Fatalità

Penombra lunga e lenta, le nocche di lui strette sulle mie spalle, la mia spina dorsale nuda aderisce ai cigolii del materasso.

Una sagoma bruna e riccia mi scopa con sapiente maestria, e mi guarda le tette, e mi morde un capezzolo, e nella penombra lunga e lenta potrei non sapere se è Jorge o se è un medico trentatreenne portoghese, se è un affanno con accento mozzo di madrí o che miagola lusitano. Il ricordo fresco di parole scambiate mi risuona in mente come una nenia dolce ad ammortizzare gli urti dei nostri corpi affamati.

“Ti amo, Dama”

“È vero? Mi ami davvero?”

“So che sei la persona più importante, nella mia vita. Sì, ti amo”

“Ancora?”

“Ancora”

“Dopo un anno?”

“Anche quando saranno dieci”

Una sagoma riccia e bruna gioca col mio piacere e ne fa montagne russe, elettrocardiogramma di ipertensione, coi tamburi nel petto, i tamburi nel letto, i ritmi più antichi del mondo a scuotere i fianchi, a pacificare il pensiero e l’istinto, a fondere la rete di sinapsi ai cinque sensi. E in questa penombra lunga e lenta potrei non sapere se questa che mi assaggia e mi annusa e mi stringe e mi ascolta e mi guarda è la sagoma di Jorge o di un medico trentatreenne portoghese.

“Avrei potuto innamorarmi di te come una idiota. Intendo, sai… Ossitocina, dopamina, quella roba lì”

“Abbiamo deciso di controllarci, di non essere idioti, di non fare cazzate e mollare tutto, e illuderci, però vedi? Ancora ci amiamo”

“Abbiamo deciso di reinventare l’amore, dicevano in un film francese”

“E funziona, no?”

“Non so, nel film poi appariva una rivoltella. Jorge, è un anno che non ti vedo. Sei ancora certo che ci rivedremo?”

“Sì, senza dubbio alcuno”

Una testa bruna e riccia aderisce alla mia schiena, mi penetra da dietro, una mano che mi stringe il seno, i denti che mi mordono il collo e la nuca. E nella penombra lunga, lunga e lenta, non potrei davvero dire se è Jorge o se è un medico trentatreenne portoghese.

“Jorge, non so se mai deciderò di fare un figlio, ma se mai a quarant’anni deciderò di fare anche questo esperimento, è il tuo che voglio”

“Lo pensi ancora adesso, dopo un anno?”

“Anche quando ne saranno passati dieci”

“Sarebbe una piccola lattughina passionale”

“Sarebbe un pervertito”

“Un genio”

“O uno psicopatico”

“Sarebbe riccio, di certo”

“Sarebbe bello?”

“Solo se riprende dalla mamma”

“Farei un figlio solo per sperare avesse gli occhi di mio padre”

“Ti manca?”

“Mi mancherà, un giorno, da squarciarmi il petto – pazzo vuoto e maledetto”

Una sagoma bruna e riccia scende con la lingua in mezzo alle gambe, mi schiaccia il ventre con una mano, e disegna gemiti arrotondati e bassi, quasi dolorosi per la fretta e l’incapacità di morire in un orgasmo, che pure occhieggia vicino, vibra sotto pelle come bussasse per entrare, corrente elettrica su pensieri non conduttori nonostante i capelli di rame.

“Jorge?”

“Che c’è?”

“Non ti innamorerai mai più? Intendo ossitocina, dopamina, insomma… quella roba lì”

“No. Ho amato l’innamoramento. Ma è una situazione falsa, è come il mondo si approfitta di noi. Quando c’è uno squilibrio chimico nel cervello non siamo noi. Paracadutismo, orgasmi, sbornie, vincere una gara, droghe. Sono squilibri chimici nel cervello e sono magnifici. Ma non sono permanenti, si tratta di ore, al massimo, in cui non sei lucido… se potessi drogarmi d’amore come di una droga lo farei. Ma non è una night out. E’ essere rincretiniti per mesi”

“Ci sei mai cascato?”

“Solo una volta”

“E com’è finita?”

“Mi ha deluso”

“E questa cosa fra noi, come deve finire?”

“Non finirà, perché questo non è innamoramento, non è possessione, non è quotidiano. Questo è amore incondizionato. Io amo quello che sei, ti stimo, voglio vedere chi diventerai”

“Jorge, è passato già un anno. Quando ci rivedremo ci troveremo invecchiati di un anno”

“E poi di cinque, e poi di dieci”

“E chissà dove ci rivedremo”

“Ci incontreremo in Inghilterra, ad annaffiare i baci di maltempo”

“E poi in Italia al mare, o in Olanda tra i mulini a vento”

“Che ne dici di quando presenterai il tuo primo libro, e passeremo il tempo a detestare Milano?”

