Di quando mi decisi a fare l’autostoppista solitaria

Era molto che volevo farlo. Per mesi avevo analizzato pro e contro, avevo razionalizzato paure (ma su, Dama, mi dicevo, è più facile ti stupri uno mentre torni a casa di sera, che uno che sta guidando in autostrada, eppoi la maggior parte di violenze su donne sono domestiche, statisticamente è più pericoloso sposarsi), avevo preso in esame ogni eventuale misura di sicurezza (accettare solo passaggi da donne? Dire che come misura di sicurezza fotografo la targa e mando la foto a un amico? Vestirmi come uno scaricatore di porto per fugare eventuali dubbi? Portare uno spray al peperoncino? Naaaaaah, occhi aperti, viaggiare di giorno, vestiti casual e basta), avevo pensato alla possibilità di incontrare forze dell’ordine al casello, quello sí, un guaio.

Alla fine sapevo di avere un quadro della situazione abbastanza chiaro e cosciente e che ormai non restava che cogliermi di sorpresa… ma non troppo. Mi sono auto-tesa una trappola, semplicemente smettendo di pensarci ad alta voce.

Al momento di fare lo zaino per Pesaro ci ho infilato un cartone e un pennarello, che funzionassero da promemoria, quasi un consiglio. Mi sono limitata a non prenotare un viaggio di ritorno e a sospendere ogni pianificazione e giudizio per bloccare sul nascere qualsiasi dubbio o paura – avrei sempre potuto cercare un treno sul momento, se non me la fossi sentita, non ero mica in Burundi.

Quando ho finito il colloquio sono uscita all’aria aperta salata di Pesaro. Era quasi mezzodì, non avevo più un posto per dormire e non sapevo dove andare. Allora sono andata alla fermata dell’autobus. Sono salita su una circolare chiedendo all’autista di avvisarmi alla fermata più vicina al casello autostradale.

Un sorrisetto divertito mi affiorava alle labbra “ok, quindi lo sto facendo davvero”, pensavo stupendomi da sola.

Avevo già viaggiato con l’autostop. Mai da sola, però. Il fatto è che a una donna si fa del terrorismo psicologico. Io sapevo che il rischio reale è molto ridotto rispetto al rischio percepito (un maniaco in​ un parco ha molta più libertà di movimento, per esempio. Un criminale per strada può essere lí in modo mirato e pianificato – e armato. Allo stesso tempo è vero che un rischio minimo rimane, ma ogni cosa rappresenta un rischio, anche stare a casa troppo tempo al computer o parlare al telefono senza auricolari).

Dicevo che ero cosciente del fatto che il rischio percepito fosse maggiore del reale,  ma allo stesso tempo avevo bisogno di provarlo a me stessa, di abbattere quest’altro limite mentale personalmente, di farlo almeno una volta per dimostrarmelo in modo pratico. E la questione era tanto più pressante quanto più il mondo mi grida che sono una donna, e che quindi, soprattutto da sola, non posso. E no, cazzo. Se voglio posso benissimo. Ed ero veramente incazzata, tanto più che su internet avevo trovato le testimonianze di un autostoppista uomo che si permetteva di stroncare sul nascere con i suoi pareri le donne: non è una cosa per noi, pare.

Avevo voglia di rompere questo velo di timore che la società ci cuce addosso, dissolvere con un gesto tutte le frasi limitanti vestite spesso da paternalismo protettivo: “lo dico per te, che è pericoloso”.

Senza contare che molti killer di autostoppisti hanno ucciso donne  e uomini indistintamente. Ma rimane in ogni caso un fattore ininfluente, perché il serial killer più vicino a voi potrebbe prendersela con gli uomini biondi, per esempio, o con le donne che vanno in palestra. I pedofili si appostano fuori dalle scuole, a volte, non per questo si smette di mandare i bimbi a scuola. Questo per dire che o decidiamo che fino a smentita nessuna condizione è sicura o decidiamo di vivere e che fino a smentita ogni condizione lo è. Poi magari si eviterà di fare autostop di notte in mutande, ecco. Cioè si userà un minimo di accortezza in ogni cosa.

