Monogamia, lavoro e altre malattie della pelle

Libro sul comodino: Memorie d’una ragazza perbene, Simone de Beauvoir

Ultimo film passato sulle retine: Lost in translation, Sofia Coppola

Giorni senza una sigaretta: da capodanno, se non contiamo qualche spinello riflessivo serale

Uomo dei miei pensieri autunno/inverno 16-17: Jorge. Ma anche i sogni vanno in saldo

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Lost in translation

 

Bene. Le novità dell’ultimo periodo sono riassunte qui in cima. Innanzitutto, mi sto innamorando della De Beauvoir, di cui mi sono riproposta di leggere tutti i libri. Dopo l’autobiografia volevo iniziare con L’invitata, che oltre ad essere il suo primo romanzo, pare prendere spunto da un reale triangolo nato tra lei, Jean-Paul Sartre e una donna più giovane. Chi mi segue da tempo ormai sa che questa triangolazione alla Dama piace assai. Figuratevi quando alla geometria si sovrappone l’intellettualismo di due personaggi così.

Purtroppo, nonostante la curiosità lacerante che ho e la voglia di sapere quali sono le conclusioni cui è arrivata Simone nei confronti di questo amore un po’ trallalleru, trallallà, questo amore in cui “siamo compagni ma siamo liberi“, questo amore in cui “ti amo, ma perché non appoggiarlo anche a lei?“, dicevo, nonostante questa curiosità lacerante il libro sembra essere fuori stampa e non reperibile neanche usato.

E qui ci riallacciamo alla monogamia, perché la Dama, con decreto del Re (quale Re? Il Re di picche, chiaro) ha decretato che sposerà solo e soltanto l’uomo, la donna o l’indecis*, che si presenterà alla sua corte con copia di tale libro.

Le riflessioni su tale tema (la vie, l’amour) mi occupano gran parte della giornata. Faccio finta di studiare e in realtà penso al senso della vita. Il punto, cari miei, è che la Damina c’ha sempre un po’ avuto questa cosa del “O tutto o niente“.  E in questo periodo in cui pur non essendo a Tokio mi sento lost non solo in translation (che pure a parlare la stessa lingua con molti servirebbe il traduttore) ma lost in toto, proprio, e come la Johannson (ma con buona dose di figaggine in meno) cerco di capire qual è il mio posto nel mondo, in questo periodo, dicevo, non resta altro che riflettere su due temi che potrebbero diventare il senso di questa vita. Il lavoro e l’amore. O l’amore come lavoro o il lavoro come amore. O l’amare l’amore lavorando ad amare il lavoro come se il lavoro fosse lavorante amor servente amando il datore di lavoro. Che non vuol dire niente e forse è la frase più sensata che scriverò in questo post.

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Partiamo dal lavoro. O meglio dal cercare un lavoro, che è comunque un lavoro. Anche cercare uno stage non retribuito è lavoro. Anche cercare un master è un lavoro. C’è chi ha buttato lì quest’idea del curriculum formato europeo, ma in realtà è un fake.

In UK (i soliti hipster) vogliono il Resume. O la cover letter. O il Resume e la cover letter. O il curriculum e il Resume e la cover letter, ma non formato Europass che è mainstream. E senza foto. Salvo specificazioni.

Negli altri paesi, compreso il nostro, vogliono il curriculum formato Europass. O più spesso no. Vogliono la lettera di presentazione e possibilmente le referenze. Ma più spesso no.
In definitiva non lo sapevano manco loro che cazzo volevano, allora hanno iniziato a fare che per ogni Call, ogni Vacancy, devi scaricare un apposito Application form. E lo so che parlo come una balenga, ma passateci voi una giornata fra questi annunci.

Comunque dicevo: per ogni domanda devi riempire campi in cui spieghi (in inglese per lo più) perché sei perfettissimissimo per quel lavoro, raccontando delle tue innate doti e qualità e di quelle acquisite tramite le tue esperienze precedenti.

Dopo aver cercato di vendere te stesso come fossi un rappresentante di enciclopedie porta a porta con la tenacia di un testimone di Geova A VOLTE, succede di dover fare un colloquio, una interview.

Parti per Roma o per Milano o Copenaghen e ti ritrovi a dover passare selezioni che manco Sebastian ne La storia infinita o Harry maiunagioia Potter nel Torneo Tremaghi. Test scritti, colloqui orali alla presenza di psicologi del lavoro, colloqui di gruppo in cui devi cercare di competere con gli altri, di farli fuori come fossi un pollo da combattimento (che dire gallo mi sembra troppo lusinghiero).

