Il tempo delle mere (razionalità)

Quando scoprii l’amore avevo dodici anni, ed era estate.

Il campeggio estivo era più una sorta di villaggio: certo c’erano tende, di tanto in tanto, che s’aprivano sulle piazzole all’improvviso come funghi dopo un temporale e si fermavano per poche notti. Ma poi c’erano le roulotte, i camper, i bungalow di quelli che restavano lì, estate dopo estate, sempre gli stessi, sempre nello stesso posto, sempre con gli stessi vicini.

Nel villaggio le amache separavano una piazzola dall’altra, legate ai tronchi dei tigli e all’ombra traforata di sole che penetrava tra le foglie verdi a forma di cuore e dall’odore lievemente dolciastro.

Penso ancora la pace come una dodicenne stesa alla carezza leggera della brezza marina, dondolando appena al primo meriggio pigro, col rumore delle forchette dei pranzi dei ritardatari a tintinnare sul viale e la luce a brillare intermittente come goccia sulle ciglia appena aperte.

Ho scoperto l’amore un giorno, quando tra i piatti lavati nei lavandini comuni e una mattina di teli da mare e creme solari, scoprii che il ragazzo più bello del villaggio potesse essersi interessato a me.

Io ero a trovare mia cugina, nera di sole come tutti gli abitanti del villaggio, che s’era creata la sua tribù di amici e m’aveva presentata come la miglior amica, e io ero dunque “la nuova” ed ero un po’ timida di fronte tutte queste cose nuove.

Quando mi dissero che sembrava Pietro m’avesse messo gli occhi addosso non mi sembrò vero: era bello come un sogno e con un sorriso dolce e ammaliante e i capelli di miele scuro.

Quella sera, liberata dal sale, misi una gonna bianca e andammo tutti a ballare, c’erano balli di gruppo e liscio, ma tutto era in sordina, e ricordo scambiarmi messaggi con Pietro dal mio telefonino piccolo vecchio ed economico, con l’antennina sporgente, e adesso che sembrava così prezioso.

Pietro era appena un po’ più in là, ma io ero attorniata da tre ragazzine un po’ gelose, confabulando con loro e spifferando le parole della nostra conversazione, e lui era un po’ in disparte con gli altri ragazzi, così ci guardavamo di sottecchi e poi distoglievamo lo sguardo, io mi lanciavo in un ballo e a ogni piroetta lo spiavo ma solo con la coda dell’occhio.

La notte in cui si dichiarò mi chiese se volevo mettermi con lui,e io risposi di sì con il cuore che mi usciva dal petto, e una volta formalizzato ci sembrò che ora sì, ora potevamo, e ci baciammo. Era una notte tiepida di luna ampia sotto i tigli del parco giochi e il loro odore dolciastro e a me sembrò il momento più romantico del mondo, benché troppo bagnato.

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Pietro mi limonò così goffamente che dovetti fingere di abbracciarlo per asciugarmi la faccia sulla sua spalla, per non guardarlo negli occhi con il viso sbavato dal naso in giù.

Ma non faceva nulla! Lui era il ragazzo più bello del villaggio, e ora era il mio ragazzo, e io ero appena stata baciata per la prima volta, e dopo la buonanotte tornai correndo alla nostra roulotte, saltando per strada per sfiorare con le dita le foglie dei tigli.

Quando tornai alla roulotte non volevo andare a dormire, non volevo che quella giornata finisse, e d’altronde non potevo: quel giorno era il giorno che segnava tutto il mio avvenire.

Mi stesi sull’amaca a guardare le stelle, in quella notte tiepida e di luna ampia del giugno duemiladue, e cominciai a collegare cuori e nomi sulle stelle con lo sguardo e comincia a pensare che era perfetto, che Pietro sarebbe stato l’uomo della mia vita, ch’era un segno che fosse anche del paese di mio nonno, non poteva che essere un segno, saremmo stati insieme per tutta la vita, anno dopo anno, felici.

Fummo ragazza e ragazzo per una settimana.