Mi urtava essere limitata in questo tanto più che l’autostop è una cosa bellissima. È l’unico modo di viaggiare che ti rende libero addirittura da te, dai tuoi piani, dai tuoi programmi. Una volta che sei lì per strada, il tempo, lo spazio, l’economia, acquistano un altro significato. Non sai quando e dove arriverai, o con chi, hai solo una direzione. Non paghi nulla eppure dai sempre qualcosa in cambio: tempo, parole. Con l’autostop si rivaluta il valore del racconto, lo storytelling diventa moneta di scambio. Chi ti prende vuole raccontarti qualcosa di sé o vuole ascoltare la tua storia. Allora si torna tutti più umani. Ci si carica di positività, quando si vede che c’è gente buona, che ci può essere fiducia reciproca (per questo ho deciso che mai farò la foto ad una targa, si instaura il sospetto e viene meno uno dei principi fondamentali, a mio parere), che possono esistere sorrisi grandi fra sconosciuti.

Nessun altro metodo di viaggio ti rende così libero, perché scopri che per viaggiare non hai bisogno che di volontà. Non servono soldi. Non serve una macchina. Non servono orari, stazioni, luoghi prestabiliti. Potenzialmente ogni luogo può essere un luogo adatto, ogni momento il momento buono.

Quando sono arrivata al casello ho estratto il cartone e il pennarello. Il sole batteva mezzogiorno, ho rapidamente fatto qualche calcolo, non mi conveniva cercare di tornare a casa, ho deciso di fare una tratta più breve, per allungare un po’ il viaggio e andare a trovare amici, ma anche perchè mi sentivo cavia di me stessa e volevo iniziare a sperimentare un tragitto poco impegnativo. Allora ho controllato sulla mappa e ho scritto sul cartello CIVITANOVA, accovacciata al bordo della strada mentre le macchine mi sfrecciavano di fianco. Cento chilometri, non di più, perfetto come trampolino di lancio.

Ho alzato il cartello e tirato fuori il braccio, attenta a lasciare abbastanza spazio perché gli automobilisti avessero tutto il tempo di vedermi e di accostare prima dei caselli. Il sole scottava, ma ero ottimista: non sarei restata lì a lungo.

Sorrido e agito il cartello, qualche automobilista mi fa cenno dispiaciuto, va nella direzione opposta. Qualche signora sembra offesa dalla mia presenza e a me vien da ridere, quasi ballo, col cartello tra le mani. Guardo con speranza soprattutto ai camion, mi è già capitato di viaggiarci, so che i camionisti si annoiano a star soli tutto il giorno e sono una grande risorsa per gli autostoppisti. Invece dopo al massimo un quarto d’ora si ferma un’auto scura, a bordo un uomo al telefono. Lo guardo attentamente dal finestrino, ascolto la mia prima impressione istintiva sul suo viso, lo sguardo, la postura. L’istinto non è infallibile, ma ci comunica tanto, per via del linguaggio non verbale. Niente campanelli d’allarme.

“Aspetta un attimo, Amanda…” dice alla donna la cui voce è amplificata dalle casse della radio “Io vado proprio a Civitanova”, dice rivolto a me. “Perfetto! Allora mi dai un passaggio?” “Certo, sali!”, sorride. Quando salgo ha ricominciato a parlare con la donna, non so bene di cosa. Passiamo il casello e decolliamo veloci sull’asfalto. Io sono troppo concentrata a sentire la mia euforia e a scoprire con piacere che non sento titubanza o timore battermi nel petto, dopotutto anni di autostop in compagnia e carsharing solitari mi hanno allenata alla situazione.

Quando l’uomo chiude la conversazione si presenta. “Piacere, Andrea. Scusami ma era una telefonata importante”.

Andrea non è minimamente sorpreso dal fatto che una giovane donna stia facendo l’autostop al casello. Tutto sembra perfettamente normale. Parliamo di viaggi e parliamo di noi. Andrea mi dice che sua mamma pensa sia un Andrea all’incontrario, lui, che vivrebbe di notte e dormirebbe di giorno anche adesso che è un uomo. Mi dice che ci è arrivato in Olanda, in autostop, una volta. E mi parla a lungo di Cuba come di un vecchio amore. Io gli parlo un po’ di me e mi dice che sono un’avventuriera come lui.

