La Limonera

La Dama Distratta incontra La Limonera circa 25 anni or sono. Certo, all’epoca erano differenti da come le potreste vedere ora: erano alte circa novanta centimetri, i cervelli sottosviluppati imparavano l’arte di infilare la mano in barattoli di tempere colorate da stampare sulle pareti e ancora combattevano per affermare la coordinazione mano-occhio, che vuol dire, in soldoni, che la loro occupazione principale era andare a sbattere contro cose o personcine come fossero chiuse in un pollaio di galline decapitate e impazzite che corrono malamente.

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Presumo corresse l’anno 1992. La Dama, allora, passava le giornate a escogitare evasioni dall’asilo lavorando ad un tunnel che portava nientepopodimeno alle scuole elementari: la pala ce l’aveva, la strategia ancora no. La Limonera, invece, viveva quell’inferno come una vacanza Costa Crociere.

Se La Dama ogni mattina fingeva un colpo apoplettico pur di rimanere a casa La Limonera non faceva un giorno d’assenza. La Dama faceva uno sciopero della fame tale da costringere i genitori ad andarla a riprendere ogni giorno per offrirle un pranzo gourmet al posto di quei papponi  della mensa e La Limonera, dal canto suo, mangiava tutto, anche le posate, tanto che le maestre dicevano alla Dama: “Guarda, guarda La Limonera com’è brava!” ricevendo in risposta solo sguardi in cagnesco.

La Dama vedeva quella stanza buia con le brandine come un incubo; mai, dico mai, chiuse occhio di pomeriggio fino ai suoi sedici anni, quando un post sbronza di quelli che non perdonano le insegnò la brutalità dell’avere il fegato in gola e una banda di bonghisti che suonano – di merda – le tempie e i ventricoli. La sala delle brandine era una prigione, un affronto alla libertà, una costrizione spersonalizzante e inaudita. Stare fermi senza dormire per ore accanto a tantissime brandine affiancate come in un ospedale da campo era una cosa che La Damina non riusciva ad accettare, mentre La Limonera invece se la ronfava con gusto.

Quest’improbabile coppia di amichette passò gli anni dell’asilo senza essere propriamente amiche, ma tacitamente stimandosi e consentendo alla compagnia dell’altra, le rare volte in cui la Dama non riusciva a rimanere a casa, a farsi venire a riprendere prima, a scappare nel giardino della scuola elementare confinante – che fuck the police, io sono nata in una famiglia di hippie e il vostro asilo militare non mi avrà mai.

Passarono gli anni e La Dama e La Limonera si ritrovarono alle scuole elementari insieme, dove, sempre fra un’assenza giustificata e una ingiustificata della Dama, solidarizzarono sempre più. Iscritte anche nella stessa palestra di pallavolo La Limonera cercava di insegnare alla pippiblogDama assenteista a prendere la palla con le mani anziché con la faccia. Entrambe condividevano una passione per i giochi da maschiaccio e gli animali, l’odio per le gonne e per il rosa, l’amore per i giochi in cui si corre, ci si sporca, ci si sbuccia le ginocchia, il tutto, rigorosamente, in cappellino da baseball e scarpe da tennis comode.

Poi fu la volta delle scuole medie, l’età ingrata, passata come vicine di banco e membri dello stesso club di bulle per la sopravvivenza. Fra un tentativo di mettere il lassativo nei cioccolatini da spacciare alla banda nemica della classe e una prima cotta adolescenziale, fra un gavettone e un halloween passato fra Shining e caramelle, fra lo spuntare di un brufolo e lo spuntare delle tette, tra le prime mestruazioni e il corpo che si stira come fosse di gomma, La Dama ricorda ancora questa come l’età più difficile mai affrontata. Meno difficile grazie alla presenza della Limonera, oltre che del padre hippie che la svegliava la mattina chiedendole “ma a scuola oggi ci vuoi proprio andare?” o che sdrammatizzava le insufficienze a matematica dicendo “Un’altra insufficienza e ti compro il motorino!“.

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Con gli anni delle superiori, scelte tutte scuole diverse, pian piano, le altre componenti della gang sparirono. Prima si perse di vista La Secca. Poi Il Castoro. Poi Quell’Altra. Infine La Grossa. Tutte, insomma.

La Dama e La Limonera imperterrite, continuarono a sentirsi, vuoi per la logorrea della Limonera che ogni giorno tentava di fare chiamate chilometriche alla Dama – spesso assenteista anche al telefono – vuoi perché era un’età in cui le ragazzine tenevano diari in cui trascrivevano gli SMS e loro, invece, si passavano un quaderno con le citazioni letterarie tratte dai libri che si prestavano.

Le superiori. Begli anni. I ragazzi, i baci, i libri, i motorini. Le estati passate a cercare spiagge nascoste, le serate pizza e film, il campeggio, le prime ubriacature, le prime canne, i primi gruppi di amici che io esco con i tuoi, tu esci con i miei, tutti usciamo con tutti. Alla fine delle superiori eravamo ancora lì, insieme: il sesso, le prime storie serie, le ennesime uscite in motorino, le ennesime serate pizza e film, le ennesime ubriacature, le ennesime canne. La Dama con i voti alti, ma quasi bocciata per le assenze. La Dama che dava ripetizioni di latino e filosofia alla Limonera (“Ma che cazzo è sta “monade”, Dama?” “La monade è un’entità chiusa in se stessa, Leibniz dice “senza finestr…”, “No, no, aspé, che cazzo vuol dire?” “Vuol dire che è un qualcos…” “Ma in pratica, in pratica che cazzo è sta monade?” “Oh, Limonera, hai rotto il cazzo, immaginala come una palla arancione” “Una palla arancione?” “Sì, il tuo colore preferito, così lo ricordi. Immaginala come una sfera, è chiusa, non comunica con l’estern…” “Ok, la monade è una palla arancione!”).images (2)

Una differenza abissale tra La Dama e La Limonera erano i genitori. Se La Dama aveva passato la prima notte fuori casa impunemente fino all’alba a tredici anni la Limonera a diciassette aveva la regola del tramonto: il suo motorino doveva essere parcheggiato sotto casa prima che scomparisse la luce del sole.

Se La Dama a sedici anni, di domenica, si svegliava all’una di pomeriggio per essere rientrata alle quattro del mattino, La Limonera, se non era col motorino, aveva la libertà di Cenerentola e la stessa regola infame. Se La Dama a diciassette anni beveva il caffè fumando sigarette con Madre, La Limonera si prendeva uno schiaffo per la puzza di fumo passivo rimasto nei capelli. Se La Dama, minorenne, andava in vacanza a Barcellona con una sua amica o al Primo Maggio a Roma, La Limonera doveva rimanere in una zona tracciata col compasso sulla mappa, che non superasse i cinque km dalla sua abitazione.