“Su un’isola di Scozia, che io chiamerò Thule e tu chiamerai Dama, o forse in Islanda”

“Ti vedrò diventare la donna indipendente che è scritto tu debba diventare”

“Ti vedrò invecchiare, Jorge, invecchiato tutto d’un tratto. e cosa farò quando avrai bisogno di qualcuno?”

“Farai la tua vita, come dev’essere, ma io saprò che tu esisti, che ti amo, che mi ami, e che per i miei malori c’è il servizio pubblico sanitario”

“Ci vedremo morire, Jorge?”

“No. Ma uno dei due lo sentirà”

“Non credo potrei sopravviverne”

“Lo vedi che non serve l’innamoramento, e il quotidiano, per amarsi?”

“Non morire, Jorge”

“Neanche tu”

Tiro i capelli di una sagoma bruna e riccia, e la trascino sotto di me, e la cavalco. La luce illumina il viso di un medico trentatreenne portoghese che non è Jorge, le parole, le parole che mi risuonano in mente sono di Jorge, ma chi mi scopo è un medico portoghese che svanirà con le luci dell’alba e non vale neanche un gran sorriso d’amicizia, qualcosa mi rende diffidente come un gatto, un sesto senso, una comunicazione non verbale.

Mi arrendo all’evidenza che l’orgasmo non arriverà e crollo al fianco di questa sagoma bruna e riccia, che è la sagoma bruna e riccia sbagliata.

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Alle luci dell’alba filtra il sole sulla mia solitudine, e bagna di luce il bordo dorato della tazza che stringo tra le dita e l’azzurro dei nontiscordardimè dipinti sulla ceramica. Le maniche troppo lunghe di questa maglia sformata mi avvolgono le mani. Abbraccio le mie ginocchia e mi guardo i piedi. Muovo le dita. Mi abbraccio, mi stringo, poi mi rilasso. Nuvole di vapore volano dal caffè alle nari, nuvole di pensieri come vapore volano a Madrì.

Che strada difficile brutta bellissima semplice, ho scelto, mi dico.

Ma forse non ho scelto. Forse non poteva ch’essere così.

 

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Un venerdì mattina

Un venerdì mattina mi ritrovo ad aspettare la metro con una boccia per pesci rossi in testa, la percezione delle distanze precaria, i ricci in gola.


Mi guardo un timbro sul dorso della mano e mi chiedo come sia successo che ieri limonavo un medico trentatreenne portoghese sul pianerottolo delle scale, la lingua anestetizzata dall’alcol a tuffarsi senza salvagente, la lingua senza chiedersi se avesse il sapore del bourbon, della saudade o dei perché.

Alla fermata della metro guardo le persone attraverso un macro microscopio, che ciò che è lontano vibra vicino di onde aliene e ciò che è vicino non lo è mai comunque abbastanza se tendo la mano.

Mi chiedo come sia successo che ieri fossi con le tette enormi di una stripper nuda in faccia, a sparlare del tempo e la politica nell’imbarazzo di uno spettacolo privato pagato a sorpresa da un amico in un Thursday night.

Alla fermata della metro mi sento più un’utente che una lavoratrice, e mi chiedo con che faccia oggi dirò che si deve abbracciare la vita senza la stampella di una bottiglia o di una canna, o che corso di italiano improvviseró per questi bambini anziani inglesi, troppo frustati dalla vita e ancora troppo masochisti.

Mi chiedo come sia successo che io sia caduta da seduta, dritta per dritta, ma in obliquo, come un pero, e grazieaddio non c’era un medico portoghese trentatreenne, mentre i miei amici limonavano senza chiedersi cosa ne avrebbero pensato all’alba e la mia coinquilina rideva di un riso isterico e sardo.

Alla fermata della metro il medico trentatreenne portoghese scrive sulla mia memoria il suo viso su quello di un madrileno e confonde i suoi ricci con i suoi, e mi dice che viene dalla stessa penisola iberica ed è della stessa altezza ed è probabilmente della stessa sostanza stronza e egocentrica e anaffettiva e indipendente e viaggiatrice. E gesticola con le mani disegnando amore parlando dell’America Latina. 

Alla fermata della metro chiamo un portoghese medico trentatreenne solo perché lui dice che l’età è solo un numero, e non voleva sbottonare la sua professione e io lo prendo per il culo e battibecchiamo come se fosse Jorge, e io volevo guardarlo con uno sguardo sexy, e l’ho probabilmente guardato con una palpebra alzata e una chiusa, come dovessi mettere a fuoco un lampione e i bicchieri bevuti, ma tant’è che ha funzionato.

Sarà una lunga giornata, tra pensieri ubriachi e ricordi di tette, e di pianerottoli, e cadute, e perché.

