Gattoni nordici e prove di fedifraghia

Il mio vichingo è proprio un gattone nordico da letto.

Ci siamo conosciuti ad Aprile ad una festa, abbiamo per lo più ballato, parlato poco, o chissà, che l’alcol ottunde i ricordi. Stranamente, anche se ubriachi, il sesso è stato subito wohsesso. Quello che dici whooo e poi ridi come un ebete senza motivo perché le endorfine ti ballano nel cervello come una giostra.

La mattina dopo, questo ormai placato gattone nordico da letto, dopo avermi coccolata come se non fossimo due sconosciuti che si sono incontrati 12 ore prima, mi disse: “devo portarti fuori per un appuntamento vero” e io gli risposi: “ma perché? Si sta tanto bene a letto”.

Così, per mesi, il nostro rapporto è stato questo: hai da fare mercoledì? No. Ci vediamo? Ok.

Lui arriva a casa mia puntuale come il britannico di origine scozzese che è. A volte con lo zaino per dormire in modo da raddoppiare le sedute di sessoterapia sera e mattina (e a me scoccia un po’, perché anche se è un caro ragazzo voglio dormire da sola). Viene a casa, poggia la bici, andiamo su, ed è subito sesso. Subito.

Buon sesso. È che questo vichingo conosce il suo corpo, il suo piacere, ed è sessuoempatico, capisce il mio, capisce dai gesti e dai movimenti se ho voglia che mi domini, e allora mi fa sentire la forza mentre mi blocca un braccio, o mi tiene aperte le gambe e mi masturba. Allo stesso tempo capisce quando è il momento di rallentare. Non so se sia empatico emotivamente, è empatico fisicamente però.

Se lo dovessi descrivere con poche parole, direi che è bravo all’ascolto. L’ascolto del suo corpo e piacere. E questo lo rende ricettivo o comprensivo anche di quello altrui.

Dopo quattro mesi da quando la nostra amicizia sessuale è iniziata abbiamo deciso di andare fuori per una birra. Insomma, primo appuntamento dopo quattro mesi di sesso. È stato strano. Strano vederlo concuna scenografia alle spalle che non fosse quella della mia camera da letto. E strano anche perché dopo quattro mesi di lui conoscevo solo il corpo.

“Ah. Che lavoro hai detto che fai? Ah! Già!”

“Ma quanti anni è che hai?”

È stato weird. Ma sotto sotto piacevole, perché poi siamo andati a scopare, ma sapendo che alla fine abbiamo un rapporto amichevole.

La cosa più positiva è la semplicità. Cioè è sesso buono, completamente slegato da coinvolgimento emotivo, pretese, implicazioni, ma non squallido, rispettoso e trasparente.

Quando ho passato con D. La fase in cui non sapevo se fossi monogama il vichingo non ha fatto una piega, mi ha detto: “se hai trovato qualcuno che vale la pena, go for it. E non pensare che da parte mia ci saranno cattivi sentimenti perché ho apprezzato il tempo passato insieme. Se invece puoi continuare a vedermi sai che sono felice di farlo”.

Minchia. Gli uomini trasparenti ed equilibrati.

L’ho visto ieri. Sempre impeccabile. Due ore di sesso davanti lo specchio, tutti e due in hangover, ma non si sarebbe proprio detto. Tanta è l’intesa sessuale che siamo venuti insieme. Poi si è placato.

Lo guardavo esausto e sorridente, con quel corpo da personal trainer e quel fare da gattone nordico che si accoccola a riposare e fare le fusa.

Non abbiamo molto da dirci come al solito, ma ci diamo i soliti baci appacificati, ci diciamo che è stato proprio woh, ci coccoliamo un po’ e ci rivestiamo.

Ho una cena con amici e deve andare via prima che arrivino, mi sembrerebbe weird invitarlo.

Mi ha lasciata soddisfatta, col sorriso, con il solito messagino per ribadirmi che è stato bello.

Eppure.

Eppure ho questo gattone da letto che sa che dal dieci gennaio cercherò di avere una relazione monogama.

Eppure ho una testa rossa di un ex collega che ancora spunta sul mio telefono per dirmi che gli mancano i miei capelli, la mia faccia, e le mie tette.

Eppure ho Jorge che mi commenta tutte le citazioni del libro che mi ha regalato d., E che pure mi ama.

E allora dico minchia, è vero che per il momento sono libera ma forse non è che è il modo migliore per iniziarmi alla monogamia.

Io pensavo che questa fase di transizione lenta mi aiutasse a diventare monogama, ma il problema è che mi piace, mi permette di continuare a non rinunciare a nessun aspetto di me e a nessuna sfumatura di relazione.

Sviluppo il lato ormai solo platonico, quello solo fisico e quello fisico e sentimentale. E soprattutto, non rinuncio alla me cazzona, quella che esce e fa uma cazzata tanto per, e il giorno dopo ne ride o dice “mai più”, ma sempre prende la vita con leggerezza, e con un esperimento.

Oggi mi sono guardata allo specchio, il mento grattato dalla barba del vichingo mentre scrivevo a D. che mi manca, e flirtavo col mio ex collega rosso, e mi sono chiesta: ma non è che è che invece questa gradualità è una prova di volo per la fedifraghia?