Insomma, i genitori della Dama erano più sul genere “Fai quello che ti pare ma cerca di non morire” o “Mi raccomando, non tornare troppo presto, ma niente droghe e usa precauzioni”, i genitori della Limonera erano più tipo “Azkaban“. Eppure La Dama e La Limonera si prestavano troppi libri e troppa voglia di libertà, sognando di andare a vivere insieme all’estero e facendo strampalati programmi di vita.

Gli anni dell’Università sono passati in città diverse tra impegni diversi, qualche divergenza. la Dama studiando a ritmo di fabbrica per non perdere la borsa di studio, cambiando quattro città tra Erasmus e esami, La Limonera facendo la pendolare e lavorando per studiare senza pesare più sui suoi genitori, ingoiando ancora un po’ quella voglia di viaggiare, di andare via. La Dama in fase festaiola quando La Limonera era in fase seria, La Limonera in fase festaiola quando La Dama era in fase seria, La Dama fidanzata quando La Limonera era single, La Dama single quando La Limonera era fidanzata. Eppure sopravvivono, anche a questo.

La Limonera e La Dama, ora, entrambe laureate, entrambe disoccupate, ormai adulte, si incontrano in uno dei tanti pomeriggi di cazzeggio. La Dama emotivamente reduce dall’anno barbonistico ormai concluso da troppo tempo, La Limonera depressa dal rientro nel paese di X dopo qualche mese passato in Inghilterra, qualche mese che le è valso questo soprannome. Poi il lampo di genio.

“Dama… ho un’idea geniale”

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“Cosa?”

“Alla fine non abbiamo mai fatto un viaggio insieme. Partiamo”

Antenne alzate. “Per dove?”

“Francia”

“Io parto solo se barboneggiamo, però”

“L’autostop non lo faccio manco morta, ma col Couchsurfing posso scendere a patti”

“Ma come fai col fidanzato? Non te la lascia mica passar…”

“Lo lascio”

Dopo un’ora sappiamo che partiamo a Luglio, atterriamo in Germania, passiamo per il Lussemburgo, approdiamo a Parigi e da lì via, in volo, fino a tornare in Italia. Venticinque anni di amicizia se lo meritano, un viaggio epico.

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Ok, non così epico, è che mi sono lasciata prendere la mano

 

Non sono una signora

Episodio 1. 

La Damina ha le cuffie alle orecchie, le Converse ormai quasi da museo con la stampa floreale che inizia a tendere al trasparente, la borsa coloratissima, i ricci che iniziano a riconquistare un po’ di lunghezza e schizzano in aria da tutte le parti.

“Adesso che entro a scuola il bidello mi chiede che ci faccio fuori dalla classe”, ridacchia camminando veloce, i documenti per le supplenze nascosti dalla tela e il cuoio della borsa. Pensa che è strano rimettere piede in quell’istituto, dopo quanti? Nove anni?

“Buongiorno”, sorride al bidello, appena varcata la soglia.

“Mi dica, signora, cosa le resizeserve?”

“…”

Episodio 2.

La Damina si siede nella sala d’aspetto del reparto ospedaliero. Spettinata come sempre e, come sempre, senza lenti a contatto e senza occhiali, perché a lei il mondo piace così, un po’ impressionista. Non vi incazzate se per strada non vi saluta è che per lei non avete le facce.

Si da uno sguardo intorno. Due signore, di fronte, discutono di allergie ed eritemi e ingaggiano una gara alla chi è più disgraziata: “Guardi! Guardi che sfogo!” Dice la prima alzandosi la maglia e mostrando l’ombelico. L’altra le agita il gomito nudo di fronte: “Non mi dire niente, signora, questo mi prude così tanto che sono dieci anni che non dormo! Dieci anni!”.

Di fianco alla Damina un adolescente lungo lungo, sbracato sulla sua sedia e piegato sul telefono, con le gambe che si srotolano sul pavimento occupando quasi tutta la lunghezza della sala d’attesa.

Un’infermiera esce dal reparto e guardando nella direzione della Dama dice: “Tu sei minorenne?”

La Dama risponde: “No”

L’adolescente risponde: “Sì”.

L’infermiera sorride, o almeno così sembra alla vista sfocata della Dama, e poi dice: “dicevo al ragazzo, signora

“…”

Episodio 3.

Al bar. Un cliente si siede sullo sgabello e dice alla Dama: “Ma tu sei la sorella di F.?”

La Dama sorride, in uno dei suoi rari momenti di gentilezza con i clienti. “Sì, come lo conosci?”

“Andavamo a scuola insieme. Tu sei la sorella maggiore?”

“… F. Ha sei anni più di me”

“Oddio, no, ma non intendevo…”

“No, aspetta, mi hai appena dato quasi quarant’anni?”

“No, davvero, è che non lo vedo da quando eravamo piccoli!”

“Ho ventisette anni”, gelida.

“Scusa, davvero, è che dai venti ai trenta è un po’ difficile distinguere bene l’età”

“Un euro e cinquanta”

“Il caffè?”

“Sì, un euro e cinquanta”

Conclusioni.

La Damina si guarda allo specchio, tirandosi la pelle della guancia. Rughe? Nah. Sorride. Sorride di più. Sorride al massimo. Faccia da culo ne abbiamo. Ma rughe? Queste sotto gli occhi sono rughe o sono palpebre? È normale avere le palpebre? Le palpebre crescono con l’età?

Il sorriso si affloscia su sé stesso. Aggrotta le sopracciglia, spalanca la bocca. Smorfie. Le sembra tutto uguale a dieci anni fa. Per di più, le hanno sempre dato meno della sua età. Eppure qualcosa dev’essere successo, se all’improvviso sono diventata una signora. Cos’è che è cambiato? Pensa.

Le tette sicuro no, anche dovessi essere una signora sarei una signora con le tette da diciottenne. Si gonfia come un pavone, strizzandole con le mani.

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La Damina scruta tra i ricci, neanche un capello bianco. Anzi sì uno, lì sotto, sotto vicino l’orecchio, perso in quella foresta intricata che è la sua chioma. Oddio, pensa. Ma allora sono soggetta ad invecchiamento, fuori. E com’è che non si concilia, il fuori con il dentro? Il mio animo non ce l’ha il capello bianco, e manco le palpebre. Il mio animo è, però, in realtà un’area spessa circa dieci virgola cinque millimetri di materia grigia, che se si potesse separare dal cervello e stendere sarebbe più o meno quadrata, come una tovaglia. Il mio animo è “fuori“, a ben vedere, niente di astratto, niente di svincolato dall’invecchiamento. Il mio animo è una tovaglia, penso. Una tovaglia estremamente stropicciata, e, sospetto, magari pure a quadretti, come quelle presenti in tutti i ristoranti italiani all’estero e spacciate per inequivocabili segni di italianità.