Dopo esserti spacciato per un ottimo Manager ad minchiam, per un perfetto carrellista, un pluripremiato contabile, un giovane cameriere col senso degli affari, un entusiasta allevatore di trote nato, un figlio di veterani di guerra con la vocazione per lavorare nell’edilizia ma, certo, con una gran passione per la ristorazione e altamente motivato all’insegnamento, dopo tutto ciò, dicevo, c’è sempre il momento delle lingue straniere, che pure se devi fare lo spazzino sono importanti.

Sure, I speak aehm… fluently, yes, fluently, English, I’m almost a mother tongue! Màs aprendí tambem um bocado de portuguese pero se quieres hablo lo espanol tambien. Je suis Charl… la Damá, pardonne moi. Francese solo scolastico. Soufflé. Abat-jour. Senta come suona bene! a-bat-jou-rrr! Ma le posso giurare che parlo anche tedesco, turcmeno e swaili, mi creda sulla parola. Lo swaili? Che vuol dire che non si parla? Tre puntini-due puntini-spazio-tre puntini. Visto come sono brava?

Nella maggior parte dei casi qualcosa va male.

Magari andava tutto bene, ma quello di fianco a te ha scritto che ha un’ottima padronanza di Photoshop. Tu ce l’hai scritto che il tuo hobby è l’HTML o Google Analytics o una qualsiasi cosa che ha a che fare con il computer ed è più complessa della tua impareggiabile abilità nel muovere il mouse? No. E allora t’attacchi… ‘sti giovani d’oggi, vogliono ordinare faldoni senza conoscere l’IT! Il cosa? L’IT! Andiamo! L’ICT!

Altre volte magari è solo che la tua interpretazione della parte del business man non era credibile, eri espressivo quanto Adele Exarcoupulos con la forza della sua espressività. Eri come Fantozzi che si fosse ritrovato a fare un cameo ne Il signore degli anelli.

Oppure il problema era il curriculum creativo, era un tantino megalomane. No, mi sa che non ci credono che hai lavorato alla NANSA. Potevi almeno decidere fra NASA e ANSA, ma tu no. Sempre che devi strafare. Che cazzo è la NANSA?

Altre volte va bene. E nella maggior parte dei casi ti inviano gli estremi per fargli un bonifico bancario.

Altre volte va bene. Gratis e per pochi mesi. “Ma almeno fa curriculum”

Comunque non so, ormai alla sola parola “lavoro” mi viene un rash cutaneo e quindi la cosa più vicina a un lavoro che sto sperimentando è un problema della pelle. Insomma la Damina single è disoccupata, non può dire “vabbè, sono sola ma mi concentro sulla carriera”. Al massimo può fare la donna in corriera, dato che si è rotta pure l’automobile di famiglia ed è vincolata agli orari del trasporto pubblico urbano, che è un po’ come ritrovarsi in una bolgia dantesca. Ho pensato di provare a usare Tinder come una specie di Uber gratuito ma poi dovrei sorbirmeli, quei soggetti da Tinder.

Comunque sono sempre stata una sentimentale. Ho sempre pensato che mi sentirei più realizzata nella vita relazionale e affettiva che nel lavoro. Che preferirei un compagno affine a un lavoro giusto (che la fortunata ipotesi di realizzarle entrambe non la prendo neanche in considerazione). Però sono pur sempre figlia del mio tempo. E questo vuol dire che negli anni della mia relazione con Ex, ho sperimentato l’amore borghese e convenzionale e non mi è piaciuto. Ho bisogno di onestà intellettuale: sono dentro fino al collo agli anni degli amori postmoderni, Bauman direbbe amori liquidi. E non so se sia un bene o un male.

Ho bisogno di onestà intellettuale: l’amore non dura. Al massimo diventa una famiglia, e non so voi, ma io non ce la vivrei una vita con mi fratello.

Ho bisogno di onestà intellettuale: non voglio più dire che “voglio l’esclusiva, perché ti amo”, perché se voglio l’esclusiva è perché ho paura che mi molli per un’altra e non voglio il tuo bene, voglio che tu sia il mio bene. E quindi sono egoista e in fondo non ti amo affatto. In fondo è solo paura, mi sto solo aggrappando a qualcuno. E se lo faccio, lo faccio davvero perché voglio te o perché è questa società che mi spinge a farlo?