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L’età della ragione. O della stitichezza.

Il discorso, gira che ti rigira, è sempre lo stesso: le relazioni.

Tanto indispensabili per la scimmia sapiens, quanto croce, perché modellate culturalmente, ossia, secondo ordini e norme immaginari. Questi ordini immaginari scoppiano in contraddizione con la biologia dura e pura. Gli istinti, infatti, ci dirigono verso soluzioni diverse.

Ed ecco qua che si cerca di appianare la contraddizione, senza in fondo riuscirci mai: non possiamo essere solo biologia, la nostra capacità di astrazione ha formato un mondo parallelo e importante quanto il primo, ma relativo e piu velocemente soggetto a modificazioni (se c’è bisogno di generazioni per un’evoluzione genetica, a volte basta un giorno per sostituire una cultura ad un altra, guardate, per esempio, cosa successe con la rivoluzione francese).

Le relazioni e le forme di relazioni, sono contingenti e culturali, e relative, quanto gli ordini politici, le credenze religiose, le norme sociali.

Venerdì sera sono uscita e ho rimorchiato questo bell’uomo del Middle Est. Un bel esemplare di Aladin che, a causa della musica, ho capito si chiamasse Mortazza. La mia amica iraniana mi ha poi detto fosse più probabile si chiami Morteza, ma a me non è che interessi molto il nome.

Fatto sta che Mortazza, da brav’uomo mi ha chiesto il numero, ha ballato con me, e poi mi ha detto che sarebbe voluto uscire fuori qualche giorno. Io gli ho detto “sì sì” (pensando “no, no”, che va bene il sesso casuale ma almeno gli appuntamenti me li posso risparmiare adesso che sarò fidanzata con contratto dall’inizio di Gennaio).

Dato che Mortazza è andato via, io non ho perso tempo a limonarmi un esemplare ispanico (perché sempre loro? Perché? Non è che li cerco, mi perseguitano). E me lo sono portata a casa. Ecco: l’inutilità.

Il sesso incapace, modello coniglione 2.0, che nonostante i miei numerosi tentativi di dargli un ritmo riniziava epilettico, al punto che l’ho fermato, nessuno dei due è venuto, e buonanotte ai trombatori. La mattina dopo gli ho detto di prendere un taxi e lui mi ha risposto “Ma in che città siamo?”.

Quando mi alzo, vado in bagno e trovo delle macchie di sangue sul mio asciugamano. C’era un rasoio sul lavandino, peli sulla ceramica, insomma, in quattro e quattr’otto ho ricostruito gli avvenimenti meglio del tenente Colombo: la mia adorata coinquilina polacca usa il mio asciugamano da viso per tamponarsi tagli da rasoio.

Ero in preciclo. La cucina era paragonabile a quello che rimane di una cucina se ci ci bunkera dentro per due settimane senza portare fuori la spazzatura o avere accesso a spugne e sapone.

Ho scazzato. Brutto. Con i coinquilini. Anche con me stessa.

La settimana a lavoro era andata bene, ma fra lavoro, viaggio, mettere le pezze ai disastri dei coinquilini, ai miei, e tutto il resto, giuro che non avevo avuto il tempo manco per cagare. Giuro. Stitichezza da lavoro full-time. E il weekend l’ho speso a riparare danni tralasciati in settimana e post sbornia e pezze emotive per la serata inutile.

Ed è a questo punto che mi ricollego all’inizio: le relazioni. Io credo che le relazioni siano il prezzo che paghiamo per non vivere con una coinquilina polacca per tutta la vita.

Per non scopare sporadicamente solo per poi scoprire che si è capitati con una scopata che fa godere quanto l’uso di un cottonfioc in fase di otite acuta.

Le relazioni monogame, forse, sono la soluzione alla mancanza di tempo, e di mezzi della vita moderna.

Sabato mi sono svegliata e tutto quello che mi andava di fare era andare a vivere con D., dire sayonara alla coinquilinanza con altre quattro persone, fare squadra, e, finalmente, ritrovare il tempo per andare a cagare.

Che il poliamorismo resti agli studenti, ai disoccupati, ai diversamente occupati, e a tutte le persone felici, insomma.

La Ehy!aculazione femminile

Il punto g. S’è parlato tanto, del punto g, tanto da crearne una sorta di legenda metropolitana: tutti lo nominano e quasi nessuno sa cos’è, un po’ come lo spread.

La Dama, nei suoi anni universitari, fra la preparazione di un esame di linguistica e una lezione di metrica, ogni tanto si distraeva on-line a fare ricerche poco pertinenti. Il flusso dei pensieri andava più o meno cosi: il dittico giambico… Dittico… Che cazzo era il dittico giambico? Cerchiamo online il dittico giambico. Digita: si può raggiungere il punto g con un ditalino?

Ecco. Iniziate le mie ricerche, i pochi articoli letti dicevano non ci fosse evidenza scientifica di questo fantomatico punto g e che il famoserrimo squirting con cui le porno star diventano un ibrido tra la donna e la doccia, non fosse altro che urina.