Yang

Siori e siore…

Al terzo mese di Inghilterra (manco fosse una gravidanza), al terzo mese di metro mattutine infinite in cui trovo il tempo di  rivestire i panni della Dama Distratta, sono qui per spezzare una lancia a favore della terra della regina e di Harry Potter, del fish and chips e il pudding, del bianconiglio e Jane Austen. Che sembreranno accostamenti di merda e casuali ma la realtà è che credo che La regina e la pietra filosofale possa essere un buon titolo per il prossimo libro della Rowling.

Ebbene. È autunno, ma autunno conclamato, non quello che qui chiamano estate ma è sempre autunno un po’ meno brutale. Eppure non sono qui per lamentarmi. Sarà che ho scoperto che non puoi dire di aver visto il verde, se non prendi un trenino nel nord del paese che taglia a metà la campagna inglese. E i colori autunnali, i rossi, i ruggine, i gialli densi… Certi giorni sembra il cielo sia grigio solo per farli risplendere, come la pelle delle donne africane quando si veste di tele di mille colori. Come la pelle di certi ragazzi britannici, diafana e nivea solo perché ne risalti il ruggine delle lentiggini, il rame dei capelli, l’acquamarina che è l’iride.

Sarà che ho fatto una gita ad Hexham, che non è poi molto turistica, e ho capito che probabilmente quello che non mi piace, di qui, è la città. Ma che la campagna, i villaggi, i paesini, sono adorabili. E la campagna di cavalli e bestiame sotto un cielo perennemente gravido di tempesta ricorda una bella addormentata incosciente della sua bellezza. 

Ma poi anche la cittá ha le sue attrattive. I caffè, i bar, i pub. C’è solo bisogno che io smetta di uscire tardi come fossi in Andalucia. I cinema, le librerie, gli interni cosy, perché è qui che la gente vive. La musica live alle sei di pomeriggio, un bar che sembra una grande serra, con un albero al centro della piazza che regge un milione di lanterne di lucciole.

Ho un parco vicino casa che è una foresta. Le cascate, gli scoiattoli, la vegetazione folta, il tappeto di foglie, i sentieri alternativi. La zona famiglie con cagnolini e bambini ovunque, appena c’è un raggio di sole. Il cioschetto dove ho bevuo una cioccolata calda fumante, con i marshmallow e la panna, che è un’americansta schifosa bestiale che non avrei mai ordinato, ma mi sono lasciata andare, e alla fine mi sentivo una dodicenne, ed è bello sentirsi dodicenni quando ne hai ventotto e senti che un altro decennio ti sta scivolando di mano.

Sì, è anche vero che sono raffreddata da due settimane, che ho un appuntamento con un Portoghese (perché… la saudade), che il bell’inglese si sta rivelando un uomo più pigna che uomo, ma vedrai, manco si può avere tutto dalla vita. 

A questo proposito, questo è uno stralcio di una conversazione impegnata con l’Inglese modello:

Modello: “Ah, io non ho mai letto, ma ora ho iniziato”

Dama: “E cosa stai leggendo?”

Modello: “Un libro sull’universo”

Dama pensa: all’improvviso… L’U N I V E R S O.

Dama risponde: “E com’è?”

Modello: “É un po’ difficile PER LA MENTE”.

Dama pensa: per cosa poteva essere difficile? Per il comodino? Quest’uomo è talmente pigna che si riprodurrà con le spore.

Cugina di Dama che assiste: “Quest’uomo è una conifera mancata”

Dama dice, nel tentativo di azzittirlo: “Senti ma… Se passassi qua? Just to be il mio Geordie ergonomico…”

Modello: “Neanche una parola? Comunque oggi sono veramente busy: sto preparando le cose per il costume di halloween!”.

[…]

Cooooooomunque. So che questo doveva essere un post yang. Il positivo dello scorso Yin. E in effetti qui c’è moltissimo di positivo, tutto dipende da dove decidiamo di puntare lo sguardo, sempre.

Per esempio, a Porto bevevo birra tutti i giorni – qui faccio yoga. 

A Porto spendevo più soldi in alcol che per campare – che se la birra costa 50cent ne bevi dodici, se costa 3 puond una e bella lì. 

A Porto avevo ripreso a fumare – qua non riesco perché mi si intirizziscono le mani e non riesco a girare la rotella dell’accendino. E poi sí, qui sono persone civili ed è quasi impossibile trovare posti dove si fuma dentro, contrariamente a quanto mi accadeva in Portogallo. E poi sì, se decidessi di iniziare a fumare dovrei tagliare su qualcos’altro, tipo dovrei smettere di nutrirmi – cosa che un tabagista farebbe con poche difficoltà, comunque, che le priorità cambiano in fretta.