Al termine di quella settimana cedetti alle lusinghe d’un biondo e al suo accento campano, baciai anche quello, mi sembrava Natale, per la prima volta scoprivo d’essere attraente, scoprivo d’avere il potere di affascinare e sedurre gli uomini, pur s’erano uomini ancora in miniatura, in divenire, un po’ degli ominidi, insomma. Scoprivo le lusinghe, i complimenti, i baci alla francese, le conferme. Scoprivo d’essere femmina e volevo usare questa mia nuova identità quanto più possibile, come una naufraga in apnea dall’infanzia ora aspiravo a boccate avide e frettolose i primi accenni del mondo adulto, ancora mezzo mischiato ai cartoni della Disney.

Cedetti alle lusinghe di questo nuovo pretendente e lui venne a saperlo.

Ricordo che il mio ragazzetto mi chiamò urlando: ero una stronza e non mi voleva vedere mai più, insomma, ero di nuovo singol. Poi scoprii che per giunta erano state le altre ragazzine a chiedere al biondo di sedurmi, per poi fare le spie e liberare di nuovo il ragazzo più bello del villaggio dalle mie braccia, o la sua lingua dalla mia faccia, insomma.

Ricordo che le parole (urla) di Pietro mi trapassarono come un ago, provai rimorso e pentimento, e una sorta di struggimento allargarsi come una crepa fra milza e stomaco. Non solo in quell’occasione vissi un lutto atroce da prima rottura che durò forse tre giorni, ma conobbi anche il tradimento: ne capii le conseguenze, vidi me stessa come meschina, egoista, un’orribile persona. E vidi la rabbia e il dolore che avevo causato all’esterno per togliermi una piccola soddisfazione. Non importa che Quella rabbia e quel dolore durarono tre giorni prima che Pietro si fidanzasse con mia cugina per due giorni, e poi con Flavia per quattro e con Veronica per sette: erano prove di volo, erano sentimenti adolescenti embrioni di quello che sarebbero stati da adulti.

Decisi che non avrei tradito ma più o, se fosse successo, che mi sarei subito costituita, che avrei dato all’altro il giusto diritto di scegliere come agire di conseguenza, e così ho fatto, fin ora.

Ma perché mi torna in mente il primo amore?

Perché forse mi sto innamorando, come una dodicenne.

E salterei a sfiorare le foglie dei tigli, se ce ne fossero.

Però lui non mi sbava la faccia.

Però io non smetterò di fuggire in un altro paese, e di amare anche Jorge, e rimanere indipendente. Non smetterò di vedere altri uomini, di fare sesso, anche se ora non ne ho nessuna voglia. Ma lui lo sa, e lo accetta – almeno per ora, lo accetta -.

Non smetterò di non pretendere che lui non lo faccia, che anche se lui non lo fa dev’essere una sua scelta d’ogni giorno e non una proibizione.

E’ il tempo delle mere (razionalità).

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Ventotto

Quando ero bambina credevo che i ventotto anni fossero quell’età in cui non avrei saputo se chiedere un mutuo. Avrei sicuramente girato sicura per le strade di Nonsodove in un tailleur pantalone, con una ventiquattrore seriosa, ma una camicia fresca e bianca e degli occhiali da sole giovanili e graziosi.

Quando ero bambina mi immaginavo a 28 anni con questo carrè liscio, prendere in mano la mia vita e iniziare a stabilizzarla.

Magari, mi dicevo, lavorerò in uno di quei grattacieli alti (maledetta influenza del cinema americano sul mio cervelletto spugnoso), che sono una grande finestra sul centro cittadino ed economico. Magari sarò giornalista, mi dicevo, perche mi vedevo spesso succhiare il tappo di una stilografica, con aria pensosa, davanti una tazza di caffè.

Mi vedevo camminare da sola sui marciapiedi di notte, sui miei tacchi a spillo dodici.

Ora, a ventott’anni che si avvicinano ai ventinove, non so neanche se festeggerò il mio trentesimo compleanno in Inghilterra, in Brasile o a Moscufo.

Mi vedo l’anno prossimo fare backpacking a Rio de Janeiro tanto quanto la disoccupata a Trapani o la social worker qui, nella britannica città di N.

I miei capelli non sono un ordinato carrè, i miei capelli sono un’esplosione di pensieri ricci, e certe mattine il disordine che ho in testa è lo specchio di quello che ho nella scatola cranica.