Un po’ facendo la schizzinosa, un po’ per sentirmi la solita dama razionale, avevo archiviato sbrigativamente la faccenda decidendo di far parte della schiera degli scettici. Il punto g, l’eiaculazione femminile? Bufale. Dall’alto del mio piedistallo pseudo scientifico non ci ho pensato più per un po’.

Fino a quel momento. Il momento dell’esame di latino.

Proprio così. Molti universitari sapranno che lo studio da esame solitario e intensivo è la prima causa di masturbazione studentesca. Non i porno. Lo studio. Perché tu sei là sui libri da quattro ore, il corpo reclama la sua esistenza sentendosi frustrato dall’immobilismo, il nervoso agita lo stomaco mentre ci si agita sulla sedia, ed è un attimo che uno si ritrova da giocherellare con una penna a click, a giocare con una mano nelle mutande.

L’esame di latino, essendo stato per me il mostro finale delbmio percorso universitario, la sfinge monumentale degli esami, il colosso a sbarrare la strada prima della laurea, è stato fonte di molta stanchezza, molta frustrazione, e molti orgasmi.

Tra un ditalino e l’altro, tanti me ne sarò fatti, che a un certo punto m’ero pure un po’ annoiata. Ed eccimi là, a cercare di nuovo questo fantomatico punto g online, così, a tempo perso. Adesso che erano passati un po’ di anni da quando avevo raggiunto la mia conclusione che non esistesse, era giunto il tempo per ridare una sbirciatina veloce.

Quello che ho scoperto, è che nel frattempo su iternet erano fioriti siti e siti sul punto g e l’eiaculazione femminile: nuovi articoli con le ultime scoperte scientifiche a riguardo, guide scritte, videoguide, forum: una selva di sapienza popolare e non.

Tra i vari siti mi sono imbattuta in una sobrissima pagina dove c’era l’immagine che dovrebbe assumere la mano e varie dritte per scoprire questo squirting. Inutile dire che, esasperata dallo studio, mi sono messa subito all’opera, anche se ancora scettica, alla fine non avevo nulla da perdere.

Neanche ho dovuto aspettare molto, che ecco qua: ho orgasmato eiaculando. E la sensazione: oh. mio. dio. Col tempo ho scoperto che non solo potevo venire così, ma che stimolandomi al contempo esternamente potevo avere due orgasmi, insieme. E mano sul fuoco che fossero due orgasmi diversi, perche potevo averli in contemporanea, o prima uno e poi l’altro, insomma che bella cosa mi ha insegnato questo esame di latino!

E questa eiaculazione, nonostante non una doccia come quella dei porno, è definitivamente something. È più densa, esclusione assoluta che sia urina.

Ma allora veniamo a riassumere i suggerimenti vitali per provare (o far provare) questa cosa se non la si prova già.

1) PRELUDIO

Relax. La prima cosa è essere in completo relax, il fattore mentale è quello che blocca di più.

A. Fatelo per farlo, non per il risultato, o diventa un’ansia da prestazione e non succede mai

B. Sì, la sensazione precedente, sarà uguale a quella di urinare. E non la si deve bloccare, anzi, si deve assecondare. L’idea vincente è quella di fare tutto a vescica vuota così le donzelle stanno più tranquille, e anche, di stare su uno (o due) asciugamani.

2. IL PUNTO G

Veniamo alla geografia. Questo famoserrimo punto g è sulla parete anteriore. Quindi senza stare a girare come matti da tutte le parti basta andare con un dito, massimo due, a toccare (col popastrello), la parete anteriore. A pochi centimetri di profondità c’è una parte un po’ ruvida (tutti su internet dicono spugnosa, a me pare solo ruvida). E all’inizio non è che dica un granché se la toccate. Dice invece un granché se la pressate ritmicamente. Fondamentalmente c’è da spingere, col dito un po’ ad uncino. Se la sensazione dopo un po’ è quella di fare pipì grandioso, l’avete trovato, continuate e prima o poi succederà il miracolo.

3. SPIDERMAN

Passiamo ora alla posizione della mano. Allego foto che è sicuramente più chiara di qualsiasi spiegazione verbale. Ma se volete anche la spiegazione verbale eccola: voi siete spiderman e volete fare una ragnatela.

Consiglio: all’inizio non stimolate anche esternamente, altrimenti le sensazioni si mischiano e non si capisce bene che cazzo sta succedendo.

4 NOTE A MARGINE

Personalmente, non mi è mai capitato che questa cosa succedesse in compagnia, ci sino andata vicina ma poi è sempre sfuggita. Allora ho pensato possa essere utile fare il sunto delle ragioni in modo che, specialmente gli uomini, capiscano quali possono essere le barriere psicologiche.

a) L’ignaro. Se non so espressamente che il mio partner sarebbe felice che io squirtassi, ma che, soprattutto, sia al corrente di cosa sia l’eiaculazione femminile, non mi sento propensa (ed è anche difficile che completamente a caso tocchino i tasti giusti). Anche perché è un po’ un macello. Mai mi andrebbe di ritrovarmi su lenzuola bagnate con un tipo perplesso.

b. Il troppo curioso. Niente è meno erotico che vedere un tizio che dopo due minuti da quando ha iniziato a toccarti, ti guarda come se si aspettasse di vederti diventare un geiser. Calma. E non solo calma, anche spontaneità e gioco. Se succede succede, se non succede probabilmente ci si è divertiti lo stesso. Insomma niente ansie da prestazione, please.