“È sicuro solo perché ho tagliato i capelli, è l’unica cosa diversa, sono sicura!”, dice al suo riflesso, iniziando a sentirsi come il pirandelliano Moscarda.

“Ma ‘sti cazzi”

Dalla a sbafo al club

La mia filosofia degli ultimi anni si può riassumere in un motto: “nel dubbio fallo”, in cui l’ultima parola può essere intesa sia come verbo che come oggetto.

Eppure sento che qualcosa sta cambiando. Sta cambiando il fatto che quando adesso un bel ragazzo mi guarda per strada, non sorrido. Sta cambiando il fatto che quando Sara cerca di sedurmi, vado via. Sta cambiando il fatto che esco senza lenti a contatto, quando esco, perché non sono interessata ad adocchiare qualche bel manzo di passaggio.

Che voi direte “sarà che La Dama è diventata frigida?”. No. Però mi rendo conto che sto cambiando, il mio “amore libero ma responsabile” credo faccia parte di una fase archiviata perché mi sono stancata. Stancata, in buona sostanza, di tre cose:

1) Gli uomini. Soprattutto di quelli – almeno il 90% – che rientrano nella categoria “le malattie sessualmente trasmissibili non esistono”. Alcuni credono non esistano neanche i film, sulle malattie sessualmente trasmissibili. Come quello cui ho consigliato di vedersi “Dallas Buyers Club” che mi ha risposto: “eh? Dalla a sbafo al club?”.

Comunque penso che a tutte le donne sia capitato di portarsi a casa (o di essere portate a casa) da un uomo che dopo essersi spogliato non accenna minimamente a voler tirare fuori un preservativo. Quando tu glielo chiedi la storia si dirama verso possibili soluzioni. A) L’uomo non ce l’ha ma ti tranquillizza dicendoti che è un mago del salto della quaglia, beatamente ignorando il problema Malattie Trasmissibili Sessualmente, o MTS. Questo punto mi ha portata a comprarne io stessa (oltre che, una volta, a irrompere alle tre del mattino nella camera del mio coinquilino milanese, come racconto qui) e a portarmeli sempre dietro. Ma non basta. Perché ci sono altri esemplari di uomo-“l’AIDS non esiste”:

B) L’uomo B prende il preservativo da te offerto ma dice che lo vorrebbe mettere​ dopo, quando sta per venire, che sennò povera stella non sente bene se tu là dentro c’hai una popolazione di virus, batteri e parassiti degna di nota o no, e tu non senti i suoi

C) L’uomo C lo mette, facendo finta che ha sempre avuto in mente di farlo, per poi toglierlo a metà rapporto sostenendo che non sente niente. Spesse volte quel preservativo tolto, e ormai irriutilizzabile, si rivela essere l’ultimo

D) L’uomo D acconsente alla penetrazione protetta ma poi vuole farlo anale senza. O vuole un pompino con ingoio senza. O ti lecca la patata senza. O ti vuole venire in un occhio senza. Vuole fare così tante cose senza che ti aspetti tiri fuori un taglierino e ti proponga di fare un patto di sangue tagliandovi i palmi e mischiando anche il plasma

E) L’uomo E acconsente al rapporto protetto. Il primo giorno. E il secondo. E il terzo. Al quarto, dato che nel frattempo avete avuto modo di parlare un po’ e ormai conosce il nome del tuo cane, pensa bene che non ci sia più pericolo che tu abbia l’HIV, o l’herpes genitale, o la gonorrea, e furtivamente e fulmineamente, ma con non-chalance cerca di penetrarti senza cappuccio sperando tu sia sovrappensiero o che anche tu segua la legge del “Se so il nome di sua madre non è possibile che lui abbia una malattia”

Ma non mi sono stancata solo degli uomini irresponsabili, ignoranti (nel senso che iiignorano), mi sono stancata proprio degli uomini. Perché la damina è una gran porca, è vero. Ma c’è anche da dire che è poca la gente che davverodavvero le piace anche solo un cicinin. Per cui molte volte ha trombato così, per noia. Una per pena. Qualcuna per passare il tempo. Qualcuna perché pensava “nel dubbio: fallo”. Qualcuna perché sa che è così difficile che incontri qualcuno che davverodavvero le piace che se avesse dovuto limitarsi a scopare con questi sarebbe probabilmente ancora vergine. O quasi. Insomma il sesso può essere anche solo assunto come analgesico, inserito nella lista degli hobby, praticato perché non ci si può permettere l’iscrizione in palestra. C’è il sesso schiaccia sesso. Quando scopi con qualcuno per dimenticarti di quello che ti ha spezzato il cuore prima. C’è il sesso amichevole, tipo ‘oh, mi stai proprio simpatico, abbiamo passato una bella giornata, perché non fare sesso?”. C’è il sesso volontariato tipo “poraccio, diamogliela perché nessun’altra lo farà”. C’è il sesso da collezionisti esterofili “Wow, non sono mai stata con un asiatico, quando mi ricapita?” Però insomma. Tutto questo non va bene. Ho chiuso, smesso, è definitivo.

2. I preservativi. Sì, ok, è sempre bene usarli. Ma diciamoci la verità, a chi non si è mai sfilato un preservativo? A chi non si è mai rotto un preservativo? Penso quasi nessuno, a me sono capitate entrambe le cose.

Ma poi i preservativi. Mioddio, è vero che rovinano tutto. Un soffocone fatto col preservativo non è degno di questo nome (e con questo non intendo dire che è meglio farlo senza, ma che è meglio non farli affatto forse, almeno non se si hanno rapporti da una notte e via o con cui non c’è chissà che passione).

Altro punto dolente del preservativo: puoi usarlo pure sempre ma rischi di contrarre comunque qualche malattia come il papilloma virus che, per di più, è estremamente diffuso, si stima che circa l’80 percento della popolazione ci venga a contatto.

3. Le malattie, quelle bastarde. Quelle bastarde come la sifilide, che te la prendi anche solo con un bacio. Quelle con il periodo finestra. Io ad esempio, a Jorge, per non usare il preservativo ho chiesto le analisi. Ma magari Jorge era nel periodo finestra. Tanto per dire che è inutile: non si è mai davvero tranquilli nel “free love”. Continuo a pensare che in modo istintivo l’uomo sia portato sempre alla promiscuità. O almeno io lo sono. Io la darei ora a qualcuno, giusto perché ho un’ora buca da lavoro. La darei a qualcuno quando sono stressata, perché è un’attività fisica che rilassa. La darei a qualcuno così, perché non ho niente da raccontare e la mia vita mi sembra noiosa. La darei a qualcuno perché un orgasmo mi farebbe bene, ma sono pigra e perché non lasciare che il lavoro lo faccia qualcun’altro che è anche più eccitante?. Però insomma, ormai ho chiuso con tutto questo.