Non porto tailleur, ma jeans, maglioni sformati, magliettine un po’ ammiccanti sotto, però. Niente tacco dodici, sono rimasta affezionata alle Converse, meglio ancora se comprate in un negozio vintage a pochi pound. Non mi trucco quasi mai, non per andare a lavoro, comunque. Ciò nonostante finisco sempre per creare situazioni erotiche con qualche collega. A Porto fu il mio tutor, qui è quel rosso e porco di A.

Adesso, a ventotto anni, con una laurea specialistica inutile in tasca, faccio domande di volontariato in Sudamerica e domande di lavoro in Regno Unito. La mia principale preoccupazione è come finanziarmi i viaggi che voglio fare. Come lavorare per vivere e non vivere per lavorare. Come cercare un po’ d’etica, qualcosa che mi dia un senso a quello che faccio.

Qualcosa che mi dia uno stipendio, che, a ventotto anni, quasi ventinove, sarebbe il primo. Perché la dama è stata tirocinante in Italia, stagista in Portogallo, volontaria in Regno Unito. Magari qualcuno di voi si ricorderà di quando la Dama è stata una barista incazzosa in un pub d’un paesino del centro Italia, pagata 25 euro al giorno.

E così non giro sicura per le strade di Nonsodove, così vortico come una trottola sulla cartina d’europa, giro come una bambola tra le braccia di uomini che mi son piaciuti, oscillo tra aeroporti, viaggi e villaggi, case e nuovi coinquilini. Giro come una bambola tra case nuove, affitti, supermercati, amici di stagione o d’una vita, lingue straniere a battermi goffe sul palato.

Sono come una trottola, nonostante il portafogli sempre vuoto, i sogni sempre troppi, gli amori sempre lontani.

Questa mattina sarò in ufficio con A. A cui ieri ho chiesto se mi toglierà i vestiti di dosso, bene, questa volta, e che mi ha risposto di no, che prova ad essere saggio.

Il tredici sarò in Francia, a viaggiare e fare l’amore con uno spagnolo tantrico.

Il ventisette ho il mio primo colloquio per la città di N.

Quando ero bambina credevo che a ventotto anni avrei pensato ad un mutuo. Ora che ne ho quasi ventinove sono ancora una volontaria, e non penso ad altro che a viaggiare, e a far l’amore.

E si sta bene così.

Una cattiva idea

Sono una Dama testarda, oltre che distratta, e ho lottato giorno per giorno per sfilarmi via dalla tempia il filo di un pensiero rosso.

Ho viaggiato Valencia e la Mancha con D. ed è stato bellissimo nuotare nell’acqua gelata di una sorgente di montagna, scalare la roccia a mani nude e in scarpe da tennis, mangiare cose buonissime, perderci in paesini bianchi di calce e azzurri di pescatori.

Fare sesso tutti i giorni, almeno due volte al giorno, come fosse una medicina, e tenersi per mano, e coccolarsi, e conoscere sua madre, e fare uscite a quattro, e programmare altri viaggi, sognando il Brasile e la Grecia.

D. è così calmo e rassicurante che m’ha fatta salire sul ciglio d’un burrone, a me che sono un po’ agorafobica, giusto allargando le braccia e facendomi percepire che lui era lì, sicuro e rassicurante.

Eppure quando sono tornata in Inghilterra c’era ancora un pensiero rosso a tormentare i miei vagheggiamenti, prima di andare a dormire.

Ho provato a estirparlo tra le lenzuola con un vichingo dal culo perfetto, ma a poco è servito, come un pensiero circolare che si morde la coda è sempre tornato punto e a capo.

Sono tornata in Italia una settimana, e finalmente sembrava che la disintossicazione stesse funzionando. Qualche messaggio pronto e non mandato, qualche piccola ricaduta nella prova di volo, e poi torno finalmente in Inghilterra con la sensazione di aver candeggiato il rosso dei miei pensieri e di avere lo zaino più leggero, sulle spalle.

Torno a lavoro con assaggi di salumi e formaggi per tutti, ma quando entro in ufficio c’è solo lui. Mi comporto come nulla fosse, che è il codice a cui m’ha abituata. Ma lui s’avvicina, scherzoso, ma un po’ minaccioso al tempo, mi si siede di fianco, mi chiede cosa sto facendo. Io mi sento braccata, chiusa all’angolo, e nervosa, perché sembrava si fosse tirato indietro, e ora che me ne sono fatta una ragione si contraddice di nuovo, o forse no, e io non so che aspettarmi da lui, cosa lui si aspetti da me. Vorrei solo si allontanasse, per tornare alla mia comfort zone, ma al tempo stesso mi piace che sia in grado di farmi sentire insicura. Scherzando giro la sua sedia e comincio a trasportarlo lontano dal mio computer spingendo lo schienale.