Anche perché insomma, è una cosa piuttosto intima. Se si decide di provare a condividerla con qualcuno è una bella cosa, ma sentirsi guardati come se si fosse un cinema non è piacevole. E non è intimo.

Ecco qua. Penso che più o meno sia tutto. Buon divertimento.

Poligamia a contratto e vichinghi da letto

“Dama ma si può sabere qual è il problema?”, accento spagnolo che istantaneamente mi fa sparire ogni pippa mentale.

“Ma no, niente. È che abbiamo detto che possiamo vedere altre persone però… Boh, in pratica non lo stiamo facendo. Vorrei capire concretamente che succederebbe se vedessi qualcuno”

“Non lo so. Cosa vuoi che ti dica. Vuoi che ti inciti come fai tu, tipo – dai, vai! Scopati a tutti! -… Non ce la faccio. Tu fai quello che vuoi, solo non esagerare. E non me lo dire. Se non lo so non mi interessa. Ma questa cosa di dirci tutto non so come la reggo, magari poi mi farei paranoie. Io ho deciso che mi trasferisco là a gennaio, punto. So che mi ami, sto tranquillo così”

“Ma non so, io preferisco saperlo se succede qualcosa al posto di farmi paranoie quando magari manco c’è bisogno… Con Jorge abbiamo sempre fatto così”

“Con Jorge. Jorge non si stava per trasferire lì né tu stavi per trasferirti a Madrid” – punta di fastidio – “penso fosse diverso, no?”

“Probabilmente, sì”

“Allora facciamo così. Tu non me lo dire, io te lo dico”

– Me sembra Natale –

“Ma l’ultima volta non dicendolo non stava funzionando”

“L’ultima volta ero più insicuro. Magari volevi stare con qualcun altro. Adesso il fatto che mi dici che mi ami, e che so che a gennaio già siamo insieme mi fa stare più tranquillo”.

Quando chiudiamo la chiamata penso al mio vichingo da letto. Mi ricordo esattamente al tatto le sue labbra, i baci taglienti. Ricordo la pelle bianca con le efelidi delle sue spalle sotto le mie dita. Ricordo le sue, di dita, che mi tengono sdraiata e con l’altra mano mi penetrano, manco c’avessero il GPS mi scoprono il punto g cosí bene che mi bagno da morire e mi viene voglia di squirtare.

Soppeso un attimo l’idea del mio vichingo personal trainer e massaggiatore nel letto, quieto come un gattone, dopo l’amore, che fa le fusa come un felino grosso e nordico, di un altra specie.

Di un’altra specie. Poi ricordo tutte le volte che non capisco manco che cazzo mi dice.

E poi tutte le volte che capisco quello che dice ma non mi interessa.

Penso a tutte le volte che si è presentato da me direttamente con lo zaino per rimanere a dormire che io pensavo “oh, jesus”. Mi tocca parlarci pure all’alba. Altre cose che non mi interessa sentire, altre cose che non mi interessa dire.

Col vichingo siamo usciti insieme solo una volta, per una birra. È una caro ragazzo. Solo, non abbiamo niente che ci attragga eccetto la mera fisicità. È un sesso molto strano, perché molto buono, e molto scisso da qualsiasi sentimentalismo. È un sesso tecnico. Il Monti del sesso.

È un po’ come masturbarsi con un toy di lusso, solo che quando hai finito non ci entra nel cassetto, occupa tutta una piazza.

Non ho avuto voglia. Sarà la sveglia alle 6.

O sarà D. Che non solo me lo voglio scopare ma non vedo neanche l’ora conosca i miei (mai successo prima in vita mia). Sarà che penso al sesso con lui e non è solo tecnico, è espressivo: è espressivo di eccitazione, gelosia, amore, voglia d’appartenenza. È comunicativo. È quello che ti prende all’improvviso in un parco nazionale, in macchina sotto la pioggia di montagna, la mattina e ti fa perdere il treno. È quello che anche dopo che è finito rimane amore, e risate, e ancora voglia di starsi vicini.

Io sinceramente ancora non sento che questi siano due mondi che si escludano a vicenda. Cioè non sento che collimino neanche, figurarsi contrapporsi o competere. Ho ovviamente meno necessità di sesso, quando so che ho quello e di più con D. Allo stesso tempo penso anche che, qualora mi svegliassi con la voglia, dovrei rivedere anche il mio vichingo, o chi per lui. E così farò.

Comunque adesso ho una relazione aperta. Aperta solo per me. Con scadenza il dieci gennaio. Io boh.

Inghilterra – anno II – atto I

E’ successo che la Dama Distratta s’è scordata di scrivere sul Diario del giorno dopo per un bel po’. E allora ricapitoliamo le ultime puntate.