Se non fosse già scritto da qualche parte che tutte le mie amiche e i miei amici (quei pochi che non l’hanno già fatto) andranno a convivere, magari si sposeranno e faranno dei figli, se non fosse già scritto che rifiutare la famiglia “tradizionale” condanna a una certa solitudine e isolamento, sono sicura mi affannerei a cercare una persona? Che vorrei vivere  in una coppia che col tempo diventa claudicante, lavorando a tenerla su come un castello di carte esposto alla rosa dei venti dei sentimenti? Non preferirei vivermeli, vedere questi amori di crisalide trasformarsi ed esprimersi in voli e poi, come ogni cosa, morire? Non li lascerei morire, questi amori, se questo non significasse svegliarmi a quarant’anni in un mondo di sposati infelici? Non cercherei piuttosto la felicità che la stabilità e la serenità? Non mi sentirei realizzata nelle mie relazioni sociali, in un mondo libero, senza per forza dover fare figli? Senza per forza trovare come unica cosa degna di senso quella di procreare altre persone che avranno come unico senso quello di procreare a loro volta, e così via, fino alla fine del mondo?

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Sono confusa. Diventa più facile, dopo? – No.

Ho cercato un fondamento biologico della monogamia, qualcosa che dicesse: sì, la scienza afferma che l’essere umano è monogamo. Se così fosse sarebbe possibile essere felici sul lungo termine, nella coppia. Ma così non è. Gli unici risultati che abbiamo al riguardo, tangibili, sono che le sostanze secrete dal cervello durante l’innamoramento (Dopamina, Noradrenalina e Feniletilamina, pare) sono rilasciate per i primi dodici mesi, tre anni nei casi migliori. Questo sembrerebbe provare che l’uomo, in quanto animale, è portato ad avere molte relazioni monogame (dico monogame perché durante il periodo dell’innamoramento l’ossessione ci porta tranquillamente a fare a meno di altre distrazioni). Poi ci mancherebbe, si instaura un legame. Ma il cervello è di nuovo pronto per trovare una nuova ossessione e un altro oggetto d’amore. Mi chiedo se sia un caso che sia un periodo di tempo giusto per affrontare una gravidanza e uno svezzamento.

Ho bisogno ancora di onestà intellettuale, però, io non sono ancora così evoluta: la monogamia è come una malattia della pelle, l’herpes zoster, per la precisione. Che sta lì, annidato nel sistema nervoso, latente, sembra di averlo mandato via. E poi zaaaaac! Ricompare, e pizzica da morire ed è immondo come lo è il sapore della gelosia.

Questo per dire che io, oggi, ho a tutti gli effetti una relazione aperta, con Jorge. Ma sono abbastanza onesta intellettualmente da sapere che se è aperta è perché siamo in due paesi diversi, o probabilmente non ce l’avremmo fatta. E a volte non ce la faccio neanche da qua, nelle giornate più emotive, nelle giornate in cui sono più insicura, vorrei di più. Come volessi mi risolvesse lui la vita.

Razionalmente, mi dico che è solo insicurezza. Che sarebbe un altra volta ricadere in un amore parziale, che è basato sull’opportunismo, sull’insicurezza, sulla paura. Da un lato mi dico che è razionalmente sbagliato, voler cristallizzare un rapporto, che devo vivermelo come viene, libero, scorrendo via a fianco di questa persona. Dico che dovrei lasciare che le cose scorrano libere anche quando questo vuol dire che presto o tardi scorreranno via da me. Tanto lo faranno comunque.

Dall’altro mi dico: non sarò mai capace di amare in modo davvero puro. Dovrei accettare le ipocrisie, gli egoismi, le prevaricazioni e le abnegazioni proprie di qualunque coppia. Dovrei solo trovare chi almeno mi dirà: “Dama, adesso è tutto bello, un giorno non lo sarà più. Un giorno io avrò voglia di scopare con un’altra donna, ma non te lo dirò e ti mentirò. Un giorno tu ti prenderai una sbandata per un altro uomo e penserai a lui mentre ti addormenti al mio fianco o mentre facciamo l’amore. O sarà una donna, speriamo almeno di non innamorarci della stessa donna.

Scopare diventerà meno intenso, con gli anni che passano, calerà il desiderio. Un giorno ci staremo sul cazzo, tanto, e avremo voglia di buttare tutto all’aria. Un giorno ci faremo infelici. Un giorno ci faremo del male e limiteremo le nostre potenzialità. Un giorno sentiremo di stare insieme solo perché avevamo paura di morire soli e, almeno uno dei due, lo farà lo stesso. Però.

