto ceroni di trucco che da noi si vedono al massimo in tangenziale, mentre le sbirciamo incredule da sotto le pashmine e le giacche. Le risse, le persone in manette, le ragazze che sbattono alle vetrine, i ragazzi accasciati a terra, e quelli che barcollano, e quelli che vomitano, e quelli vestiti da batman, che io mi chiedo che cazzo devono avergli fatto, a ‘sti inglesi, per ridurli tanto male. Io pensavo nulla potesse battere la movida spagnola, ma il fatto è che il sud Europa è una grande festa, N. è una grande nevrosi d’alcolisti e pazzi urbani, che la persona equilibrata sembra essere l’eccezione.

Che sia la mancanza del sole, mi chiedo.

Eppure sono felice. In questa casetta di mattoni rossi e finestre ampie e bianche, con i coinquilini adorabili, con un lavoro a termine, ma importante, importante per gli altri, che non sto chiusa dentro ad un ufficio a impegnarmi per una ditta, ma per persone, per quell’umanità perduta che aiutiamo a ritrovarsi.


Sono felice perché a N. ci sono i gabbiani, come a Porto, come a casa.

Sono felice quando parlo col mio inglese terrone, o quando un sorriso britannico sincero si accompagna a un vezzeggiativo carino. “How is it going, pet?

Sono felice di avere un collega rosso, rossissimo, con gli occhi chiarissimi, e infantile e simpatico, e un po’ strafottente, ma che ogni tanto arriva veloce a vedere dove sono, o mi guarda, e si accerta protettivo: “Is everything ok?“.

Sono felice delle serate del weekend a ballare tantissimo con tantissima gente, a ridere fino alle lacrime per i personaggi incontrati.

Che alla fine, Everything is fine.

Zugvøgel festival – complice, preda, predatrice

I primi due giorni li passiamo a Francoforte, come fossero la prova generale di una relazione che abbiamo deciso di inscenare. Lui aveva chiesto alla Limonera cosa amo e cosa non mi piace mangiare, era preoccupato qualcosa potesse andare male, e la prima sera ha preparato una cena casalinga con i fiocchi che sarebbe dovuta essere una sorpresa.

Il terzo giorno stipiamo una piccola auto con tutto l’occorrente, zaini, tenda, chitarra. Studio Daniel nella selezione degli oggetti, è molto diverso da me che sono sempre minimal e essenziale, al massimo eccedo un po’ nelle precauzioni da tempo (una felpa in più, una maglia di lana, canottiere…). Lui ha una borsa piena di libri, ha preso un mazzo di carte, i dadi, almeno tre diversi tipi di lubrificante, due pacchi e mezzo di preservativi. Non riesco a non ridacchiare.

“Vabbè, non si sa mai”, ridono le labbra di ciliegia.

Arriviamo dopo due ore e mezza di macchina percorse in direzione del confine belga, e io sono molto poco contenta. Continuo ad avere in mente lo Psymagicmind portoghese, una folla di zombie che si agita fuori tempo sulla stessa musica che si ripete fino alla nausea, 24 ore di incubo in cui sembra di essere caduti in un loop spazio temporale.

Ma lo Zugvøgel si presenta subito come tutta un’altra storia.

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Il bosco è arredato di funghetti di plastica colorati e luminosi, amache imbottite, sacchi di iuta pieni di fieno dove lasciarsi cadere e riposare, reti su cui adagiarsi, soppalchi sugli alberi arredati con sgabelli e panchine in legno, lampade, e lanterne, e colori, e meduse di carta, e acquari fluo. E io mi sento Alice nel Paese delle Meraviglie e non ho bisogno di drogarmi, né di bere più di una birretta, addirittura non faccio neanche un tiro di sigaretta, anche grazie a Daniel che mi morde ogni volta che dico che un drummino ci starebbe proprio bene.

Ci sono stand con molta scelta per il cibo, dagli hamburger con carne di cinghiale al messicano, dalle zuppe condite di coriandolo e pepe rosso ai wursterl, dalle patatine fritte alle focacce impastate a mano: prezzi accessibilissimi e ottima qualità.

C’è un palco che dà su una vallata mozzafiato e ogni giorno musica dal vivo: ebraica, cubana, brasiliana, tedesca.

C’è Narnia, che è la postazione di un DJ nascosta in una radura cui si accede passando per un grande armadio, con il cotone delle magliette che solletica il naso e carezza le guance.

C’è un terzo palco che passa musica trance, ma è molto varia, mi stupisco del fatto che mi faccia ballare. La gente è presente e calda, ogni sguardo incrociato è un sorriso.

Ogni giorno ci sono workshops diversi, io mi fiondo subito a fare yoga. Poi ci allunghiamo su un prato, a guardare il cielo e le spighe alte che ondeggiano e lo decorano da questa prospettiva.

Mi accorgo allora, con quella luce, che gli occhi di Daniel non sono blu. Sono un azzurro glaciale di tigre siberiana, e per quanto sorrida l’effetto è quello di un predatore che pigramente guarda la sua preda. Sono quasi un bianco azzurrato, ora.

“Sei sicura che quello che vuoi è una coppia aperta?”

“Sono sicura che è quello che voglio sperimentare, ora. Non che sia quello che voglio”

“E come ci sei arrivata?”

“Ci sono arrivata quando ho capito che non riuscivo ad amare in modo puro. Che quando ero gelosa o possessiva non praticavo amore ma insicurezza ed egoismo, del tutto inconciliabili con l’amore. E che la mia stessa insoddisfazione nasceva da questa confusione, da questo voler amare rendendo l’altro non felice ma uno strumento al servizio della mia felicità, pretendendo mi completasse e mi compensasse in tutto, che mi desse tutto, che fosse perfettamente aderente al mio io. Che tirannia e violenza e viltà…”

Sorride.