Sono ancora in Inghilterra. Anzi, ho iniziato questo diario che vivevo in Portogallo e ora è iniziato il mio SECONDO anno in Inghilterra.

Stessa città di N., casa diversa, lavoro diverso, campo diverso. In realtà, da Agosto ad ora, di lavori ne ho cambiati quattro. q.u.a.t.t.r.o. Che un po’ spiega perché fra domande, colloqui, training, lavori in ristorante e licenziamenti io non abbia avuto molto tempo per scrivere.

Ora lavoro in una cittadina universitaria britannica vicina e faccio un tranquillo orario d’ufficio, con mansioni accettabili, che non è entusiasmante, ma dopo le minacce di morte e aggressione dell’ultimo anno suona un po’ come: “riposo”.

Come ho detto ho cambiato anche casa, altri pezzi di cuore di coinquilini sono volati via e in cambio mi ritrovo loro: Polacca, Italiano, un quarantenne Catalanoindipendentistaveganoattivista e una Svitata inglese. L’italiano è un amore, ma per gli altri vale la pena spendere qualche parola.

Polacca è una pazza venticinquenne con degli standard igienici che mi fanno temere riesumerà in casa una qualche malattia debellata. Tiene gli avanzi in frigo per tre mesi, tira fuori dalla sua camera tazze con caffè ammuffito da tre ere geologiche ed è in grado di fare esplosioni nel cesso che manco Fukushima, puntualmente il giorno dopo che io ho pulito il bagno. Tromba col ragazzo scozzese così rumorosamente che tremano le pareti. E a volte ci si mette anche la Svitata Inglese. Che quando mi ci metto anch’io non capisco come sia possibile non venga giù tutta la casa. Insomma. Un allegra magione. Sporca.

Catalano si definisce da sé. Troppo vegano pure per l’altra coinquilina vegana (la Svitata Inglese) è capace di cagare il caz*o durante tutto un pasto per esporre le sue teorie demenziali che uniscono cabala e gnosticismo, psicologia ed esoterismo, il pacifismo più aggressivo mai visto con antivaccinismo e altre assurdità, ma poi se vede un barbone per terra con sangue che gli esce dal capo non si ferma “perché è lui che si è ridotto così”. Catalano compra le verdurine che gli arrivano dallo sfruttamento d’un animale chiamato Sapiens in Argentina e poi blatera di antispecismo, sentendosi la coscienza come quella di Batman perché non ha finanziato qualcuno che raccogliesse uova di gallina in un allevamento familiare di Bari. Vabbeh.

La Svitata Inglese ha ricevuto un pacco per posta qualche giorno fa da un presunto hotel. Io l’ho raccolto dal pavimento pensando: Mah. Un hotel. Quel pacco postale conteneva, come mi ha spiegato con gran sorriso, MDMA che le hanno spedito direttamente dall’Olanda. E questo può bastare. Full stop sul discorso coinquilini.

Passiamo alla situazione Mutande.

Eh, mica facile pure qui. Con D. era iniziata per gioco, che facevamo i tantrici quando ci siamo conosciuti, ma alla vigilia del suo trasferimento in Francia.

Abbiamo continuato per gioco che viaggiavamo insieme, quando lo sono andato a trovare in Spagna. E poi in Francia. E poi di nuovo in Francia. Eppure continuavo a lottare per la mia indipendenza, per avere una relazione aperta, e continuavo a scopare col mio vichingo ad ogni tregua, e a sentire il mio Jorge quasi ogni giorno.

Poi lo sapete come vanno queste cose: una crisi di gelosia di qua, una di là, qualche paranoia sparsa, e si finisce col dire “dai, io ti amo, stiamo insieme, ma solo io e te”. E io ho acconsentito per fragilità, e anche per amore. E poi mi sono tirata indietro di nuovo: no, non ce la faccio ad essere monogama, non è quello che voglio, tanto andrà a finire comunque che io mi vorrò scopare un altro e tu un’altra, allora guardiamo la realtà in faccia dall’inizio, non ci caschiamo.

Abbiamo discusso. Ridiscusso. Scopato. Riscopato. Discusso mentre abbiamo scopato. Abbiamo pensato e ripensato la relazione, un taglia e cuci di opinioni e conciliazioni: “No, a me quella manica emotiva mi sta lunga”, “Fermati che secondo me dobbiamo allargare un bottone”, “Fanculo, dal tuo lato cade meglio”, “Certo che sei un po’ stronza” “Certo che tu mi vuoi fregare”.

Alla fine pensavo che fossimo arrivati a una conciliazione, inventando le regole di una relazione che cadesse a pennello sulle esigenze di entrambi. Senza scendere nel dettaglio, la conclusione suonava più o meno così:

Siamo una coppia aperta, adesso che siamo a distanza.

Se vediamo qualcuno, però, dobbiamo dircelo, così si evitano paranoie quando non ci sono motivi per fare brutti pensieri.

D. si trasferisce comunque da me a Gennaio, anche se io ho voluto la relazione aperta.

MA una volta che D. è qui, e siamo insieme, non c’è più la scusante della distanza e la Dama si impegna a provarci a fare la monogama.