Ad esempio, a Porto durante la settimana mi cucinavo qualcosa di veloce a mezzanotte dopo essere rincasata – qui riscopro le mie radici terrone, cucino tutti i giorni, no schifezze, sí al salutismo.

A Porto bevevo il Porto, qui ogni giorno tisana allo zenzero.

A Porto mi ritrovavo a orribili rave party all’improvviso. Qui all’improvviso mi sono ritrovata per sbaglio in un gruppo di cattolici internazionali che si prodigavano in danze folklorike scozzesi.

Ok, in quest’ultimo caso non so cosa preferissi. Ma forse anche nel penultimo.

A Porto avevo un amante francese, uno brasiliano e un portoghese. Che sembra l’inizio di una barzelletta. O di un film porno. O di una barzelletta porno. Qui ho degli improponibili pretendenti ingegneri e un British con l’espressione intelligente e pallida quanto quella della mia pianta di basilico sul balcone della mia casetta inglese. 

A Porto c’era Il Milanese, coinquilino e fratello adottato che svegliavo alle cinque di mattina trafelata chiedendo un preservativo, e qui ho dei coinquilini che se li lasci da soli rimarrebbero senza carta igienica fino alla fine dell’anno – però dormo molto di più.

Ah, cazzo… Ma questo era lo Yang!

A Porto, finito il tirocinio, ero in astinenza da film. Uno dei motivi per cui ero contenta di tornare a casa era che potevo cancellare un po’ di titoli dalla lista di film che volevo vedere. Qui, tra gli altri, ho avuto modo di vedere La Heine e, soprattutto – soprattutto – Youth. O La Giovinezza, di Paolo Sorrentino, che è un capolavoro incredibile, di quelli che ti lasciano i pensieri vibranti come la corda di una chitarra, e gli occhi pieni di bellezza, e una felicità che non capisci perché è accogliere la vita nello stomaco, tutta, tutta la vita nello stomaco, non solo la tua, ma quella che a un certo punto è stata e a un certo punto forse terminerà d’essere, con la consapevolezza della precarietà, e della contingenza e fuggevolezza di fiume di tutto, e della frivolezza di tutto, anche della morte e di ciò che non lo è.

E penso che è per questo che ogni cosa che vomito su questo blog non è mai definita, che l’angoscia si mescola sempre a una risata, e la maschera del comico cade scoprendo un pianto, e la poesia viene fottuta dall’indecenza, e l’orrido dal sublime.

É per questo che il filo delle mie parole ondeggia sul racconto di viaggio e fa l’occhiolino al racconto erotico. È il motivo per cui ciò che inizia come la recensione di un film fa una piroetta e si scopre cronaca giornaliera di una precaria studentessa, tirocinante, barista, expat, laureanda, laureata, barista, expat, chissà. E questa si ripiega su sé stessa nell’introspezione: cosí è, se vi pare. Un inchino postmoderno e entra in scena l’invettiva.

Questo credo sia il motivo mi condannerà a non essere mai una scrittrice: io non scrivo, non domo la vita, ne sono travolta e con essa dalla scrittura, da me, dai fatti e da quelli non accaduti.

Questo è il motivo per cui questo non è un vero yang. E non è mai esistito uno yin.

Siamo ombra fusa alla propria nemesi, volto di fiume, identità liquide in vite liquide e realtà sfuggenti. 

E di tutto resta un poco e di tutto resta sempre un riso.

E un ‘sticazzi. Soprattutto, soprattutto, un ‘sticazzi.

Yin

E niente.

Avevo pronto un post che parla di comm’èbbella l’Inghilterra. Di come il verde, l’autunno, le foglie, i mattoncini rossi. E i villaggi inglesi, e la campagna inglese, e il tè caldo a scaldare le dita appena lasciate scoperte dai maglioni morbidi con le maniche lunghe.

Ma poi no. Non è questo il giorno di pubblicarlo. Perché questo è il giorno in cui tutte quelle stracazzodifottute foglie servono giusto a a renderti più difficile di un gioco dell’enigmistica ritrovare le stracazzodifottute chiavi di casa che hai perso per strada.

Questo è il giorno in cui il grigio del cielo e dei comignoli è ben lungi dall’essere l’argento che fa risaltare i colori d’autunno come le pelli diafane fanno risaltare il rame dei capelli, il cielo degli occhi. Questo è il giorno in cui il cazzodifottuto grigio te lo porti dietro dal 6 cazzodifottuto agosto ed è lì a ricordarti che sei al novantesimo giorno d’autunno, il novantesimo giorno di prigionia, e che non vedrai la luce fino al sei agosto duemiladiciotto – con una breve concessione per Natale.

E poi diciamoci la verità: a me è sempre stato sul cazzo, l’autunno. M’è sempre stato sul cazzo l’inverno. Quindi cosa mi sia saltato in testa quando ho deciso di trasferirmi in un paese in cui durano tutto l’anno non lo so. O meglio lo so: è l’economia.