Quando parliamo di Couchsurfing mi dice che è troppo pianificato, che il passo successivo è non organizzare neanche dove dormire, che mi sorprenderei di come le soluzioni si presentino da sé… O di come si sopravvive comunque quando le soluzioni non si presentano. Io sono molto divertita dai suoi racconti e il viaggio passa in un battibaleno. Quando arriviamo a Civitanova Andrea si ferma in un bar, dove posso chiedere informazioni su come proseguire per arrivare a casa dei miei amici. Insiste per offrirmi il caffè e si offre di darmi un altro strappo fino alla fermata dell’autobus. Ci salutiamo con un gran sorriso “Ti penseró quando andrò a Cuba, hermano!”, “Buon viaggio Damina!”.

Quando sparisce all’orizzonte controllo gli orari, devo fare ancora una trentina di chilometri. Valuto: ho un autobus che passa fra quasi un’ora, tanti pensieri positivi e un pollice.

Stendo il braccio di nuovo, se si ferma qualcuno prima, meglio, altrimenti sono comunque già alla fermata del bus. Qui aspetto di più. Perdo un paio di passaggi perché non ho controllato bene la mappa e credo, a torto, che mi fuorvierebbero. Quando passa l’autobus l’autista non si ferma e mi fa spallucce, anche se gli faccio cenno. Scopro che sono alla fermata di un un’altra società di trasporti. Furiosa distendo il braccio – fanculo il trasporto pubblico, che mi vedi sotto al sole dell’una e mezza in questo luogo deserto senza manco una pensilina e non ti fermi perché sono alla fermata della concorrenza.

A destinazione, poi, mi ci portò un vegliardo contadino. Gianluca anche non sembrava per niente sorpreso del fatto che fossi lì a chiedere passaggi col pollice in aria. Mi disse che lui con l’autostop ci andava a scuola tutti i giorni. Che ora c’è più diffidenza.

“Vedi, Damina”, mi disse bonario cantilenando con marcato accento marchigiano “non si sa perché ma l’uomo vede criminali ovunque, oggi, una volta c’era più solidarietà. Oggi ci si dimentica che il criminale esiste, ma è l’eccezione. Noialtri siamo quasi tutti gente normale. Come i nostri vicini, i nostri amici…”.

Mi racconta dei suoi tempi, mentre io gli racconto dei miei. Poi inizio a riconoscere la zona. “Puoi lasciarmi da queste parti, sono vicinissima a casa dei miei amici”. “Grazie di cuore” sorrido dal finestrino una volta scesa. “In gamba!”, ammicca lui, e va via.

Quando arrivo a destinazione sono le due e mezza circa, avevo finito il colloquio intorno alle undici e mezza. Con nessun mezzo pubblico avrei fatto così in fretta, ma soprattutto con nessuno mezzo pubblico sarei arrivata a destinazione così positiva e carica.

Piú tardi, quando la mia amica mi vede correre e giocare col suo fratellino, finanche sullo scivolo, mi guarda incredula: “Ma tu non eri quella a cui non piacciono i bambini?”. È esterrefatta, mentre mi segue con gli occhi correre mano nella mano col ragazzino per andare a vedere gli animali, e l’orto, e la vallata. “Due!” Le urlo arrampicandomi su una balla di fieno, con Michelino alle calcagna. “Due cosa?”, “Oggi ho abbattuto due pregiudizi!”, me la rido stringendo in un pugno un bouquet di fiori e carote che mi ha colto il bimbo.”Chi parla per assoluti, in un senso o nell’altro, è sempre un minchione!”.

Anche lui mi guarda con tanto d’occhi: “Ma… ma non è che ti è tornato lo spirito bambino?” mi fa serio, cercando di raggiungermi.

“E quando se n’è andato?”.