Tutto benissimo. Tutto benissimo, se non fosse che con questa storia che se vediamo qualcuno ce lo dobbiamo dire la Dama preferisce dedicarsi a sessioni d’autoerotismo facile – che almeno non implicano discussioni.

Insomma. M’ha fregato.

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Mi sono arrovellata su soluzioni possibili. E ho creato la parodistica situazione in cui io spingevo lui a vedere altre donne in modo da recuperare anche la mia autonomia.

“Sì. Sì, tutto bene a lavoro oggi. Tu? Oh, ma sai una cosa? Pensavo, ma perché oggi non ti trombi una bella sbarbina? Come?… No, sul serio. Davvero, io ci tengo alla tua felicità e al benessere della tua prostata. No, davvero, non mi incazzo. No, no, io non ho bisogno di vedere altra gente al momento… Sì è solo che voglio sapere che sei libero. Voglio imparare ad amarti al di là delle libertà del tuo ca**o. No. No. Sul serio. Si deve imparare a far sì che l’amore non sia porre un limite, o possessione, ma sia amore a prescindere. Ah… Ah, non ne hai bisogno? ”

Insomma. M’ha fregato.

Ma che devo fare? E’ sexy, intelligente, viaggia. Lui mi sprona con lo sport e io lo sprono con le pippe mentali. E’ un uomo equilibrato (e-q-u-i-l-i-b-r-a-t-o!) con una spiaccata intelligenza emotiva (m’avevano detto fossero estinti). E c’ha pure la tartaruga. Gli piace l’arte. Leggere. Mi scopa bene. Cu-ci-na!

Fa il minchione, ridiamo tantissimo. E’ spagnolo e parla italiano e inglese benissimo. Ogni tanto io mi sveglio nel cuore della notte, lo sveglio perché mi ricordo che qualcosa che mi ha detto a cena non suonava bene, e gli faccio polemiche femministe a caso, tanto per rompere i coglioni. E discutiamo, lui in spagnolo e io in italiano.

Per la prima volta mi è capitato, per ben due volte di fila, di svegliarmi altre volte perché ridevo, nel sonno, standogli accanto “Dama? Che succede” “Ah, nnngnente, nnnngnente, sto sgnando”.

Non mi molla pure se io ogni due giorni per tre gli dico che voglio avere la libertà di scoparmi altra gente.

Mi ha pure regalato un polpo (storia lunga) e cucinato la paella per il compleanno.

E io non capisco se è Natale. O se è un’inculata pazzesca.

Triangolazioni geometriche e amori come Picasso

Con D. siamo tantrici, scrivevo qualche mese fa.

Con D. Ridiamo fino alle lacrime, cuciniamo cose buonissime, visitiamo posti ameni e a volte un po’ drammatici. Facciamo tantissimo sesso.

D. L’ho preso un po’ sotto gamba. L’ho conosciuto che si stava per trasferire in Francia, così ho pensato che potesse essere un altro amore breve a scadenza, da alternare con le ossessioni per i capelli rossi del mio collega e il sesso senza implicazioni con un giovane vichingo. Una triangolazione amorosa disegnata con squadra e matita, in modo che i pensieri fossero sempre spostati un po’ al di là del corpo, che le risate non si trovassero nello stesso posto dei sentimenti, che le emozioni e gli impulsi fossero sparsi e disseminati come coriandoli sul mio tavolo di geometra sentimentale.

D. L’ho preso sotto gamba. Quando è partito è tornato prima in Spagna e quando mi ha chiesto di andare a trovarlo gli ho detto “sì, ci penserò”, ma pensavo che no, non sarei andata davvero.

Quando me l’ha chiesto di nuovo gli ho detto “Sì, certo, poi vedrò se trovo dei biglietti economici”, ma poi non l’ho fatto.

Quando mi ha mandato gli orari e le date dei biglietti li ho subito comprati.

D. Mi ha fatto passare una delle vacanze più belle della mia vita: abbiamo nuotato in sorgenti di montagna e fatto l’amore in macchina, di fronte una strada, sotto l’acquazzone delle tre del pomeriggio. Visitato paesini medievali e mori, piccole città bianche di calce e scure di pescatori. Mangiato dolci di zucca fritti fatti dalla madre e usciti con i suoi amici.

Quando sono tornata mi sono sentita più vicina a lui, ma ho subio ripreso la mia mappa di amori geometricamente distanziati e collocati in punti diversi dell’atlante. Ho sentito Jorge: “Jorge, con D. Ci comportiamo come una coppia”. Mi ha presa in giro, un po’ divertito e un po’ punto sul vivo, poi mi ha detto: “Dama, ho bisogno di sapere che tu sarai sempre lì, così come ti ho conosciuta”. “Sono e sarò sempre qui per te, ma con un volto di fiume”.

Quando D. Mi ha invitata in Francia gli ho risposto che sì ci avrei pensato. Ma pensavo che non sarei davvero andata. Quando mi ha spronata di nuovo gli ho detto che sì, avrei controllato i biglietti, prima o poi. Quando mi ha mandato degli orari e delle date, ho subito comprato i voli.