“Torna al tuo posto e lasciami lavorare, A.”

Ma lui si gira.

Ora lo spingo tenendo i braccioli, impossibile evitare lo sguardo di ghiaccio. È un attimo: le sue mani sui miei fianchi, la sua bocca a cercare la mia, il mio respiro spezzato e nervoso.

È un attimo e la mia felpa è sul pavimento dell’ufficio e la sua testa rossa e tra il mio seno come l’ho sognata per otto mesi, e le sue mani mi esplorano, e le mie non osano esplorare lui.

“Non è una buona idea”

“No, non lo è, scusami Dama, scusami”

Ci allontaniamo, raccolgo la maglia ci guardiamo.

È un attimo che lui mi tiene in braccio e mi lecca il collo e io gli mordo l’orecchio.

“Non possiamo continuare così”

“Siamo davanti la finestra”

“Ok, basta”

“Basta”

Inizio a andare verso i faldoni, a rimettermi a lavoro, mi giro e lui è dietro di me. Ed è un attimo, un attimo, che si morde le labbra, mi afferra i fianchi e li tira verso di sé e io inarco la schiena.

“It’s a bad idea, A.”

“Really, really bad”

E le sue mani sono tra le mie gambe, e le mie nonosano andare tra le sue – fra quanto torneranno, le colleghe? Che succederebbe se qualcuno si affacciasse alla finestra? Che mutande improponibili ho, addosso?

E lui chi è? Cos’è che vuole da me? E quando, e come? Posso stare ai suoi capricci? Sono capricci? Perché sa farmi sentire così indifesa?

Ci allontaniamo e torniamo a lavorare.

“Torniamo a lavoro”

“Hai ragione, Dama, scusami, scusami”

Ancora un bacio.

Quando le colleghe rientrano è come non fosse successo nulla. Alla fine della giornata la sua bocca sui miei capezzoli sembra solo un altro dei tanti sogni di zenzero.

Distrazioni

Una frustrazione rossa mi perseguita, viaggio col mio collega che fa come nulla sia mai accaduto, mentre la sensazione è quella che ci sia un elefante sotto il carpet, e che io debba alzarmi sulle punte per guardare quegli occhi di ghiaccio dietro la schiena di un pachiderma, quegli occhi che non lasciano filtrare un pensiero sullo sguardo.

Eppure io sono una che sa come distrarsi.

Con David siamo tantrici, ci cuciniamo cose buonissime e non ci facciamo mai mancare del vino rosso. Allora lui mi ha fatto la paella, facendo a mano pure la salsa di pomodoro, e io la pasta fresca, con pesto di funghi e asparagi e noci.

Iniziamo a godere dalla lingua prima di passare sul divano. A volte iniziamo a godere con gli occhi e facciamo piccole gite in luoghi ameni e drammatici.

Di certo ci gode l’anima, perché tutti i giorni in cui ci vediamo finiamo a ridere fino a piangere. David è spagnolo ma parla italiano benissimo, cosa che nonlo esclude dal dire delle coglionate pazzesche, soprattutto dopo aver fatto l’amore.

“Sei proprio una ragazza etrusca”

“Etrusca?”

“Ma sì, non lo vedi? Hai i lineamenti etruschi”

Rido.

“Mi ti vedo, che ti chiamo e ti chiedo Dama, che fai? – ah, no, niente, faccio un’anfora”

Lacrime.

“Che poi voi etruschi siete proprio pastellosi”

Piegata in due.

“Non si dice? Non può darsi?”

Con David vengo tantissimo. Ha un corpo perfetto di sportivo e la bravura di chi si avvicina ai quaranta. Sembra incredibile abbia anche la coglionaggine di chi è un po’ Peter Pan.

David si sta per trasferire in Francia, ma domani sarò ad Alicante da lui per cinque giorni e probabilmente mangeremo cose buonissime, faremo sesso, andremo in montagna.

Io sono una che si sa distrarre.