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12 comments

  1. Demonio · giugno 29

    Mitica dama!Ovviamente sono d’accordo con tutta la riflessione sulla percezione del pericolo e giustamente hai citato il luogo domestico come uno dei più violenti e pericolosi in generale per i più deboli quindi solitamente donne e bambini. Ma in generale anche luoghi familiari o ritenuti sicuri (vedi oratori…) nascondono insidie. L’autostop come hai detto benissimo è un atto di reciproca fiducia ed è qualcosa di cui nel mondo c’è bisogno.
    Come te anche io lo facevo solo ai caselli lasciando perdere le statali o provinciali per un semplice calcolo logico: chi entra al casello comunque si deve fermare tanto più che il Telepass all’epoca non esisteva(o era una rarità) ed anche oggi non è così diffuso!
    E quindi sapendo che si dovevano fermare io sapevo che avrei potuto sfoggiare il mio miglior sorriso e con educazione e gentilezza chiedere: mi scusi, per caso andrebbe a… e tutto questo scegliendo la macchina(quelle vecchie le scartavo!) ed il guidatore(o la guidatrice!) scartando macchine con più di una persona perchè…si mi fido ma se nel caso trovo un matto almeno si è alla pari! E niente…io, al contrario di altri viaggiavo che era una bellezza e pure le donne mi facevano salire e quasi tutti mi dicevano…io non do mai passaggi a nessuno ma….ma ero troppo forte!:-D

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    • La dama distratta · giugno 29

      E neanche a farlo apposta un esimio cardinale proprio oggi è posto sotto inchiesta! Bravo, l’esempio dell’ambiente religioso è il più calzante e non ci avevo pensato.

      Ma quindi tu ti mettevi proprio proprio attaccato al casello? Uahahahahahhahaha, giusto è una bella pensata! Io mi ero messa a metà strada, invece, quindi erano le macchine che sceglievano se fermarsi, non io a scegliere le macchine… Però anch’io come riserva avevo tenuto quella di declinare eventuali passaggi da parte di più uomini. Uno solo che guida ha pure almeno una mano impegnata, due sono poco controllabili:p anche se ho pure pensato che alla fine un pazzo solo è statisticamente più probabile che incontrarne due insieme…
      Sai che le donne invece spesso mi deludono? Le reazioni più avverse di solito le ho avute da loro. Nei miei trascorsi sono capitate coppie, al massimo ma mai donne senza uomini a fermarsi… Eppure mi aspettavo che vedendomi da sola si sarebbero fermate, fosse pure solo per preoccupazione. Sono contenta di sentire che la tua esperienza su questo fronte è diversa

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      • Elle Estenvoyage · giugno 29

        Il mio ultimo passaggio sono stati due frati e due volontari in rehab che li aiutavano col giro del cibo ai senzatetto!!! Esperienza stupenda! Soprattutto perché mi son chiesta se salire o no in auto con 4 uomini… E poi mison detta sì! In città però eh, fuori non mi sono mai avventurata! Ho avuto però l’onore di caricare un’autostoppista mentre ero in macchina con mio padre!! Mia madre non ce l’avrebbe mai permesso…

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      • La dama distratta · giugno 30

        Che grande e che bellissimo autostop 😀 poi il bello è proprio questo, ci si rende di quanto è vario il mondo, che una volta ti carica uno zarro e una volta un frate. A me una volta è capitato il furgoncino con tutta una famiglia sudamericana, un sacco di ragazzini a sgranocchiare noccioline e a guardarci perplessi XD bello, comunque sono contenta ci sia un’altra autostoppista e caricatrice d’autostoppisti qui:)
        Per il ruolo inverso qualche giorno fa ho visto un uomo che cercava un passaggio e non mi sono fermata perché ero sola, mi sento ancora la coscienza sporca, ma con le mani occupate e da sola mi sentivo troppo in trappola. :/ Ancora mi dispiace ma ho caricato solo quando ero in compagnia.

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      • Demonio · giugno 29

        E si, una donna sola difficilmente da un passaggio ad un uomo ma effettivamente non vedo perchè non darlo ad una donna!Boh…la cosa in effetti mi lascia interdetto e senza spiegazioni ma…una volta di più conferma la mia teoria che non esiste nessuna “sorellanza” tra donne!
        Comunque a me è sempre andata bene, solo una volta uno era dell’altra sponda e mi mise una mano sulla gamba ma gli dissi subito che a me piaceva la figa quindi…gli andò male! Invece un fatto curiosò mi capitò con una che dopo qualche mese incontrai in un locale…e lei conosceva l’amico con cui stavo…venne da noi…ci guardammo e (io non l’avevo riconosciuta li per li!) subito mi fece: ma tu sei quello a cui ho dato un passaggio!L’unico a cui l’abbia mai dato! E sei pure amico di Daniele!:-D
        Era pure una gran bella donna…peccato che era leggermente in compagnia del ragazzo e quindi…figurati se ci usciva un lieto fine!

