Pesaro

Per la prima volta mi ritrovo sola in un alberghetto di una cittadina di mare, che sento casa, come sento casa ogni luogo dove l’aria sa di sale ed è navigata da rondini e gabbiani. Li amo, i gabbiani, mi piacciono particolarmente le loro ali, come tra i fiori un giorno ho scelto i tulipani. O forse m’hanno scelta loro, strillandomi nel cielo un benvenuta al mondo, come m’hanno scelta le settembrine sbocciando un saluto nel mio giardino, quando per la prima volta ho aperto gli occhi al cielo.

È la prima volta che sono sola in una stanza d’albergo. Questi anni sono ricchi di prime volte, ancora, e ora so che sempre lo saranno e non può che essere così.

Esco con l’avvicinarsi del crepuscolo, percorro il lungomare di biciclette e piedi nudi sui marciapiedi. Le città di mare spesso si vestono a villaggio e uniscono tutte le generazioni su ferri vecchi e pedali. Bimbi, ragazzini, adulti, anziani, tutti su due ruote a ondeggiare placidi i manubri, a fare un concerto di raggi di bicicletta che dialoga col cicalare dei pini marittimi​. Le città di mare spesso fioriscono di librerie come nessun altro luogo.

I ragazzini sono tantissimi. Giocano a palla, pedalano arrampicati in due o in tre sulla stessa graziella, si riuniscono in gruppetti, fanno la corte alle ragazzine che si scoprono donne nelle mani che spostano i capelli dietro l’orecchio e le ciglia che s’abbassano civettuole. Certe spiagge sono interamente popolate di ragazzini, un’isola di ragazzini sperduti che giocano a essere grandi, coi genitori dimenticati chissà dove e i piedi neri.

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Mi ricordano serate di campeggio e teli da mare condivisi, mani che si sfiorano e sguardi timidi sopra cuori impazziti. Mi chiedo come mai tutti finiscano per dare il primo bacio al mare. Cos’ha il mare, che sussurra d’amore. Forse è che il filo dell’orizzonte parla di lontananza o che i fondali gorgogliano delle paure umane. Forse che il pelo dell’acqua è così cangiante e mutevole, che riflette parvenze invitando a cogliere il vero, e la quiete, prima che la rena si riempia dei detriti di mareggiata. Forse che le onde leggere e tepide suggeriscono di lasciarsi carezzare prima che arrivi novembre, con un’effige di foglie brunastre e l’odore umido e penetrante della linfa che macera, sale su per le narici ed evapora lontana. Forse è che canta di notte come una murena che siamo tutti naufraghi su questo pezzetto di terra emersa, che nuota nello spazio.

Rocca

 

Visito Rocca Costanza di mattone antico, voluta da Costanzo Sforza di cui prese fiera il nome, quando sorse al tramontare di un Quattrocento intenso, che il Vasari volle appellare di Rinascimento. La circumnavigo all’esterno, misurando a passi il verde del fossato, sottratto agli Sforza da Cesare Borgia il Valentino, figlio di Papa e figlio di puttana, che guidò inviso i cavalli francesi alla conquista dello stivale e fu Principe spregiudicato di Machiavelli. Percorro il fossato che Leonardo da Vinci volle riempito non d’acqua ma di mare d’Adriatico e lo guardo chiedendomi come l’avrà guardato, quel visionario di Leonardo da Vinci, e mi dico che di certo l’avrà visto più peloso, questo fossato, dal di sotto delle lunghe sopracciglia, dal di sopra della lunga barba.

Una volta in Piazza del Popolo mi dico: che bella semplicità di nome, per una piazza, dovrebbero chiamarsi tutte così. Mi siedo su un gradino. Comincio a chiedermi dove sia il palazzo Ducale. Ci penso, ci penso e non lo trovo. Guardo sulla mappa, ci penso, ci penso e non capisco dov’è e perché non l’ho visto. Ci penso, ci penso e non lo trovo perché ci sono seduta sopra. Scarto un panino, col culo sul palazzo Ducale e guardo i passanti. Vedo un incredibile quantità di carrozzini e bambini e genitori di bambini e bambini che bambini quasi non lo sono più e allora penso che quasi tutti quei bambini avranno bambini e mi dico cazzo, non è mica vero che non si fanno più bambini – è un complotto delle case farmaceutiche – e penso a tutte le altre città del mondo che brulicano di esseri umani, e mi sento un po’ strettina.

Guardo tutti questi bambini che avranno bambini e mi dico che gli insetti e le erbe e le stagioni morte e vive, e quelle mezze – che sono moribonde – mi dico insomma che gli insetti e le erbe e le stagioni e il creato tutto ce lo tirerebbe un bel calcio in culo per esserci appropriati del mondo e parlare di Crescita Zero come si trattasse d’un rischio il non diventare di più di sette miliardi.

Col culo sul Palazzo Ducale mangio un panino guardando i passanti e all’improvviso mi sovviene l’incredibile animalitá dell’uomo. Che non importa che inventi palazzi e bibite pubblicizzate e automobili e biciclette, non importa che inventi Rocca Costanza e la mafia e Leonardo da Vinci e la solidarietà e la tortura medievale, non importa che inventi l’idraulica, le parole, il giardinaggio, lo yoga, i pianoforti, gli aerei, i pazzi, le tribù, i naufraghi, le mongolfiere, le bolle di sapone, le bombe atomiche, il razzismo, il filantropismo, la filatelia, le mode, le collezioni, le piante finte, le razze canine, gli arazzi, gli aghi, le droghe, le allucinazioni, le società, i filari, le comari, il tabacco da pipa e il macramè. Non importa cosa l’uomo inventi di orripilante o meraviglioso o mediocre, rimane pur sempre una scimmia con l’alopecia. E qui, col culo sul palazzo Ducale, questa verità mi si manifesta particolarmente visibile, non so perché.