James è un vichingo di origini scozzesi, con i capelli rasati ai lati e un codino al centro. Ha il corpo modellato dal nuoto e il culo più bello che abbia mai visto.

James ha gli occhi chiari, i capelli castani con riflessi di mogano e una barba che tende al ginger.

L’ho incontrato a una festa, che si ricordava il mio nome da novembre, quando eravamo entrambi a un house party nello stesso posto. Gli sono andata vicino, abbiamo ballato come gli scemi, abbiamo ballato più seriamente e poi l’ho baciato.

Si ricordava il mio taglio di capelli della festa precedente.

Siamo andati a casa mia così ubriachi che avevoscordato pure il suo nome, quello che non ho scordato, però è come mi tocca, come mi scopa e soprattutto, soprattutto, come mi controlla, anche quando sono io che lo sto cavalcando.

James mi ha mandato la sua tabella di lavoro per vedere come gestirci e quando vederci. Ci siamo visti tre volte. Abbiamo trombato otto. Non si riesce a rivestire che mi guarda, si morde una mano e si spoglia di nuovo.

Io sono una che sa distrarsi. Mi limono gente a caso nei club e lascio il numero sbagliato.

Io sono una che sa distrarsi. Allora perché ho sognato di nuovo quei capelli rossi?

Zenzero

Otto mesi in terra inglese. Sette, sette le notti segnate dal rosso dei capelli del mio collega tra il seno, tra le gambe, contro le scrivanie. Sogni caldi a sbattere contro il freddo del nord, contro le camicie abbottonate in ufficio.

A. non è bello, ma ha questi capelli e questa barba di rame, e questi occhi di ghiaccio vichingo sulla pelle polare.
A. mi fa ridere. Ha quasi quarant’anni, ma prendiamo la metro per tornare a casa e quello è il nostro momento, siamo soli e allora siamo bambini, e ci facciamo i dispetti come quando all’asilo tiri i capelli al ragazzino che ti piace. Ci mettiamo gli sgambetti, ci raccontiamo fesserie, ogni tanto ci raccontiamo e basta.

A. tutti i giorni, dopo che ci salutiamo, torna a casa dalla sua ragazza. E per questo non ho dato adito a false speranze, quando ha iniziato a scrivermi non appena uscivo dalla metro.

“Cosa fai questa notte, Dama?”

“Cena d’addio per il mio coinquilino. Dovresti venire, siete come coinquilini anche voi, abitate fianco a fianco nelle stanze del mio cuore”

“Scommetto che la mia è più grande”

“Lo è, e ti dovrò spostare nell’attico, se non continui con quella dieta degli zuccheri!”

“C’è un letto?”

“Sure. E c’è un enorme

Enorme

E-nor-me

Cucina. Così puoi cucinarmi il pranzo da portarmi a lavoro”

E neanche quasi mi rendo conto che dallo scherzo siamo passati a provocarci, perché il tono è quasi lo stesso e penso che magari è sempre il solito cretino, ma vive con la ragazza – con la ragazza! – e non farebbe mai niente di serio.

Cinque. Cinque o sei le pinte bevute durante il pranzo d’addio di una collega. E quando ce ne andiamo io sono così allegrotta che abbraccio la manager, e cerco in giro sigarette – anche se ho smesso – e lui ride per strada, dopo che salutiamo tutti.

Io lo prendo sottobraccio e lui compra un pacchetto di sigarette – anche se ha smesso -, e fumiamo insieme.

È notte e siamo alla fermata della metro deserta, quando mi guarda, mentre io rido, mi guarda in obliquo e sbuffa, come non potesse fare altrimenti che avvicinarsi, mentre io divento seria, e baciarmi.

Dopo otto mesi in Inghilterra, con le camicie abbottonate, ci baciamo e ci diciamo che lo stavamo aspettando dall’inizio.

“Quando l’hai deciso, Dama?”

“Cosa?”

“Questo. L’hai deciso ora?”

“No, l’ho sempre voluto”

“Vuol dire che avremmo potuto farlo dall’inizio?”

“Forse meglio che sia solo la fine”

“Mi lascerai scoparti?”

“Sì. Perché non vieni da me?”

“Girlfriend. Settimana prossima, a lavoro”

“Come facciamo?”