Resta il fatto che il sesso è la cosa che mi piace di più al mondo. Ma il sesso vero, quello di quando c’è chimica vera. Il sesso sicuro, quello di quando sei certo del tuo partner e allora niente lattice, ma sesso orale, ingoio, umori e gemiti veri. Che io stia tornando monogama? O che sia solo perché sto aspettando i risultati di tutte le analisi e sono una persona nata con l’ansia?.

Non vivo bene questa specie di costrizione: credo preferirei continuare a vivere d’amore libero, se non fosse per le malattie, ma una relazione da in effetti più garanzie da questo punto di vista. Lo sento davvero come un conflitto orrendo.

L’HIV o un fidanzato, non so, sinceramente, cosa mi faccia più paura. Alla fine sempre di vita di merda si tratta. Ok, l’HIV non ti abbraccia, ma neanche russa o ti rompe i coglioni quando esci con le amiche. Ok, la sifilide ti rimbecillisce, ma mai quanto la vita di routine fatta di tivvù e ominide al tuo fianco. Prendersi l’herpes genitale sarà davvero più brutto che prendersi un marito e dei figli? Non so.

Forse credo sia meglio in ogni caso farsi un fidanzato che una malattia, perché la malattia pure ti fotte, ma in un senso diverso.

Vi lascio al sondaggio.

La Dama distratta dichiara di aver chiuso la fase “sesso libero ma con responsabilità”. Secondo voi:
A) La Dama ha contratto di nuovo la monogamia e vuole un ragazzo che le presenti analisi del sangue, Q. I., perizia psichiatrica e magari pure estratto conto

B) La Dama ha contratto un’ipocondria momentanea ed è convinta di avere l’Hiv condito di condilomi con contorno di sifilide e spruzzata di candida. Quando riceverà i risultati delle analisi tornerà a fare l’hippy (ma con responsabilità) che manco a Woodstock

C) La Dama ha evidentemente ricevuto la chiamata divina, non tromberá mai più e prenderà i voti

D) È palese che quella che scrive non è la vera dama ma che quest’ultima è stata rapita e sostituita con una rappresentante di CL

E) La Dama è un gomblotto delle case farmacireutiche per convingere la ggente a vaccinarsi contro l’hpv. Gomblotto!!III!

Del perché è meglio farsi un panino che fare un bambino

Quando hai ventisette anni e sei donna, se non hai figli, è ormai iniziato un periodo della vita piuttosto critico. Quello in cui si è passati dalle poche precoci coetanee con prole di quando avevi appena vent’anni al decuplicarsi di pancioni, bambini, discorsi sul tema con amiche che iniziano a pianificare, o almeno a pensare alla maternità. A questo si aggiungono le domande indiscrete di parenti che ti chiedono quand’è che pensi di fare un bambino pure se tu sei così focalizzata sul tema da rispondere: “Eh? Un panino?” (Nb. dialogo realmente accaduto alla sottoscritta).

Mi è venuta voglia di mettere nero su bianco alcune ragioni per cui credo non avrò mai figli, quanto meno nati da me, così chiariamo il discorso una volta per tutte. Ovviamente questa non è da intendersi come una crociata anti-figli, rispetto chi la pensa diversamente, semplicemente credo che non esistano posizioni giuste o sbagliate, e voglio esporre le mie:

  1. Non mi piacciono i bambini. Non mi sono mai piaciuti. Non mi piacevano i bambini neanche quando ero bambina, TOLLERAVO gli esseri umani dalla mia età in su, rispettavo gli adulti per la loro indipendenza ma a mia madre che mi chiedeva con sdegno perché guardassi schifata ai neonati propugnavo l’EVIDENTE superiorità dei cuccioli animali. Questi infatti, oltre ad essere chiaramente più belli dimostravano anche più indipendenza e dignità. Io guardavo con riprovazione a bambini col moccolo al naso o capaci di sbrodolare due intere stanze nel tentativo di fare merenda. Guardavo con fastidio a piccoli bipedi che si esibivano in piagnistei spaccatimpani di ore e pensavo con compassione ai genitori impiegati nel cambiare pannolini pieni di merda. Mi ripugnavano anche i bambolotti. Per altro, mi congratulavo con me stessa per essere uscita dalla fase del bisogno totale e dimostravo un contegno che mi è valso il soprannome di “La bambina vecchia” per anni. Contegno che ero pronta a rompere solo per giocare a pallone o lanciarmi in giochi da maschiaccio. Il mio mondo era fatto di animali-libri-maschi. Adesso la situazione non è cambiata un granché, però se mi bendano non è per mosca cieca. Non ho mai preso in braccio mio nipote che ha ormai quattro mesi. Mi fa piacere vederlo, eh, ma sostanzialmente aspetto che abbia il dono della parola, per ora lo vedo un po’ come un subumano. Bellissimo, ma subumano. Non mi viene voglia di fissarlo per ore o di stupirmi a ogni smorfietta, non sento l’esigenza di toccarlo o di fargli le moine, mi schifa quando fa dei rigurgiti che manco io nei peggiori sabato sera di quando avevo sedici anni. Trovo simpatica l’età dell’asilo, mi diverte moltissimo prendere per il culo bambini dai tre ai sei anni, ma penso siano noiosi prima e rompipalle dopo. Rompiballe anche durante se per più di poche ore al giorno. E so di cosa parlo, ho fatto volontariato nei reparti di pediatria e tirocini negli asili e nelle scuole elementari. In ogni caso credo non sia una buona idea fare un figlio per prenderlo per il culo.
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Incubo ricorrente della Dama

2. Trovo che la gravidanza e il parto siano raccapriccianti. Così come ogni volta che vedo un bambino mi prodigo in sorrisi forzati alla Troy McClur, così faccio ogni volta che scorgo una nuova pancina.

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Il punto è che mi fa pensare a una cosa parassitica. Penso agli organi che si spostano per fare posto a un feto-alien e rabbrividisco. O meglio, riesco anche a vederlo con una certa tenerezza, se riguarda altre donne, che vedo felici. Ma il solo pensare al mio corpo tirato-sformato-cambiato da un altro organismo non del tutto formato che si muove cieco e mi prende a calci, l’idea della mia (SACRA) patata squarciata da una roba grande come un melone sporca di visceri e sangue, la leggenda dei dolori più forti che essere umano possa provare, l’immagine della tempesta d’ormoni e, beh. Tutta questa magia della maternità non la vedo. Tra l’altro per quanto io non sia una fissata della forma fisica ho sempre avuto un fisico snello e equilibrato in cui mi trovo bene. Non mi riconoscerei in una forma diversa. O quanto meno vorrei essere l’artefice della mia disfatta: preferirei sformarmi mangiando solo parmigiana di melanzane e bevendo birra, che vi devo dì.