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E non è un capriccio. E’ il mio corpo che mi urla che ha bisogno di sole o mi si ribella e si prende due influenze e un raffreddore nel giro di un mese. E’ il mio corpo che si ribella e mi urla basta, ti prego basta, con ste stracazzodifottute carezze frigide di uomini british, di passioni lasciate a metà, di sentimenti lasciati a metà, di interessi lasciati a metà, di sesso che è sesso a metà.

Le settimane volano tutte uguali tra un lavoro soddisfacente e la sera a guardare serie televisive. I fine settimana scorrono via tutti uguali, a ballare in un club con la speranza che sia uno dei fine settimana buoni e che finisca con una scopata mediocre con un uomo, si spera, almeno mediocre.

Per la prima volta, mi manca casa. Se penso a Porto sento un pugnale dentro al petto.

Per la prima volta ho esperienze sessuali negative. Prima anche nella negatività c’era da tirarne fuori una risata, ma è difficile, difficile anche ridere, di questi uomini grigi.

Uomini grigi, amicizie grigie, vita notturna grigia, cielo grigio, lavoro perfetto. Ne vale forse la pena?

Mi sento un po’ in colpa, a parlarne così. E’ come parlassi per luoghi comuni, me ne rendo conto. Ma sono arrivata qui con la testa aperta e allegra, pronta a distruggere ogni preconcetto e ogni inglese che incontro si adopera a ricostruirlo, e ogni mattino che sorge nascosto, si impegna a fargli coro.

Sento la mia esuberanza mortificata, la mia estroversione contenuta da ritmi di vita che mi sono alieni. Sono arrivata in Inghilterra senza reggiseno e senza trucco, sorridente, come una donna emotivamente indipendente, che difendeva la sua solitudine con unghie e denti, così libera e sicura da essere pronta a liberare l’amore.

Al terzo mese in Inghilterra sento la mia personalità rattrappita e accartocciata, la mia sicurezza che vacilla come quella dell’adolescente insicura che non sono mai stata prima, con due occhi estranei sotto troppo mascara che mi interrogano sull’adeguatezza del mio guardaroba per andare a ballare nei club. Andare. a. ballare. nei. club. Perché cosa fai qui? Non c’è certo un parco popolato di pazzi e poeti malati di lontananze, come a Porto. Non ci sono giocolieri e violinisti scalzi. Qui ci sono gli ubriachi nei club. O gli ubriachi nei pub.

Sono stanca. Sono sola e indipendente, e in questo paese fatto d’inverno mi fa schifo essere sola e indipendente. Vorrei solo buttare via quel mascara e quel top, nascondere il viso sulla spalla di un uomo decente, e dormire fino al sei agosto duemiladiciotto.

“Passerà l’inverno”, mi direbbe accarezzandomi una guancia.

“E’ appena iniziato, coglione”, risponderei più morta che viva.

Però poi gli direi di tenermi con sé per sempre, a un uomo decente.

E’ probabilmente l’effetto British. Questi ti monogamizzano pure la Dama Distratta. Perché mica si chiama la Dama Cretina, dopo sta sfilza di strani, freddi, passionali quanto una spigola nelle mutande, tonti, anaffettivi, asentimentali British…

dopo tutte queste serate in casa a vedere serie televisive, dopo tutti questi tè, questo grigio, questo freddo…

Dopo tutto questo mascara, questi balli latini sempre uguali, in questi locali sempre uguali, dopo tutte queste ore spese a pensare ai top e alle gonne, che il tempo per rimorchiare ce l’hai dalle 22:00 del venerdì sera fino alle 3:00 del sabato mattina…

Dopo tutto questo, ma ‘stì cazzi. Se scopi bene e hai un Q.I. superiore a quello di un pomodoro sono tua per tutta la vita.

 

Rivisitazione di un sogno

Sogni tiepidi come la condensa sul vetro della Metro, che corre autunnale e certa della sua direzione mentre i miei passi ballano salsa su terra inglese.

Gemiti graffi e scrivanie, e i capelli che tiro non sono di burro fuso né onde brune di Madrí, né quelli di un farmacista bruno e alto che mi parla di Antonioni, ma sono d’un rosso acceso che loro chiamano zenzero e io chiamo lieve turbamento quando li sogno tra le gambe in un ufficio in cui quando mi sveglio devo abbottonare i pensieri stretti nel colletto.

Pensieri nel colletto, cuore fasciato dal cardigan, bacchetto ogni istintivo accenno di flirt che mi si disegna sulle mani e prego che gli occhi si dominino da sé senza raccontare al mio collega cosa stava facendo quella notte nei miei sogni, mentre dormiva accanto alla sua ragazza – mi ripeto: la sua ragazza.