“C’è qualche giorno in cui siamo solo io e te”

A. guarda il binario, ma lo sguardo è perso nel vuoto.

“A cosa stai pensando?”, gli chiedo.

“A queste”, si avvicina di nuovo, mi sfiora con un dito il bordo del reggiseno. “I tuoi amanti non saranno gelosi?”

“Non sono io quella con un impegno, A.”

Quella notte si masturba scrivendomi che vuole scoparmi sulla scrivania e che gli orgasmi sulla faccia, che non può aspettare.

Poi siamo in ferie, prima io, poi lui. Ci mandiamo qualche foto, ci stuzzichiamo, poi smettiamo.

Ci rivediamo a lavoro due giorni fa. Lui a malapena mi parla ma mi dice che è perché è appena tornato dalle ferie. Con i giorni torniamo a scherzare e a farci i dispetti, come due ragazzini.

Oggi rimaniamo soli, per la chiusura.

Io mi affretto a spegnere i computer col cuore che mi rimbalza in petto, lui ha già chiuso il suo zaino e preso la sua giacca.

Camminando verso la metro mi chiede:

“Com’è stata la tua giornata?”

“Hm. La tua?”

Guarda la strada con lo sguardo perso:

“Hm. Però almeno torniamo a casa presto”.

E io muoio dentro d’un desiderio d’un rosso infuocato, e mi chiedo se quei mille baci alla fermata di una metro, e sulla metro, e al cambio della metro, siano stati solo un altro dei miei sogni di zenzero.

Febbraio – Madrid

Febbraio. Atterro a Madrid che ci sono quattordici gradi. Le voci sono alte, le lingue veloci, lo spagnolo mi circonda, scansa con un’ancata di calore l’intorpidimento inglese.

Arrivo ad Atocha e vedo lui, Jorge. Jorge, Jorge, Jorge!

Ci abbracciamo sorridendo, non siamo cambiati neanche un po’ in un anno, o così comunque ci sembra, che la memoria avrà pure levigato le immagini e magari non la notiamo qualche riga in più sul volto.

Dopo un anno. Poco più di un anno. Dopo un anno ancora Madrid, ancora tu – ma non dovevamo non vederci più?

Io sorrido, mentre lui mi prende lo zaino sulle spalle e mi passa un braccio intorno alla vita, io sorrido come un’idiota, ma più per il colore di Madrid e i quattordici gradi che mi accarezzano le mani, la pelle screpolata dal vento della città di N.

La prima cosa che chiedo di fare è di prendere una birra sedendoci all’aperto, che è una cosa che non faccio da quando ancora ero in Italia.

Parliamo. Lui mi prende le mani. Si ubriaca, con appena una pinta, e mi dice che vorrebbe cantare. Andiamo verso casa dicendo che non faremo l’amore, che siamo solo amici, ma che vogliamo dormire nudi e abbracciati, che un anno senza toccarsi è molto. E entrambi sappiamo che faremo l’amore, e lo rifaremo, e lo faremo ancora.

Siamo nudi e ci ripetiamo che no, non vogliamo fare l’amore, che siamo amici, adesso, dopo una anno.

Siamo nudi, e ci abbracciamo, e diciamo fesserie, e ridiamo.

“Come si dice coniglio in italiano?”

Rido come una matta, che Jorge è così, quando è felice, guarda il soffitto con gli occhi che sorridono, due mezzelune di bambino sul volto di un uomo di quaranta, e i suoi pensieri vagano come nuvole, non si sa mai dov’è che le correnti le porti, e che forma gli daranno.

“La cunil?”

Ridiamo a lacrime, ci sfioriamo, e ci chiediamo come sia possibile che dopo un anno senza vederci ci ritroviamo più familiari, ci riconosciamo immediatamente. ci annusiamo il collo, e le spalle, e ci diciamo che è l’odore più buono del mondo. Questo è sempre funzionato in modo magico, tra Jorge e me, quando ci siamo incontrati abbiamo saputo che era inevitabile, inseguivamo con fame le nostre chimiche, quelle si riconoscevano e si sceglievano prima ancora che ci conoscessimo e scegliessimo noi.

Siamo nudi, e ci abbracciamo.

Siamo nudi, e lo cavalco.