Però ci saranno anche momenti belli. E le spese si affrontano meglio in due. Posso dirti che non ci ameremo sempre, ma possiamo decidere di fare un piano di vita insieme e provare ad aiutarci e affiancare le nostre solitudini”.

Io allora ci penserei su. Poi lui mi direbbe: “Ah, e ho trovato L’invitata di Simone de Beauvoir”. E sarebbe subito happy ending. Vissero una settimana felici e contenti.

Comunque tutto questo mi sta facendo sbarellare. Che in certi momenti cancello il numero di Jorge e le conversazioni, pensando drammaticamente che è finita (e per non andare a vedere duecentoquaranta volte al giorno se è online), che non può andare avanti così e poi quando mi scrive ci parlo come nulla fosse e lui mi immagina serena e tranquilla.

Che a volte penso che forse mi sta solo usando e a volte penso che forse a forza di non rispondergli a tutti quegli I love you e a mandargli solo foto porche lui potrebbe pensare che lo stia usando.

A volte penso che dovremmo parlare di più, chiarire le cose, e altre che non c’è niente da chiarire e che va tutto benissimo così com’è.

A volte penso che non andrò più a Madrid e altre che dopo la laurea, se ancora non ho trovato un lavoro, potrei chiedergli cosa ne penserebbe, se andassi a vivere lì.

A volte penso che vorrei ricontrarre questa monogamia, altre che mi piacerebbe mi infettassero di poligamia o di poliamorismo.

L’unica cosa costante, insomma, è che, comunque sia, non mi sento tanto bene.

Aspetto di sapere le vostre idee sulle carriere, le corriere, la monogamia, la poligamia, il poliamorismo e l’amore mistico.

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Ti sei mai chiesto qual è lo scopo della tua vita?

 

 

Il sessismo di Adele – Abdellatif Kechiche

La vita di Adele, diretto da Abdellatif Kechiche e liberamente tratto dal fumetto di Julie Maroh Il blu è un colore caldo, si è aggiudicato la Palma d’oro del Festival di Cannes 2013, il plauso indiscriminato di pubblico e critica e lo sbadiglio d’oro 2016 de La Dama Distratta.

I 180 (CENTOTTANTA) minuti della pellicola raccontano con una telecamera a mano piuttosto sonnolenta la vita di una ancor più instupidita protagonista, Adele. La ragazza attraversa una decade che, partendo dai suoi quindici anni, la porta alla non-scoperta della sua sessualità, alla non-risoluzione delle sue confusioni e alla fine drammatica del primo amore saffico. Tre ore buttate al cesso, insomma.

Il film è strutturato in due parti, la prima delle quali segue la giovane nella sua vita scolastica, mentre la seconda ne descrive l’ingresso nella vita adulta e lavorativa. In entrambe, comunque, la telecamera ne segue le vicende peggio di uno stalker, tampinandone ossessivamente il viso – in particolare la bocca – mentre la porella mangia, dorme, va a scuola, sbava, secerne spropositate quantità di muco, balla, protesta, va nei musei. Ma tutto rigorosamente con la bocca socchiusa e lo sguardo sveglio.

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Adele che con la forza dell’espressività va al museo

Il primo capitolo è caratterizzato dalle inquadrature più sporche e dal piglio forzatamente documentaristico della vita liceale. Il tentativo di rendere mimetici i dialoghi fra gli adolescenti, infatti, finisce col conferire un’ombra affettata alla scena. E’ vero, che quello liceale è un ambiente dove le parolacce si sprecano ma non sentirete urlare “vai a leccare fiche” così ripetutamente neanche nei peggiori reparti di psichiatria frequentati dai peggiori malati di sindrome di Tourette.

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Classico esemplare di adolescente che smadonna in qualche lingua balcanica e azzanna ai polpacci. Ricordate di fare l’antirabbia se per andare a lavoro passate davanti le scuole

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Adele che con la forza dell’espressività ci comunica la sua confusione e crisi d’identità – Noccccioè. Ma voi vedere… cccioè. Ma se non mi piace…nnnnò. Noccioè maddici che non mi piace lammmenghia?