E per tutti quelli che dicono “Eh, ma non puoi capire il miracolo della nascita!” rispondo: no. Sei tu che non capisci che anche i batteri unicellulari sono vita e si riproducono, riprodursi non è un valore di per sé.

3. La mia lista delle cose che voglio fare almeno una volta nella vita è a metà strada fra le Categorie di YouPorn e Woodstock, fra Jack Kerouac e Piero Angela. Non è colpa mia se quando mi sveglio la mattina al posto di pensare “Voglio mettere su famiglia” penso “Devo ancora spuntare la casella Threesome – ffm”, o “Ma se quest’estate facessi un viaggio barbonistico di un mese?”, o ancora: “Diamine, mi piacerebbe provare qualche allucinogeno, una volta nella vita”o, infine: “Devo assolutamente imparare il francese e leggere l’opera omnia di Sartre in lingua originale!”

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4. Non mi piace la razza umana. Questa affemazione non è completamente vera, perché sono filantropa e misantropa al contempo. Cosa che trovo del tutto naturale, dato che la razza umana comprende nello stesso insieme Dante Alighieri e Federico Moccia, Gandhi e Donald Trump, Martin Luther King e il mostro di Milwakee.

In quanto misantropa non credo che mettere al mondo un altro essere umano possa rispondere a più di un egoistico moto di pancia, cioè davvero: non mi sembra che ce ne sia necessità, siamo più di sette miliardi. Abbiamo provocato estinzioni, il riscaldamento globale, esplosioni nucleari. Siamo chiaramente un cancro. Ogni essere umano inquina e consuma nel corso della propria vita e ci riproduciamo (per lo più) senza pianificazione, senza considerare che non si può proliferare in modo infinito su un pianeta con risorse finite.

Fosse per me prenderei in conto la sterilizzazione (Malthus docet) e la redistribuzione dei bambini degli orfanotrofi (sì, tranquilli, sto scherzando, anche se mentre guardavo Utopia io un po’ lo capivo Wilson Wilson)

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In quanto filantropa, se avessi modo di dedicarmi all’umanità, mi dedicherei ad alleviare le sofferenze di chi al mondo già c’è, piuttosto che mettere al mondo figli come conigli. Tante volte diamo per assodato il valore della vita senza renderci conto che che forse sarebbe bene concentrarsi sulla qualità, e sulle conseguenze di ciò che si fa, al posto di pensare egoisticamente a passare il proprio corredo genetico a qualcun’altro sperando che egli lo passi a qualcun’altro e così via fino allo sfigato che si beccherà la fine del mondo.

5. Preferirei fare carriera e potermi permettere un badante da vecchia che fare figli per costringerli a pulirmi il culo in caso di indigenza o subirsi le mie paturnie in caso di solitudine. Penso che questo punto sia chiaro di per se’, ma merita un breve approfondimento. Io lo so che una volta persi i vostri genitori non c’è piú nessuno moralmente COSTRETTO ad amarvi. So che fa paura l’idea di potersi ritrovare soli o con l’amore di un compagno che è costretto a stare con voi solo per un vincolo legale e non anche di sangue. Ma take calm e sconfiggi questa nevrosi. Si può essere amati e avere una rete sociale che vi ama per libero arbitrio. Per tutto il resto c’è il SSN. Al contrario potete sfornare pargoli e magari partorire un matricida, neanche un figlio è davvero costretto ad amarvi. Ma quello che più mi destabilizza è che le stesse persone che si autofabbricano un bandante per la senilità sostengono che la mia scelta di non avere figli sia narcisistica ed egoistica – te comprí la contraddizione?

6. Il mio ideale d’amore è condivisione libera e indipendente e non abnegazione. Mi piace fare tanto sesso, dormire molto, fare gli aperitivi, dedicare molto tempo a scrivere, a leggere, a pensare, a viaggiare. Mi piace il silenzio, amo la calma, i ritmi lenti, l’attività fisica e – soprattutto – mentale, alternata a momenti di pigrizia morbida e sorniona. Sono piuttosto edonista, mi piace perdermi nei sensi e nelle sensazioni: sapori, odori, colori, morbidezze e ruvidità. Sono passionale, se mi reprimo troppo nelle routine appassisco, divento depressa, vuota, spenta, o irascibile. Tanto sono in grado di dare agli altri quando sono allegra, tanto sono in grado di trasformarmi in una piccola furia tossica quando sono infelice. Mi piace condividere. Ma ho bisogno anche di molto tempo per me. Sacrificherei me stessa per un altro probabilmente solo se mi soggiogasse intellettualmente – il mio tallone d’Achille. childfree_34

7. L’esistenzialismo. Sono profondamente cosciente che l’unica cosa certa della vita è la morte, non capisco a che pro perpetuare questa girandola di non-sense. D’accordo, io quando posso me la spasso, ci sono momenti in cui sono estremamente felice d’esser nata, ma fondamentalmente conservo la consapevolezza dell’impermanenza e so che se non fosse successo, in un’ottica più grande di quella del mio giardino, non cambierebbe davvero nulla. La mia filosofia è che siamo in ballo, e quindi balliamo, ma em fim chimica eravamo e chimica torneremo, ogni manifestazione così come la conosciamo è puramente contingente. Contingenti anche i piaceri, contingenti anche i dolori.

8) Ho la certezza che già molte (se non troppe) altre donne si occuperanno della staffetta del genoma umano quindi posso dedicarmi a partorire altre cose. Partorisco spesso cazzate, come su questo blog. Spero di partorire libri. Quando sono pigra mi accontento di partorire discussioni. Comunque lavori puliti e possibilmente che non escano dalla mia vagina, che è una vagina a senso unico.one-1315182_960_720

9) Se mi chiamo la Dama DISTRATTA c’è un motivo. Sarei capace di chiamare i miei urlando che c’è un nano che gira per casa perché ho scordato di essere diventata madre. Sono stata in grado di far esplodere e liquefare 10 macchinette del caffè negli ultimi 10 anni. Ho perso chiavi di casa, orecchini, borse, portafogli, mutande, un cappotto, una giacca e la dignità negli ultimi cinque. Ho perso autobus, taxi, treni, blablacar. Io ero in grado di uscire da scuola alle superiori dimenticandomi lo zaino in classe. Quando mi ricordavo di prenderlo spesso poi lo lasciavo comunque sul treno per tornare a casa. Ho fatto cadere telefoni in mare, ne ho visto uno investito da un tir. A volte faccio il caffè e sono così immersa nei pensieri che mi dimentico di berlo. Altre metto l’acqua a bollire per un the con l’unico risultato di umidificare l’aria in cucina, perché la dimentico ed evapora tutta. A volte mi dimentico di mettermi gli occhiali e mi chiedo perché ci vedo così male, in macchina. A volte mi dimentico di togliere le lenti a contatto e mi chiedo perché ci vedo così bene, la mattina dopo.