“Dama mi costringi a scoparti se fai così”

“Non sto facendo niente”, rido, mentre gli strofino il seno e la pancia sul petto, mentre le labbra della mia figa si bagnano strusciando sulla sua asta, che è enorme. Strofino il clitoride sulla sua cappella, gli passo un dito sulle labbra, mi morde.

Siamo nudi, e scopiamo, e si sente così bene, dio, così bene, che vengo vengo subito, forte, e poi vengo ancora, mentre mi scopa da dietro.

“I want to be your slut”

“Do you wanna be my little whore?”

Gemo in assenso, incapace di parlare e in estasi per una stoccata profonda e arrogante.

“You are going to be my slut these three days, then, I’m going to fuck you when I want, how I want. I’m going to use you”.

Veniamo.

Ci abbracciamo. Prima di addormentarci abbracciati lui mi accarezza i capelli:

“Dama?”

“Sì?

“Ti amo”

“Anch’io”

I giorni seguenti parliamo delle altre persone che abbiamo visto, ci cuciniamo in casa, ci coccoliamo. Andiamo al ristorante, passeggiamo nel barrio de Las letras, parliamo di libri e di futuro. Come sempre, vediamo un film: Chiamami col tuo nome.

“C’è una ragazza con cui mi sono visto che ti vuole conoscere. Vive a Oxford adesso”

“Posso vederla?”

Una ragazza ginger, forse anche più giovane di me, mi sorride dallo schermo. Bella ragazza, senza dubbio, forse i lineamenti un po’ infantili per i miei gusti.

“Perché mi vuole conoscere?”

“Perché è matta. E perché le ho parlato molto di te”

Ci penso.

“Mi piacerebbe, incontrarla. Dille che se vuole può venire quando vuole nella città di N. a trovarmi”

“Il problema è che N. è lontana, lei non può stare più di tre ore su un treno”

Ridacchio di questa bizzarria.

“E lei com’è?”

“È matta. È venuta qua a trovarmi e poi è uscita con una coppia di Tinder, ha fatto sesso solo con la ragazza, e io e lei non abbiamo più scopato. Veniva tutta trafelata da me e mi chiedeva se le stavano bene i capelli. -Jorge! Jorge! Ma i vestiti vanno bene? Che ne pensi dei capelli?- e usciva con un altro”

Rido.

“Era così contenta di sapere che la Dama tornava a trovarmi. Mi ha detto che vuole sapere tutto”

“A me lei già piace. Come si chiama?”

“Dani”

“Dani”, ripeto.

“Spero ci sarà occasione”

Blue January

Non ho sempre parole per descrivere l’Inghilterra. Ancora meno per descrivere la mia, di vita, in Inghilterra.

Sará che ho limonato un tizio così ubriaco in un locale che un momento dopo stava twerkando sulle scale.

Sarà che presa dalla noia di un ballo in un locale latino americano ho deciso di dare un’altra chance al mio amico russo, lanciandogli uno sguardo da sotto le ciglia, carezzandogli una spalla appena con l’indice, piroettando piano.

Sarà che in un giro lento ho incrociato gli occhi neri di un greco. 

Sarà che ero così ubriaca che chiedevo una sigaretta al greco e la uscivo a fumare col russo, limonavo il greco quando il russo andava al bar e ballavo col mio amico, chiedevo al russo di cercarmi una sigaretta e scambiavo il numero con quegli occhi neri, mi portavo a casa il russo messaggiando col bruno.

Sarà che il titolo per la mia storia col russo potrebbe essere “vodka, centrioli e disfunzione erettile”.

O forse che al primo appuntamento col greco non sono riuscita a frenare a tempo la lingua e gli ho chiesto di Varoufakis, realizzando troppo tardi che da quel momento sarebbe stato impossibile passare alle sue mutande. Non è così facile, passare da  Varoufakis alle mutande  di un uomo. Dopo quattro ore passate a parlare di recessione, di dracma, di politica internazionale al posto di toccarci e di fare l’amore ormai s’era creato lo stesso magnetismo che ci sarebbe potuto essere tra me e Andreotti. 

Che poi pensavo, mentre parlava, che non era abbastanza comunista. Non abbastanza trotzkista. Manco con un grande spirito umanitario, più che Chomsky un Renziano, pensavo. Che non è abbastanza progressista o brillante, un appuntamento presieduto da un tecnico, e aspettiamo nuove elezioni.