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      • La dama distratta · giugno 30

        Ma guarda, secondo me la “sorellanza” potrebbe ben esistere in modo naturale, se ne esiste molto poca credo sia per un fattore culturale, cioè la società ci cresce in un modo estremamente competitivo e repressivo, con dei canoni estetici inarrivabili e regole su quello che possiamo o non possiamo fare col nostro corpo, la nostra testa e la nostra vita. Quindi credo molte donne crescano deboli perché tentano di conformarsi a questi modelli (che poi sono spesso contraddittori, non va bene fare troppo sesso perché si è promiscue e non va bene farne poco perché si è frigide, non va bene trascurarsi perché si è cozze e non va bene curarsi o si è zoccole e così via), poi si deve assolutamente POSSEDERE un uomo e una famiglia – e le donne sono numericamente di più, quindi azzerando le rivali. Questo porta a un confronto rabbioso e spesso invidioso con le donne che si percepiscono diverse (perché si deve legittimare il modo in cui abbiamo scelto di esserlo noi, donne, dobbiamo dimostrarci di farlo giusto, di essere Donne con la D). Io ci ho dovuto lavorare per capire che quando provavo un determinato fastidio al passaggio di una donna molto scoperta era perché trovavo avesse un bel corpo e temevo magari lo fosse più del mio, oggi lotto perché ognuna si vedrà o si svesta come cazzo le pare senza ricevere un giudizio, ma insomma, è stato un traguardo. La stessa cosa vale per il sesso, quando parlavo delle mie avventure molto libere le amiche un po’ infastidite erano quelle che conducevano una vita opposta: mettevo in crisi il fatto che fosse assodato che l unica cosa giusta da fare fosse una relazione monogama e fedele, instillavo il dubbio sulle proprie scelte. Idem qui, credo che molte donne non si fermano non per paura ma quasi per azione punitiv,a : “una donna non deve stare in mezzo a una strada a chiedere passaggi, ti sei ribellata? Fai liberamente quello che vuoi? Rimani lì, così ti passa la voglia”.

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      • La dama distratta · giugno 30

        Ma manco le biasimo, probabilmente quelle di loro che mi hanno fatto anche segni di riprovazione sono nate in u ambiente in cui dalla culla hanno sottratto ogni libertà: sei donna, quindi studi, ti sposi, fai figli e curi la casa. Posso capire il fastidio e anche l’incomprensione nel capire che no, non è tutto scritto dalla nascita e che sì, ci sono diversi modi di vivere. Scusa il papiro è che a sto fatto della sorellanza e del suo perfetto opposto ci rifletto da molto, credo ci farò un post, prima o poi

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      • Demonio · luglio 1

        Si, la penso esattamente come te e dalle mie osservazioni personali spesso ho visto che tutto quello che hai descritto sfocia in rancori e risentimenti ed invidie che generano, specie nei gruppi ristretti, delle faide interne micidiali! Essere percepite come una minaccia poi la dice lunga su come questa società generi paure ad ogni livello! Ormai è tutto competizione e o partecipi al “gioco” oppure di fatto sei una sorta di asociale esiliato e amen!

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  2. Demonio · luglio 1

    Ps papiro? Mi piace leggerti , sei una bella mente e stimoli sempre riflessioni o confronti utili! Smetterò di leggerti quando diventerai banale o ripetitiva tipo quelli che ogni lunedì fanno il post sulla tragedia del lunedì…ogni martedì e che è martedì…e ogni giorno sparano le stesse inutili cazzate condite magari da altre idiozie! Ma credo che non sarà mai il tuo caso!

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  3. titti onweb · luglio 1

    Bellissimo racconto e guarda, non pensavo esistesse nemmeno più fare l’autostop visti i pericoli che non possiamo far finta di non vedere! Ma l’autostop l’ho talmente tanto amato che non posso dimenticare il divertimento….

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