Cos’è che avrà, poi, questo inglese rosso, basso, tondo, con le lentiggini pure sulle mani. 

Ha che mi fa ridere fino alle lacrime ogni giorno e si insinua nei miei sogni anche quando sto uscendo con un inglese alto biondo e creativo, che è l’equivalente di un modello. 

Chi le capisce, le donne. Chi le capisce, le chimiche. Ma chiudo la chimica nel taschino e abbottono un po’ di più la camicia. Diamo tempo alla chimica di cambiare il suo percorso.

Sarà una giornata difficile, a lavoro. Ho il mento graffiato dalla barba, un succhiotto sul collo nascosto dal fondotinta e troppi sogni che si tengono a galla sugli occhi.

Tinder people

“Non sono una Tinder person”, dicevo. Non sapendo bene chi o cosa fosse una Tinder person, ma con una punta d’orgoglio non desiderato sulla lingua e essendo piuttosto sicura non mi piacesse, qualunque fosse la natura di una Tinder person.

Nonostante questo avevo scaricato l’App una volta, in un periodo molto noioso della mia vita e perché alla fine mi è sempre piaciuto mettermi fuori dai miei panni, a volte mi è successo di fare piacevoli scoperte, come quando ero sicurissima non mi piacessero i film gialli e poi ho visto dieci piccoli indiani.

Avevo chattato con un po’ di ragazzi, confermando però a me stessa che proprio non sarei mai uscita con uno di loro, anche quelli che sembravano interessanti o quanto meno non squallidi. Il punto è che basta il nome, Tinder, e si creano delle aspettative. Io avevo l’impressione che quei tipi si aspettassero di scopare ancora prima che io li potessi vedere in faccia. La sensazione sgradevole non era tanto per il tipo di users, quanto più perché mi sembrava di uccidere ogni spontaneità, quasi di dover qualcosa se avessi accettato un appuntamento.

L’idea che avevo era un po’ quella di un fast food del rimorchio. A me piace l’arte del rimorchio, mi dicevo, sono una da sesso libero ma gourmet. Un po’ futurista, se vogliamo, ma non di certo tinderiana.

Poi una sera, stanca dei miei pretendenti soggettone 2.0, dell’astinenza e le morte stagioni ho deciso di riprovare, dicendo ai miei coinquilini che magari era un modo di conoscere i locals, perché finivamo inevitabilmente a uscire con internazionali, anche in amicizia, ma inglesi manco uno, con l’eccezione di quel Geordie di una notte.

Carico un paio di foto, scrivo che con i miei coinquilini cerchiamo amici della città, per conoscere la N. vera.

Eppure ero sicura non sarei uscita con nessuno, una sensazione spiacevole finiva per insinuarmisi in petto e credevo l’avrei usato solo per chattare in inglese. Finché… Fino a che…

“Ma sbaglio o ti ho vista martedì al bar L?”

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Guardo le foto. Riconosco immediatamente. A un evento internazionale l’avevo scorto quando stavo per andare via, altissimo, magro, gli occhi blu e i capelli biondi stretti in un codino. Senza ombra di dubbio un gran figo. Così avevo cacciato la peggiore delle mie facce da culo e andandomene gli avevo preso la mano dicendo “Piacere, io sto andando via, ma magari ci vediamo al prossimo evento”.

Il fatto di aver conosciuto questo Geordie biondo anche se per dieci secondi, ma di persona, mi ha dato coraggio. O forse mi ha dato coraggio il fatto che fosse un grande figo, e l’astinenza e le morte stagioni.

Parliamo – mentre io mi interrogo su cosa avrà di strano per essere una Tinder person – chattiamo per un po’ di giorni – mentre io mi chiedo se sia drogato, o  ninfomane, o psicopatico – e alla fine decidiamo di uscire – mentre io mi chiedo che traumi infantili nasconda e quale sia la sua cartella psichiatrica.

Mi preparo un po’ contenta e un po’ poco convinta: mi cercherà di mettere le mani nelle mutande dopo due secondi perché sono una Tinder person, penso. Come al solito quasi niente trucco, jeans, tronchetto senza tacco e via.

Sbaglio strada, attraverso i ponti facendo corsette ridicole avanti e indietro dieci volte e arrivo mezz’ora in ritardo. Lui mi ha dato appuntamento sul posto più figo e romantico di N. ma scetticamente penso sia tutta tattica, e comunque non sono così sensibile al romanticismo.

Parliamo. Creativo, fa il grafico, ha un idea per un libro per bambini – penso a Jorge che è un pensiero come un pugno sulla cassa toracica. Addirittura sembra avere una famiglia funzionale e una vita normale. Anvedi le Tinder person, mi dico, anche se continuo a cercare segni di una possibile dipendenza da cocaina o del maltrattatore di animali domestici o del maschilista di merda. Nada. Si nasconde bene, questo Geordie, penso.