Spleen

Mi siedo al tavolino del bar, sotto il portico di mattoni cotti del centro storico di questa cittadina medioevale. Il sole cola a picco, rosso di luce sanguigna accende le strade di una fiamma insolita.

È l’ora della saudade, mi dico. Baudelaire mi sussurra in testa una litania melanconica: questa vita è un letto d’ospedale.

Tabucchi gli fa eco: fuggiamo via da qui, da questo spleen, non importa dove, non importa dove, purché sia fuori da questo mondo.

È l’ultima volta che vengo in questa città, almeno in qualità di universitaria. Mi sono laureata con il massimo dei voti come previsto. Quando sono arrivata per discutere sono entrata in una sala gremita di persone: genitori, zii, nonni, amici, fidanzati di amici. Io sono arrivata trafelata, in leggero ritardo, con i miei tronchetti senza tacco, i collant neri a velarmi le gambe, la gonna forse un po’ troppo corta, troppo sexy, ma niente, non di certo avrei speso soldi per comprarmi un vestito nuovo che avrei rimesso tre volte in tutto. Total Black, quasi fosse un funerale. Pur sempre d’addii si tratta. Occhiali da sole a coprire la solita linea nera che sottolinea lo sguardo. La mia scorta sgangherata è composta da numero uno fratelli, numero uno cugini, numero uno amici.

Essenziale, penso.

Discuto senza essermi preparata il discorso, non li preparo mai. Botta e risposta col correlatore bastardo, dichiarazione, applausi, grazie e arrivederci. Al posto della corona d’alloro una coroncina di fiori da santa mi ricorda del mio passato portoghese, della mia doppia identità da supereroina: mi chiamavano Santa Maria degli scoppiati.

Una foto davanti l’Università mi ritrae nell’eleganza d’un dito medio all’edificio, nell’enigmaticitá d’un sorriso da Gioconda.

Il giorno dopo riparto da sola. Prima di andare in stazione mi siedo al tavolino di un bar, sotto il portico di mattoni cotti del centro storico.

Guardo la barista portare via un paio di tazzine, avrà più o meno la mia età, il fisico esile come il mio, i capelli dal taglio asimmetrico, simili ai miei, ma lisci e chiari, venati di un oro rossiccio. O forse è questo sole che l’accende, quando viene sera. Arriva al mio tavolo e le vedo il viso, con i lineamenti delicati e gli occhi grandi e scuri, grandi che ci potrei cadere.

La luce del sole cola a picco, rossa. Chiacchiericcio lieve nelle strade lastricate di mattoni. Sono l’unica cliente. Sono l’unica cliente e sono una cliente barista, le chiedo se mi può portare un caffè gentilmente, sorridendole. Certo, mi risponde quest’altra me, così diversa, pur così simile.

Fuggiamo via da qui, da questo spleen, mi canta Tabucchi nell’orecchio, come una canzone che è rimasta in testa e non c’è il modo di mandare via.

La ragazza torna con il caffè. Mi mette davanti un posacenere, poi mi guarda con quegli occhi grandi, che ci potrei cadere. Hai dei capelli bellissimi, mi dice, scrutando i ricci con curiosità, come volesse risolverli e fossero un cubo di Rubik.

Pensa che io guardavo i tuoi, rispondo sorpresa. Lei sorride, di rimando. Si da uno sguardo intorno, si accerta non ci siano clienti e tira fuori una sigaretta.

Mi sembra il suo sguardo si fermi un attimo sulle mie gambe, velate dai collant neri. Ma no, mi dico, è un caso, sta solo cercando l’accendino nelle tasche, è distratta.

Si siede davanti a me, le gambe accavallate specularmente alle mie, questa mia simile, questa mia nemesi.

Hai un accento diverso dal mio. Che studi qui? Mi chiede.

Mi sono laureata ieri in lettere, rispondo. E tu? Cos’altro fai oltre a lavorare in questo bar? Il mio sguardo le scorre su una guancia come una lacrima, le insegue la linea del collo sottile, delle spalle delicate. Lei si accorge di questa carezza e si china in avanti, punta il gomito sul tavolino e poggia il mento sulla mano, il viso un po’ reclinato, gli occhi ancora più grandi. Congratulazioni, mi dice, con tutto il corpo proteso verso di me, la schiena felina leggermente inarcata, mentre il viso s’apre in un sorriso.

Io studio filosofia, è per questo che ho iniziato ad abituarmi a lavorare in un bar. Ridiamo.

Comunque piacere, Sara. Mi tende la mano, dondolando piano la gamba. Piacere mio, Sara, le dico. Lei è arrossita al toccarmi, o forse è solo il sole che l’accende, quando viene sera.

Hai una pelle bellissima, le dico guardando quel viso luminoso.

Lei si alza. Spegne la sigaretta. Arriva sulla porta del locale e si gira a guardarmi, senza dire una parola. Poi è inghiottita dal buio del locale.

Mi chiedo se mi stia invitando a seguirla o se sia un canto di sirena. Ma Tabucchi mi canta all’orecchio: “fuggiamo via da qui, da questo spleen”.

Quando arrivo in stazione mi siedo su una panchina di legno ad aspettare. Penso che un anno fa iniziavo a preparare la partenza per Porto. In testa mi scorrono in rapida successione grida di gabbiani, l’odore delle pastelarias, l’aria salina che ti colpisce in volto nel bel mezzo della cidade. Tiro fuori una mappa dallo zaino, faccio velocemente due conti. Paris – Nantes – Poitiers – Bordeaux – Toulouse in una decina di giorni. Con duecento euro, il Couchsurfing e il Blablacar ce la dovrei fare a coprire almeno i viaggi.

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Il morso dei sensi di colpa mi dice che non dovrei spendere soldi ma il cuore da nomade batte un colpo energico, sembra iniziare a battere solo ora dopo un letargo di mesi. Mi sento spezzata in due. Di natura sono portata al risparmio ma gli eventi mi hanno portata spesso a imparare a spendere il prima possibile, non per oggetti, ma per sentirmi viva.