Ci siamo incontrati a Nizza, in place Massena che stava per far buio e le luci s’accendevano nelle fontane. La mia triangolazione geometrica aveva funzionato, se è vero che quando l’ho visto ho schivato il suo bacio e l’ho abbracciato in modo fraterno.

Ma non era fraterno quel pugno nello stomaco che ho sentito quando ci siamo baciati nell’appartamento e all’improvviso c’è salita una fame di sesso come fame d’aria, come febbre. Non era fraterna affatto quella voglia che mi prendesse da dietro, che andasse più a fondo, che mi venisse ovunque.

Con D. Vengo sempre. Sempre.

L’ho guardato poi prepararmi la cena, con la spesa che aveva fatto prima che arrivassi, a torso nudo con quel bel fisico da sportivo, mentre io mi stiracchiavo nuda ancora un po’ sul letto. Formaggio, vino rosso, insalata, tortilla.

D. aveva tutto pronto: avremmo visto il mare di Antibes il giorno seguente, visitato un paio di paesini di montagna sulla strada per passare le prime due notti nel parco nazionale del Mercantour. Saremmo poi andati a passare le altre tre nel villaggio vicino Marsiglia dove si è trasferito, visitato les calanques, fatto snorkeling.

Non sapevo saremmo finiti anche in un paesino del Piemonte chiamato Limone in cerca disperata di una connessione internet per permettermi di fare il primo colloquio con Manchester da un bar di paese.

Non sapevo quante stelle avremmo visto mezzi svestiti sul balcone dello chalet di montagna. O quanto avrei sfidato le mie vertigini scalando un sentiero stretto e ripido a Tende. Non sapevo quando avrei amato lo snorkeling nel mare dei Calanques, di quanto mi sarei sentita in un altro mondo nuotando sott’acqua seguendo i banchi di pesci tra gli scogli selvatichi d’alghe a dondolare con l’acqua di mare.

Non sapevo quanto avrei riso, e quanto avremmo fatto l’amore, e quante coccole e quanto discorsi notturni a luce spenta sui massimi sistemi, io in italiano e lui in spagnolo.

Non sapevo che ogni giorno avrei sentito un “ti amo” salirmi sulla punta della lingua, da rificcarmi in gola pensando “No, non lascerò che le cose cambino, finché non lo dico, le cose sono ancora controllabili, geometricamente collocabili su una scacchiera, razionalmente passate al vaglio”. Le parole creano il mondo, mi dicevo, e mi rificcavo in gola quel ti amo notte dopo notte.

La penultima parliamo di come siamo dolci tra noi, di come sembriamo due adolescenti, di come ci facciamo schifo per quanto siamo attenti e coccoloni, e di come questa sia una novità per tutti e due, e di quali devono essere le ragioni di questo cambiamento.

D. Mi dice “ma io lo so perché mi comporto così con te”

“Perché?”, Perché si è innamorato di me, penso.

“Non te lo dico”

“Dai”, sì, si è innamorato di me.

“No, non te lo dico oggi. Te lo dirò un giorno”

“Va bene”

Lasciamo le cose così, ancora per un po’.

Lasciamo le cose così, che lui sa che vedo probabilmente altri uomini, e gli sta bene così.

Lasciamo le cose così. Eppure anche l’ossessione rossa del mio collega pare spenta come una candela sotto un bicchiere.

Il tempo delle mere (razionalità)

Quando scoprii l’amore avevo dodici anni, ed era estate.

Il campeggio estivo era più una sorta di villaggio: certo c’erano tende, di tanto in tanto, che s’aprivano sulle piazzole all’improvviso come funghi dopo un temporale e si fermavano per poche notti. Ma poi c’erano le roulotte, i camper, i bungalow di quelli che restavano lì, estate dopo estate, sempre gli stessi, sempre nello stesso posto, sempre con gli stessi vicini.

Nel villaggio le amache separavano una piazzola dall’altra, legate ai tronchi dei tigli e all’ombra traforata di sole che penetrava tra le foglie verdi a forma di cuore e dall’odore lievemente dolciastro.

Penso ancora la pace come una dodicenne stesa alla carezza leggera della brezza marina, dondolando appena al primo meriggio pigro, col rumore delle forchette dei pranzi dei ritardatari a tintinnare sul viale e la luce a brillare intermittente come goccia sulle ciglia appena aperte.

Ho scoperto l’amore un giorno, quando tra i piatti lavati nei lavandini comuni e una mattina di teli da mare e creme solari, scoprii che il ragazzo più bello del villaggio potesse essersi interessato a me.

Io ero a trovare mia cugina, nera di sole come tutti gli abitanti del villaggio, che s’era creata la sua tribù di amici e m’aveva presentata come la miglior amica, e io ero dunque “la nuova” ed ero un po’ timida di fronte tutte queste cose nuove.

Quando mi dissero che sembrava Pietro m’avesse messo gli occhi addosso non mi sembrò vero: era bello come un sogno e con un sorriso dolce e ammaliante e i capelli di miele scuro.