Fu così che passammo una piacevole serata e neanche mi baciò. Fu così che con Tinder, ripeto, Tinder, ebbi un primo appuntamento senza manco un bacio che non mi succedeva dalle scuole medie, o forse anche lì la palpatina di culo ci scappava.

Mi convinco allora che sia andata male, eppure mi scrive.

Mi raggiunge una sera, mentre sono a bere una birra con amici. Giacca di pelle, camicia a quadri, jeans chiaro, quando si siede si intravede un calzino rosso che fa molto radical chic. Parla con tutti e subito entra nelle grazie degli amici che ammiccano quando lui non guarda.

Mi convinco che sia friendzone, è troppo socievole, troppo figo e, soprattutto, non percepisco flirt. Parla con me così come la mia coinquilina.

Andiamo a ballare, lui ci fa da guida per locali con buona musica e offre da bere un giro a tutti. Con la musica alta c’è la scusa per toccarsi e parlarsi più da vicino. Mi parla, ridiamo, balliamo. Si avvicina di più, mi parla, ridiamo, ci baciamo.

Limoniamo e balliamo tutta la sera mentre io mi chiedo quale sia il problema di questa persona, dato che è una Tinder person.

Quando andiamo a cercare un taxi mi bacia ma non mi chiede di andare da lui.

E fu così che con Tinder ebbi un secondo appuntamento con bacio e niente sesso, che è una cosa che probabilmente non mi succedeva dalle scuole medie.

Improvvisamente capisco: è figo, simpatico, dolce, creativo, non sembra si droghi, ha una vita normale… Ma è su tinder e non mi scopa: è chiaro che deve avere dei complessi sulle sue dimensioni o disfunzioni erettili. Risolto, trovata la magagna, l’universo può tornare al suo posto. Comunque devo verificare.

Quando torno a casa mi manda uno smile. Colgo la palla al balzo:

“Non so perché non sei qui. O io non sono lì”

“Stavo per chiederti se volevi venire da me but. It’s ok”

“Domani festa per il mio compleanno a casa di un amico e poi usciamo. Ti vuoi unire?”

“Vi raggiungo quando uscite”.

E fu così che con Tinder, al terzo appuntamento, sono stata ribaltata tutta la notte e la mattina da un pezzo di figo biondo che evidentemente non nasconde il suo problema nelle mutande.

Mentre ci coccoliamo un po’ dopo averlo fatto in tutti i modi in cui era umanamente consentito farlo, capisco qual è il suo problema: chiaramente è un problema culturale, magari come l’altro Geordie altissimo ma bruno, sparirà per sempre con le luci dell’alba.

E niente, invece quello mi messaggia per sapere come va già la sera.

A tutt’ora, ancora penso ci sia qualche magagna. Oltre al fatto che sono due giorni che ho problemi a sedermi. Che quello mi diceva che ha dovuto smettere di suonare la chitarra per una tendinite, e quando ha messo mano alle mie grazie volevo dirgli “ma te credo, se fai così, figlio bello!” e ho capito come dev’essersi sentita quella chitarra.

Anyway. Chi vivrà vedrà. Chiudo l’ennesimo post dalla metro di N. After weekend, After all. Stay tuned!

Gli appunti che scorrono fuori dal finestrino della metro

Pensieri sparsi dal nord Inghilterra.

Gli inglesi, quelli biondi, non sono biondi, sono burro morbido, o zenzero, che è un arancione acceso.

La mattina amo il viaggio di quaranta minuti in metro, quando sono allowed a non fare nulla, giusto ad ascoltare la musica e a godermi l’idea di essere ancora lontana dal lavoro, studiando i volti, leggendo titoli di giornale, vedendo scorrere fuori la città, e il fiume, e oltre il fiume la campagna inglese, e nella campagna cavalli robusti e belli, grigio tempesta come il cielo che li abbraccia, e pensare a me bambina, e dirmi che è da lì che dovrei partire per ritrovarmi, da quell’amore immenso che covavo per i cavalli, da quello ancora più immenso di mio padre che misurava col metro il giardino per vedere se mai ce ne sarebbe potuto stare uno, a cercare sull’enciclopedia informazioni su come allevare la felicità di sua figlia.

A volte sento come uno spillo trafiggermi lo stomaco, farmi bambolina voodoo delle mie malinconie, specie quando penso a lui e m’accorgo che è invecchiato, e m’accorgo che sono lontana. Allora vorrei prendere un aereo e tornare in Italia, che mi dico che stare con lui è tutto quello che conta. Ma soprattutto vorrei fermare il tempo. Nulla mi indispettisce di più riguardo la mia impotenza umana come il non poter fermare il tempo che passa su di lui, che mi dico che non m’importa che passi il mondo, che passi io, che tutta la galassia esploderà in briciole di cartone non mi importa, ma che lui muoia, un giorno, questo no, questo è insopportabile, mi straccia il cuore di rabbia e impotenza e disperazione.