Da piccola avevo un enorme passione per i cavalli, penso. Con la loro eleganza e bellezza, la loro forza, la loro libertà, credevo mi potessero portare ovunque. Ero convinta che quando ne avrei avuto uno, avrei avuto tutto quello che avrei mai potuto volere dalla vita. Immaginavo avventure, viaggi, mi immaginavo crescere come un’amazzone sul mio cavallo nero, il mio migliore amico. Mettevo da parte meticolosamente i soldi, come una formichina, compleanno, natale, pasqua, mancia dopo mancia. Facevo dei lavoretti domestici per gli extra, se trovavo delle monete tra i cuscini del divano le accatastavo con cura in una cassapanca di legno, nel mio scrigno del tesoro. A volte organizzavo mercatini e vendevo cose che non mi servivano più. Qualche volta sgraffignavo il resto dalle tasche dei vestiti dei miei genitori. Non ho mai fatto uno strappo, mai sottratto mille lire per un gelato, mai avuto un ripensamento su quello che doveva essere l’obiettivo finale del mio risparmio. Testarda e risoluta misi da parte una cifra considerevole, per una bimba di sette, otto anni: circa trecento, quattrocento mila lire in un anno.

Un giorno aprii la mia cassapanca e dentro non c’era più quasi nulla. Nella camera di mio fratello una scatola di lego enorme.

È stata un po’ la storia della mia vita, penso. Come quando smettevo di fumare e di uscire per risparmiare in casa e loro fumavano più di dieci euro al giorno. Come quando non ho fatto ricariche al telefono per tre mesi e lui spendeva in eroina. Come ora che lavoro per venticinque euro al giorno e loro farneticano di trasferirsi a Dubai.

Fuggiamo via da qui, penso. Me lo merito. Ma una viaggio? Dio, ammazzerei per un viaggio in Francia, fatto di macchina e divani di sconosciuti, come quando ho attraversato l’Andalusia rovente. Ma un viaggio finisce in fretta, un viaggio mi farà ritornare al punto di partenza, a dirmi “fuggiamo via da qui, da questo spleen”, nel giro di pochi giorni. Che fare?

Intanto arriva il treno regionale. Salgo a bordo, posto finestrino, metto le cuffie e parto. Penso per un attimo a Sara, poi chiudo le palpebre e mi addormento.

Diario di una donna ubriaca

Quattro ore di sonno. Sveglia alle cinque e quarantacinque. La mattina passata a fare caffè e stappare birra per i bevitori incalliti. “Signorina, mi dai il bicchiere col manico?” La Dama, distrattamente: “Ah, sì, vuole il manico”. “E lei non lo vuole, il manico?”.

Quando esco dal bar riposo un po’, le persone sono squallide, anche di mattina, mi hanno pagata solo dieci euro, con la scusa che è un’ultima prova e che c’è anche l’altro ragazzo. Ho proprio voglia di una birra. Esco con Cugina e L’amico gayo. “Vaffanculo, me li bevo tutti, questi dieci euro”.

Con la stanchezza la birra mi sale alla testa facilmente mentre parliamo di uomini, le nostre delusioni, le nostre ossessioni. Lei con Bellostronzo, lui con l’ennesimo tentativo che immagina già lo lascerá andando via senza far rumore,  solo con  qualche ammaccatura in piú. Io, all’inizio, faccio la parte di quella dura: “Non ci si può lasciare ossessionare così, sono mesi che siete in questo stato, non si può dare la responsabilità della propria felicità ad un ‘altra persona”

“E perché, tu, con Jorge?”, mi rimbecca Cugina.

“Mi avete sentita lamentarmi o imbestialirmi, mi avete vista stare male o parlarne come se fosse l’unica cosa che occupa la mia vita?”

“Beh, quella volta che eravamo in quel locale e tu dicevi…”

“Passi pure: una volta”

“Dama questo ti piace un casino. Sei innamorata”

“Non sono innamorata, ma sì, mi piace un casino”

“Glielo avresti dovuto dire chiaramente, sei sempre stata un po’ ambigua”

“No, va bene così”

4 birre più tardi. 

La Dama afferra il telefono, cui manca ancora, disgraziatamente, l’etilometro.

“Jorge, io voglio stare con te”

Cugina e Amico gayo esultano come la curva nord di uno stadio.

Jorge sta scrivendo…

“Stare?”

La Dama si morde il labbro, aggrottando le sopracciglia nel tentativo di tenere a fuoco il display. Si chiede se to stay with you, in inglese, abbia lo stesso significato che in italiano. Riformula:

“Voglio condividere il mio tempo con te”

Jorge sta scrivendo…

“Dama, are you ok?

Guardo il telefono offesa, come mi avesse fatto lui stesso un affronto personale digito forte:

“?! Qual è il tuo problema? Cos’è che non riesci a capire?”

“Well, è che mi hai sempre detto di non essere una donna così. Di scappare via dagli uomini”

Jorge allega un selfie con nuovo taglio di capelli, con non chalance: “new look“. Rimango esterrefatta. Ma ormai è tardi, l’alcol nel sangue, i quarantagradicentigradi sulle tempie, è ormai segnato: non gli renderò possibile sviare il discorso, farò a pezzi la nostra zona grigia, come ho sempre avuto voglia di fare, come non ho fatto mai solo per orgoglio.

“Well, Jorge, forse è che con te non ho bisogno di essere diffidente e di scappare (non più lontano di così, non credi?). Ma io penso sia semplicemente perché mi piaci un casino, come poche volte mi è accaduto mi piacesse qualcuno. I want you, so bad. Ti voglio attorno, te e il tuo nuovo look. E voglio quelle mani attorno al mio corpo”

Visualizza e non risponde.

Chissà se lo farà mai.

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All’improvviso siamo in una vecchia casa, dai mobili e i pavimenti di un vecchio legno scuro, tutto è coperto da una patina di bambagia bianca, di polvere che attutisce i contorni. Io sono seduta sul materasso matrimoniale, ti scruto mentre giri per la stanza senza guardarmi. Mi allungo e continuo a osservarti, la guancia sul cuscino. Un silenzio irreale ci circonda. Io aspetto Jorge venga a letto, ma lui invece, con circospezione, come cercasse un posto preciso, si allunga sul pavimento. Si allunga, poi si rannicchia, in posizione fetale. Si rannicchia così tanto che mi sembra rimpicciolisca, rimpicciolisca sempre di più, fino a quando non riesco più a guardarne il viso e poi neanche un lembo di pelle, vedo solo i suoi ricci morbidi e la sua felpa rossa, che tante volte ho messo sul mio corpo nudo. Mi alzo, piano. Mi avvicino, un passo alla volta, ma Jorge è sparito, sul pavimento solo una parrucca e una vecchia felpa.