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Mi sovviene arrogante anche la mia di animalità, chiusa nei sandali alla romana e l’orlo di una gonna da zingara che svolazza leggera scoprendo le ginocchia e inseguendo le caviglie,  nei fianchi larghi che ondeggiano nei passi cadenzati sotto il vitino stretto che sembra fatto apposta per essere afferrato.

Sono a Pesaro per lavoro ma la serendipità vuole che a sera io non sappia ancora se ho trovato un impiego ma per lo meno ho trovato il Pesaro film Festival: Drôles d’oiseaux il film carino e surreale di Elise Girard, adorabile la figlia di Isabel Huppert nel ruolo della protagonista.

 

Mi chiedo che avrebbero detto gli Sforza o i Borgia se gli si fosse raccontato che qualche secolo dopo la gente si sarebbe riunita lì, davanti casa loro, ogni anno, a guardare in silenzio uno schermo luminoso magico dove appaiono giganti tra i tuoni delle loro voci.

Mi chiedo cosa diremmo, noi, se qualcuno ci raccontasse cosa fanno gli abitanti di Piazza del Popolo nel ventitré giugno duemilaottocentotrè.

Torno all’albergo per dormire la mia prima notte sola in una stanzetta d’albergo a stella marina sul materasso matrimoniale. Mi sento orgogliosa di quello che sono diventata. Mi sento forte nella mia indipendenza. Mi sento completa, oggi. Mi sento grata a me stessa della giornata che mi sono regalata, delle cose che ho osservato, delle cose pensate, di come come mi sia piaciuto stare con me. Mi sento orgogliosa per aver smesso di fumare, per aver iniziato a fare yoga, per viaggiare, per aver iniziato a preferire le cose fatte da sola che fatte con cattive compagnie, mi sento orgogliosa per uscire fuori dai miei limiti mentali, per mettermi alla prova, per migliorarmi, per tendermi da sola trappole per sviluppare risorse, per aver voglia di fare cose che, giuro, non potrei fare mai.

Nello zaino ci sono un cartone e un pennarello. Il giorno dopo sarei partita per il mio primo viaggio in autostop. Da sola.

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11 comments

  1. Demonio · giugno 26

    Ora resta la curiosità di sapere se quel lavoro lo hai preso! Ed anche di sapere dove sei diretta!

    Liked by 1 persona

    • La dama distratta · giugno 26

      Per il lavoro c’è da aspettare il responso. Per la direzione presa dopo Pesaro… Sicuramente ci farò il prossimo post il primo autostop in solitaria merita qualche parola 😉

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      • Demonio · giugno 26

        Allora aspetterò! Poi ti racconterò la mia infallibile tecnica di quando da ragazzo lo facevo anche io! 😀

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      • La dama distratta · giugno 26

        Non vedo l’ora! 😀

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      • Demonio · giugno 26

        🙂

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  2. redshift · giugno 26

    Brava! Mi piace molto la tua scrittura, così avvolgente ed evocativa: si nota cura nel scegliere le parole e in certi rimandi letterari, senza sacrificare la spontaneità.
    E in bocca al lupo per il lavoro, e in generale per il tuo “viaggio” (reale e metaforico)!

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    • La dama distratta · giugno 26

      Grazie, mi fa molto piacere, soprattutto che tu abbia colto quegli echi letterari, c’è qualche scrittore in particolare che mi sento sottopelle 🙂

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  3. PuroNanoVergine · giugno 26

    Mannaggia, ora comprendo che il nick che mi sono scelto, in particolare la V di PNV, dipende in parte dalla mia preferenza per la montagna, che non sussurra d’amore 🙂

    Il tuo bel post (complimenti per la qualità della tua scrittura) mi ha evocato questa canzone di Ivano Fossati (si parla d’amore, di navigazione in coppia…):

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    • La dama distratta · giugno 27

      In realtà il mare sussurra di chiappe al vento, solo che mi pareva eccessivamente prosaico. La montagna la amo anch’io, ma la conosco meno e ne ho un po’ più paura, per esempio non andrei mai (le ultime parole famose…) a fare trekking da sola, e questo mi limita molto. Ma forse mi ha dato solo uno spunto per la prossima barriera da superare :p
      Grazie per l’apprezzamento e per la canzone, non la conoscevo. Molto bella 🙂

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      • PuroNanoVergine · giugno 27

        Ti vedo già in tenuta da trekking 😉
        Pensavo di aver linkato un video live di Fossati e invece.
        Se ne hai voglia ti linko la canzone cantata direttamente da lui (ha una voce profonda che rende uniche le sue interpretazioni, a mio parere migliori rispetto a quelle, pur ottime, di cantanti come la Mannoia, Mia Martini, Anna Oxa, che spesso hanno eseguito suoi pezzi)

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      • La dama distratta · giugno 29

        Sto ascoltando proprio ora, che dal telefono non riuscivo ad aprire il link, grazie 🙂

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