Allora vorrei tornare in Italia. Ma poi mi accorgo che qui sono felice, che lì non lo ero, e allora resto e mi inganno dicendomi che quando tornerò nulla sarà cambiato e nulla avrò perso.

Qui sono felice, mi dico.

A fare la Sherlock italica, che rintraccia l’uomo di una notte tramite un amico farmacista, che ha un’amica che ha un amico che forse lo conosce, sa dove lavora, se è lui, ma non sa altro.

Sono felice mentre prendo una metro dopo lavoro per andare a cercarlo, anche se è quasi in un altro comune e devo pretend di aver fatto dieci km per comprare un limone. Ma non mi interessa, che sono testona, e non mollo finché non saprò se non mi ha chiamata perché non ha voluto, o perché non ha potuto, sempre ammesso che sia lui e non un altro inglese col nome di tre lettere, pronunciate in due fonemi.

Sono felice mentre con il cestino del supermercato mi aggiro tra gli scaffali del supermercato con i Red hot chili peppers nelle orecchie, fingendo di fare la spesa mentre cerco con lo sguardo dietro il bancone di una farmacia un farmacista inglese alto a bruno, a cui piace Antonioni e che non beve caffè. Sono felice anche quando chiedo un integratore a caso e scopro che ho sbagliato turno, perché proprio non c’è, e mi viene da ridere, che mi chiedo che cazzo ci faccio nel comune di G. con un limone nella busta della spesa.

Sometimes I feel 
Like I don’t have a partner 
Sometimes I feel 
Like my only friend 
Is the city I live in

Sono felice quando i colleghi mi aggiungono su un gruppo nascosto di messaggistica che si chiama “restare cazzoni” e mi fanno ridere mentre lavoro, e il mio collega rosso e infantile mo prende in giro, e io e lui e una ragazza dai capelli rosa decidiamo di uscire insieme un venerdì. E mi dico che cazzo, sono stata brava a integrarmi anche in una lingua che non è mia e mi sento fiera di me stessa, e forte, e indipendente.

 

I drive on her streets

‘Cause she’s my companion 
I walk through her hills 
‘Cause she knows who I am 
She sees my good deeds 
And she kisses me windy 
I never worry 
Now that is a lie

Sono contenta quando una ragazza bella e asiatica mi chiede il numero, e parliamo di locali gay, e di pride, e io non so se stia flirtando, e io non so se sto flirtando, ma mi offre una sigaretta e io rifiuto, perché ho smesso, again, peggio di Zeno, ma decidiamo di uscire insieme qualche giorno.

I don’t ever want to feel 
Like I did that day 
Take me to the place I love 
Take me all the way 
I don’t ever want to feel 
Like I did that day 
Take me to the place I love 
Take me all the way

Poi penso a questo blog e mi chiedo perché non ho mai detto neanche il nome della città che vivo, perché la chiamo N. Mi dico che ne potrei parlare più nello specifico, se la nominassi.

E non è che non voglio dare coordinate, mi dico. È per la poetica del carnevale. La poetica del carnevale vuole che si sia più liberi d’essere sé stessi, quando si mette su una maschera. Allora se chi mi vive vicino in questo momento leggesse queste righe io le scriverei come se loro le dovessero leggere. È per non farmi trovare da chi queste cose le sa già, da chi le vive con me, che il mio essere trasparente ogni tanto si ripiega su sé stesso e diventa criptico.

It’s hard to believe
That there’s nobody out there
It’s hard to believe
That I’m all alone
At least I have her love
The city she loves me
Lonely as I am
Together we cry


Sono contenta di passare a piedi ogni giorno nel quartiere più difficile di N. che poi si scopre che non è pericoloso come pretende di essere, è solo meno imbellettato, e le vetrine sono vetrine d’usato o di beneficenza o prodotti etnici, e per strada si vede molta differenza, ma anche molta goliardia, nei pub che si riempiono alle quattro di pomeriggio di ragazzini e anziani che combattono il grigio a suon di pinte.

I don’t ever want to feel
Like I did that day
Take me to the place I love
Take me all the way
I don’t ever want to feel
Like I did that day
Take me to the place I love
Take me all the way 

Sono contenta anche se tutto questo è costato spezzare il cuore a un ragazzo tedesco con gli occhi da tigre siberiana e dirgli addio, sono felice anche se sento che mi sto allontanando anche da Jorge e che un anno fa volavo a Madrid per i suoi ricci bruni e gli occhi che ridono, mezzaluna terrestre.