Sarà che ho in tasca un biglietto per Madrid, e un altro per Porto, che lì sono stata felice.

Sarà che ho fatto innamorare un maltese dolce e imbranato.

Sarà che tre giorni fa per la prima volta sono stata paccata da un inglese, e il mio coinquilino è venuto in soccorso di me e la mia pinta ridendo e portandomi una sigaretta.

Sarà che mi hanno minacciata di morte a lavoro. Proprio così. “Se non mi date i soldi vi seguo fino alla fermata della metro e via apro in due”.

Sarà che mi sono rotta il cazzo di tutto e questo fine settimana ho il mio primo appuntamento con una lesbica asiastica.

Ma questo è solo rumore, come le lezioni di swing e salsa che urlano musica per distrarmi il giovedì, per farmi arrivare al fine settimana senza morire di noia.

La realtà è che è il sesto mese che passo qui e sento di non avere niente. 

Non mi spiego come in Portogallo, con la metà del tempo, io possa aver costruito rapporti che ancora durano. Ho rivisto Al e il Milanese. Sento colleghi, amici, amanti. Ho notizie che mi raggiungono dal Brasile, e due occhi porno e francesi che ora mi sorridono dall’Australia. 

Persino in viaggio, in ventiquattro ore, ho costruito qualcosa. Ho costruito l’amore con Jorge.

Nella città di N. un milione di visi mi scorrono a fianco, e proseguono, e muoiono di lavoro, o di grigio, o di viaggi in metropolitana, e lasciano appena un’orma su battigia.

Nella città di N. non c’è tempo per l’amore, appena per un aperitivo, e i rapporti sono confezionati e tenuti in frigo come i pranzi nelle cassette al lavoro.

Ogni volta sembra di ricominciare da capo ma ogni volta sento le mie parole diverse.

Ciao io sono Dama.

Ciao, io sono Dama, sono italiana e lavoro come volontaria per un’associazione di beneficienza.

Ciao, io sono Dama, sono italiana e sono sfruttata da un’associazione di beneficienza.

Ciao, io sono Dama, sono triste e a volte penso che vorrei morire piuttosto che continuare ad essere sfruttata da un’associazione di beneficienza.

Ogni giorno faccio due ore in metro. Vorrei ricominciare a fumare, ma se prendessi il vizio non riuscirei a permettermelo. Torno a casa stanca e spesso riesco appena a pensare alle cose da fare a casa e a crollare davanti un telefilm. Non leggo più molto come amo fare, devo leggere in inglese, e poi sono mentalmente esausta, e ho l’impressione che mi  inaridiró come fossi un mare che s’asciuga deserto. Non leggo più i giornali, solo cose futili. So appena cosa succede in Kurdistan. Non vedo più film seri, l’ultimo è stato La giovinezza di sorrentino, era così bello che volevo piangere. Non perché fosse triste, perché è bello. 

A volte mi costringo ad uscire, metto un rossetto rosso e vado a ballare lo swing. 

A volte piango, dopo aver parlato al telefono con mia madre e averle detto che i biglietti costano troppo per tornare a Pasqua.

Ciao, sono Dama, a volte metto una gonna e esco con uomini, donne e uomini, sempre diversi, ho l’impressione escano con me solo per non morire di noia, di grigio, di lavoro, ma poi sono troppo stanchi per l’amicizia o per l’amore. Ci fermiamo a un aperitivo. Una catena di montaggio d’aperitivi, che a malapena riesco a pagare.

Ciao, sono Dama, ho ventotto anni, sono italiana, laureata e lavoro gratis per la comunità Europea. 

Ciao, sono Dama, ho ventotto anni, non so che fare nella vita, sono laureata, parlo due lingue straniere, ho fatto tirocini gratuiti in scuole, case editrici, biblioteche, associazioni di volontariato, associazioni di beneficienza, ho lavorato come cameriera, come barista, ho vissuto in tre paesi e a volte penso che vorrei morire, piuttosto che stare seduta al tavolo con te, e dirti che lavoro faccio, e sentire che lavoro fai, e poi forse rivederti fra un mese, o tre, o mai.

Ciao, sono Dama, sono qui solo perché se non esco muoio di lavoro. 

E manco mi pagano. 

Welcome, 2018.