Quella sera, liberata dal sale, misi una gonna bianca e andammo tutti a ballare, c’erano balli di gruppo e liscio, ma tutto era in sordina, e ricordo scambiarmi messaggi con Pietro dal mio telefonino piccolo vecchio ed economico, con l’antennina sporgente, e adesso che sembrava così prezioso.

Pietro era appena un po’ più in là, ma io ero attorniata da tre ragazzine un po’ gelose, confabulando con loro e spifferando le parole della nostra conversazione, e lui era un po’ in disparte con gli altri ragazzi, così ci guardavamo di sottecchi e poi distoglievamo lo sguardo, io mi lanciavo in un ballo e a ogni piroetta lo spiavo ma solo con la coda dell’occhio.

La notte in cui si dichiarò mi chiese se volevo mettermi con lui,e io risposi di sì con il cuore che mi usciva dal petto, e una volta formalizzato ci sembrò che ora sì, ora potevamo, e ci baciammo. Era una notte tiepida di luna ampia sotto i tigli del parco giochi e il loro odore dolciastro e a me sembrò il momento più romantico del mondo, benché troppo bagnato.

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Pietro mi limonò così goffamente che dovetti fingere di abbracciarlo per asciugarmi la faccia sulla sua spalla, per non guardarlo negli occhi con il viso sbavato dal naso in giù.

Ma non faceva nulla! Lui era il ragazzo più bello del villaggio, e ora era il mio ragazzo, e io ero appena stata baciata per la prima volta, e dopo la buonanotte tornai correndo alla nostra roulotte, saltando per strada per sfiorare con le dita le foglie dei tigli.

Quando tornai alla roulotte non volevo andare a dormire, non volevo che quella giornata finisse, e d’altronde non potevo: quel giorno era il giorno che segnava tutto il mio avvenire.

Mi stesi sull’amaca a guardare le stelle, in quella notte tiepida e di luna ampia del giugno duemiladue, e cominciai a collegare cuori e nomi sulle stelle con lo sguardo e comincia a pensare che era perfetto, che Pietro sarebbe stato l’uomo della mia vita, ch’era un segno che fosse anche del paese di mio nonno, non poteva che essere un segno, saremmo stati insieme per tutta la vita, anno dopo anno, felici.

Fummo ragazza e ragazzo per una settimana.

Al termine di quella settimana cedetti alle lusinghe d’un biondo e al suo accento campano, baciai anche quello, mi sembrava Natale, per la prima volta scoprivo d’essere attraente, scoprivo d’avere il potere di affascinare e sedurre gli uomini, pur s’erano uomini ancora in miniatura, in divenire, un po’ degli ominidi, insomma. Scoprivo le lusinghe, i complimenti, i baci alla francese, le conferme. Scoprivo d’essere femmina e volevo usare questa mia nuova identità quanto più possibile, come una naufraga in apnea dall’infanzia ora aspiravo a boccate avide e frettolose i primi accenni del mondo adulto, ancora mezzo mischiato ai cartoni della Disney.

Cedetti alle lusinghe di questo nuovo pretendente e lui venne a saperlo.

Ricordo che il mio ragazzetto mi chiamò urlando: ero una stronza e non mi voleva vedere mai più, insomma, ero di nuovo singol. Poi scoprii che per giunta erano state le altre ragazzine a chiedere al biondo di sedurmi, per poi fare le spie e liberare di nuovo il ragazzo più bello del villaggio dalle mie braccia, o la sua lingua dalla mia faccia, insomma.

Ricordo che le parole (urla) di Pietro mi trapassarono come un ago, provai rimorso e pentimento, e una sorta di struggimento allargarsi come una crepa fra milza e stomaco. Non solo in quell’occasione vissi un lutto atroce da prima rottura che durò forse tre giorni, ma conobbi anche il tradimento: ne capii le conseguenze, vidi me stessa come meschina, egoista, un’orribile persona. E vidi la rabbia e il dolore che avevo causato all’esterno per togliermi una piccola soddisfazione. Non importa che Quella rabbia e quel dolore durarono tre giorni prima che Pietro si fidanzasse con mia cugina per due giorni, e poi con Flavia per quattro e con Veronica per sette: erano prove di volo, erano sentimenti adolescenti embrioni di quello che sarebbero stati da adulti.

Decisi che non avrei tradito ma più o, se fosse successo, che mi sarei subito costituita, che avrei dato all’altro il giusto diritto di scegliere come agire di conseguenza, e così ho fatto, fin ora.

Ma perché mi torna in mente il primo amore?

Perché forse mi sto innamorando, come una dodicenne.

E salterei a sfiorare le foglie dei tigli, se ce ne fossero.

Però lui non mi sbava la faccia.

Però io non smetterò di fuggire in un altro paese, e di amare anche Jorge, e rimanere indipendente. Non smetterò di vedere altri uomini, di fare sesso, anche se ora non ne ho nessuna voglia. Ma lui lo sa, e lo accetta – almeno per ora, lo accetta -.

Non smetterò di non pretendere che lui non lo faccia, che anche se lui non lo fa dev’essere una sua scelta d’ogni giorno e non una proibizione.

E’ il tempo delle mere (razionalità).