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Ti odio Jorge, penso. Quando mi sveglio e il ricordo delle parole che ti ho scritto mi colpisce come il sole le palpebre chiuse, che non vogliono aprirsi per dimenticarsi ancora per un po’ di te, del bar, di mia madre che piange, della laurea.

Ti odio, Jorge. Come quel primo giorno di fine agosto, denso di miraggi e di presagi, in una Madrid rovente, in cui ti aspettavo a Lavapies senza neanche sapere che volto dare al tuo nome. Come quella volta in cui guardavo le mie gambe abbronzate al sole,  la pelle dorata e tesa, le caviglie sottili ma ferme nel reggere il mio peso, e gli anni andati, e l’idea di quelli da venire.  Come quel giorno in cui l’afa mi stringeva la gola, come volesse avvertirmi che quello era il momento in cui avrei solo iniziato, ad aspettarti, e che se non fossi scappata subito l’avrei fatto per altri cento e poi cento giorni, col calendario ch’avrebbe perso i mesi come gli alberi le foglie. E io beffarda, come si è beffardi a vent’anni, non l’ascoltavo e mi rigiravo quattro certezze tra le dita e una cantilena di cinque sillabe nella testa, mentre scrutavo i visi dei passanti, la metropolitana, le buste della spesa: “Ti odio, Jorge”. Indispettita dal tuo lasciarmi aspettare avevo solo un’indecisione, allora, ed era quella di andarmene e non incontrarti mai.

Poi tu sei arrivato, e mi hai sorriso con degli occhi di bambino.

Diario di una donna in corriera

La mattina.

Odore di caffè e tintinnio di tazzine. La Dama Distratta viene lasciata sola al bancone, un foulard viola e bianco nei capelli, i ricci disorganizzati come le idee, la testa, come sempre, su un altro pianeta. Dieci ore al giorno per venticinque euri. La leggenda dice “Vado a lavoro per comprarmi una macchina per andare al lavoro”, la Dama risponde “Io ci vado perché così in qualche mese compro una bicicletta”.

“Buongiorno! Mi dà un bicchiere d’acqua liscia?”

La Dama sorride con tutto il suo charme: “Certo. Naturale o frizzante?”

“… naturale”

“Ecco a lei la sua acqua frizzante”

“… grazie”

“Non c’è di che”. – La dama pensa: ma mi aveva detto liscia?

“Signorina! Lei è nuova? Dov’è il mio cornetto? Mi riservano sempre un cornetto! Alla marmellata d’albicocche!”, una vecchina dall’aria innocua abbaia come un bulldog appollaiandosi su uno sgabello davanti al bancone.

“Sì, sono nuova. Ecco il suo cornetto”

“E poi voglio un caffè lungo, nella tazzina di vetro col manico di metallo, macchiato con poca schiuma. Se lo ricordi: tutte le mattine! Non devo neanche chiederglielo”

La Dama guarda perplessa il bricco del latte. Cerca di montarlo in malomodo, intanto fa un caffè dimenticandosi di sistemare la tazzina sotto la macchinetta. Il caffè scorre nello scarico.

“Signorina, ma che fa? E non ce la mette la tazzina?”

“Signora, non si preoccupi, qui siamo tutti professionisti, ne sto facendo uno a vuoto, vedrà che così il suo sarà ancora più buono”

“Ah… allora va bene”

La Dama fa un caffè e ci butta a casaccio il latte montato in malo modo.

“Ecco a lei!”

“E lo zucchero?”

“Signora le bustine sono lì davanti a lei”

“No, io voglio una bustina di zucchero di canna già aperta nella tazzina”

La Dama esegue perplessa: “Glielo bevo pure, se vuole”

La signora arraffa il piattino stizzita.

“Un caffè macchiato”

“Ecco a lei”

“Ma questo è un caffè latte”

“Glielo rifaccio”

“Ma questo è un caffè lungo!”

“Ah, giusto… cos’è che mi aveva chiesto? Un cappuccino?”

“Un macchiato!”

“Ecco a lei”

“Non me lo fa un cuoricino con il cioccolato?”

“Se vuole le ci disegno il prezzo. Un euro, grazie”

La notte.

Rumore di carte lanciate sul tavolo, in un angolo dei vecchi giocano a briscola, davanti al bancone un gruppo di clienti abituali.

“Pago un’Heineken, una Beck’s e una amaro”, tira fuori cinquanta euro.

“Allora, mi sembra siano 2,80 più… 2,80 più 3 più due… no… 2,40…” la Dama rimugina…. “Sono tre e sessanta!” esclama a casaccio. Prende i cinquanta euro, pensando che è impossibile, ma senza ricordare bene i prezzi, i conti non tornano. “16 e quaranta a lei!”

“… ma le ho dato cinquanta”

“Scusi, ma sono otto euro e venti che sono quì”

Rumore d’acqua e vetro. La Dama sciacqua i bicchieri riempendo il cestello della lavastoviglie. Davanti al bancone un abituale con la birra nel bicchiere, le spalle larghe, l’aria del motociclista.

“Dama, mercoledì tu vieni con me”, sentenzia con l’aria da duro.

“Dove?”

“Servono una decina di coppie, per una rappresentazione di materassi”

“?!”

“No, ma non intendevo… non da provare… cioè…”

“Antò, ti stappo i sentimenti e ti sovrapprezzo la birra, eh! Sto lavorando!”

Le tre del mattino.

Ancora clienti al bancone, ormai solo ragazzi. Parlano di night, conoscono i nomi di tutti quelli della zona, quelli che hanno chiuso, quelli che hanno cambiato gestione, quelli aperti da poco. Il proprietario del locale prende un posacenere e iniziano a fumare dentro, mentre bevono ancora birre. Il proprietario si siede sull’unico sgabello dietro il bancone, così la Dama rimane in piedi. Le gambe doloranti e quasi tremante dalla stanchezza. Si accende una sigaretta anche lei.

Suona il campanello della porta ed entrano un ragazzo e una ragazza.

“Eh, no, però! Basta! Io quando pulisco?”. Spegne la sigaretta, prende la scopa e la inizia a passare con poca grazia attorno ai clienti.

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“Adieu!” urla e va via.

Il giorno dopo

La titolare, R.: “Dama, allora ti ho fatto il contratto, venticinque euro al giorno, purtroppo non possiamo pagarvi di più, una settimana la mattina e una la notte, sei giorni su sette. Gestite voi il locale, quindi se sei di turno la mattina ti occupi dell’apertura, il pomeriggio della chiusura, sei sola. Se ti trovi bene per me puoi rimanere pure a vita”

La Dama strabuzza gli occhi

“No, cioè, spero troverai di meglio”

Ecco.