“Ti piacerebbe anche fare qualcosa con me e qualcun’altro?” mi chiede.

“Sì”

“Sono situazioni delicate, se non c’è complicità, non si deve perdere il contatto con il partner. Comunque che situazione preferiresti?”

Ci penso un po’.

“Con un’altra donna. È un’esperienza che mi manca”

“C’è da sviluppare una buona connessione a due, prima”

“Non credo avrei alcun problema, sinceramente”

Lo Zugvøgel è stato sorridere a una ragazza con i dreadlocks e il viso largo e bello di nativa americana. Sorridere a lei, a lui, a lei che sorride a me, che si gira curiosa e sorride a lui.

“È incuriosita da noi”.

Lo Zugvøgel è stato il workshop di massaggi, in gruppi da quattro, che chi era di turno a ricevere riceveva un massaggio a sei mani.

È stato il workshop di yoga acrobatico, a cadere sull’erba ridendo con una ragazza francese snella quanto me, dopo aver tentato di sollevare Daniel, alto il doppio di noi.

È stato poter indicare liberamente ragazzi bellissimi a lui, che voleva capire qual è il tipo di uomo che mi attrae, o flirtare col barista da smorfiosa mentre Daniel mi guarda e scuote la testa.

Allo Zugvogel c’erano quattro docce. due con la tenda e due senza. Io e Daniel ci siamo scambiati un’occhiata e abbiamo capito che non avevamo voglia di fare la fila per un po’ di privacy. Ci siamo spogliati e fatti la doccia gelata nudi, ridendo e urlando per il freddo, davanti a tutti quelli che aspettavano in fila.

È stato il sesso in tenda, dove abbiamo scoperto come al suo ordine “Vieni, adesso” il mio corpo risponde. Dove per la prima volta sono venuta senza battere ciglio, gli occhi calamitati nei suoi di tigre siberiana, che non mi hanno concesso di nascondere niente del mio offuscamento, la mia perdizione, il mio piacere, che quindi per una volta non sono stati più solo miei, ma suoi, visibili, alla sua mercé.

Lo Zugvøgel è stato smascherare i suoi alibi e vederlo vulnerabile e spaesato, e stringere la sua testa al petto. “Ho come la sensazione di aver aspettato anni per potermi riposare in te”.

Ma lo Zugvøgel è stato anche la mia rabbia a un suo braccio attorno alla vita di un’altra per cui io non sentivo alcuna connessione, mentre lui mi ammiccava.

“Stavo per prendere e baciare quel ragazzo bruno, solo per vendetta. Ma non voglio essere così”

“Perché sul momento mi hai nascosto il fastidio? Prima di tutto veniamo io e te, ma dobbiamo essere limpidi. Se tu mi nascondi quello che non va per orgoglio come faccio a esserti complice?”

“Qual è il confine fra essere aperti e essere compulsivi o squallidi Daniel?”

“Io voglio solo avere cura di me e di te. Essere felice e farti felice, e sembrava ci tenessi tanto a coinvolgere un’altra donna”

“Che mi piacerebbe non vuol dire io ne abbia bisogno o sia necessario. Non voglio costrizioni, ci dev’essere della spontaneità, o meglio niente. Che non era aria, con lei, che non c’era un’attrazione tra me e lei, mi pareva evidente!”

“Mi sorridevi, come poteva essere evidente?”

“Cosa volevi facessi? Che dicessi davanti a lei – no, scusa, Daniel, ma lei non mi piace?”

“Senti, io voglio solo passare tempo con te, abbiamo bisogno di conoscerci meglio e creare una connessione che sia abbastanza forte da sapere come comportarci in queste occasioni, da capirci senza essere assertivi. Tu però non mi devi nascondere cose, o è come se ti escludessi da sola. Se hai paure, insicurezze, se non sei sicura di volere fare questa cosa, non dirmi il contrario solo per orgoglio. Se qualcosa non va basta un cenno e io mi prenderò cura di te. Però non dobbiamo mai, mai cadere in vendette e compensazioni, o non è amore, diventa una lotta. Ok?”

“Ok”.

“Io ti mostro le mie vulnerabilità. Ti dico quando mi rendi nervoso e il cuore mi scalpita, quando mi sento nudo a un tuo sguardo, quando sono geloso, quando hai ragione. Tu non sei per niente sopraffatta da me. Sei così sicura. Ma orgogliosa”

“Pretendo di essere sicura”

“Per la maggior parte del tempo lo sei”.

Lo Zugvøgel è stato lui che mi ha chiesto di vedere una foto di Jorge.

“È un bellissimo uomo. Insomma, hai due ragazzi. Mi sento minacciato da questa connessione che avete e che forse è più forte di quella che abbiamo noi. Sono geloso, anche se non pretenderò mai di possederti, se non mentre scopiamo”

“Non devi. Mi hai dato immediatamente cose che lui non riesce a darmi. Non per una sua mancanza, semplicemente perché è lui, non è te. E se la mia storia con Jorge sembra avere qualcosa di più profondo è probabilmente perché abbiamo avuto più tempo”

“Dama io ho impostato le mie aspettative con te su zero, perché è questo che mi hai fatto capire. Ma se trovassi un buon lavoro per te, in Germania? Io in futuro vorrei dei figli, con te. Potremmo averne e rimanere una coppia aperta”

“Andrò in Inghilterra, per un anno”

“Ma se ti trovassi un lavoro migliore? Potresti fare meno mesi, in Inghilterra, no?”

“Non credo lo farei mai”

Domani sarò in UK.