Le tinte fosche suggeriscono che l’ambiente ripreso, più che corrispondente al vero, rappresenti una memoria (arrugginita) di gioventù del regista, o, ancor peggio, una fantasticheria morbosa sul mondo adolescenziale, che ne esce quindi evidentemente e grottescamente filtrato da un occhio mistificatore ed adulto. Che, in parole povere, vor dì che a me sto Kechiche mi sa di pedofilo. Ma fate ‘mpò voi…

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Adele che con la forza dell’espressività ci palesa l’interesse per la spiegazione di quel libro che adora

È in questo contesto che la meravigliosa, bravissima, eccellente interprete, Adèle Exarcopoulos, dopo aver sperimentato l’insoddisfazione di una prima relazione eterosessuale, viene iniziata da Léa Seydoux (nel film Emma) alle gioie, che poi tanto gioie non si riveleranno, dell’amore saffico.

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Adele che con la forza dell’espressività ci comunica la tensione sessuale

L’incrociare per strada Emma e i suoi capelli blu producono in un istante nella protagonista un effetto da colpo di fulmine degno del più banale romanzo rosa, ma con tutta la pretenziosità del film d’autore francese, per cui gli spettatori, che per l’occasione avranno di certo sfoggiato l’occhiale da intellettuale, stanno ancora urlando al capolavoro, che non si sa mai che sono loro che non l’hanno capito e poi passano per scemi.

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Adele che con la forza dell’espressività ci comunica che si sta innamorando

Al settantacinquesimo minuto iniziano le acrobazie da letto esplicite che hanno fatto sì che si parlasse di un film scioccante e che con ogni probabilità rappresentano la strategia di marketing del regista, (che per altro sembrano andate a segno). E rappresentano anche il tentativo di stupro del regista (l’attrice pare abbia dichiarato che molto diplomaticamente Kechiche le facesse provare e riprovare in modo ossessivo: “Sul set, con tutte quelle scene di sesso così prolungate, ho davvero sofferto. Alle due di notte, dopo 14 ore di riprese filate, eravamo tutti crollati, ma lui era ancora più vispo che la mattina prima. Eravamo tentati talora di sciogliere un sonnifero nel suo bicchiere”).

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Adele che con la forza dell’espressività dice ad Emma che è felice

E’ in questo momento che Adele, che per il resto della pellicola si trascina giorno dopo giorno impassibile nella sua faccia da triglia (che gli è valsa il premio meritatissimo di miglior interpretazione) improvvisamente germoglia, fiorisce in un inaspettato vitalismo, in un’abilità da Valentina Nappi, nonostante la verginità lesbica. Tipi di shissoring che non sapevo manco esistessero, totale controllo della situazione, sembra raggiungere quattordici orgasmi in dieci minuti, ma vabbeh, porella, c’aveva da recuperare.

Comunque questo inaspettato vitalismo da parte di una donna che fin ora era sembrata un muppet sorprende. Che lo spettatore, quello non troppo ingrifato, pensa: “Oh, vuoi vedere che questo è il momento che segna l’evoluzione del film, una crescita, un cambiamento della protagonista? Insomma, vuoi vedere che finalmente comincia qualcosa di interessante dopo un’ora e venti di film?”

E invece fuori dal letto nessuna pietà. Di noi. E Adele torna ad essere un manichino caratterizzato solo da dei tic (si sistema i capelli quando pensa – chesssobbbella? -, ingurgita qualsiasi cosa le passi a tiro, fuma, va in posti perché ce la trascinano, borbotta frasi incerte tranne il momento in cui sentiamo la frase più profonda del film: “non lo so”. Perché i dialoghi ne rappresentano l’indiscusso punto di forza.)

Insomma, Adele fa cose, vede gente, soprattutto mangia cose. Mangia gente.

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Adele che con la forza dell’espressività protesta al gay pride

La trama si dipana poi nella banalità di un tradimento di Adele con un ragazzo che condurrà alla separazione della coppia e al tentativo della protagonista di riconquistare la ragazza, che fallisce miseramente.

Il patetismo è palpabile per tutta la durata del film, ma l’apice si raggiunge quando, passati anni dalla chiusura della relazione, Adele tampina ancora Emma piangendo, sfraffando, insomma, facendo qualcosa che però risulta ancor più penoso. Essendo che non riceve una risposta che fa sperare per il meglio da Emma, decide di provare a ingurgitare anche le mani di quest’ultima. Giuro. Ma niente, fuffo.

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Adele che con la forza dell’espressività fa una dichiarazione d’amore

Kechiche ha voluto parlare dell’amore, ma il risultato è quello di un uomo che si vanta di far mostra e descrivere (penetrare, se vogliamo) la vita di una donna lesbica, spettacolarizzandone e strumentalizzandone la sessualità. L’impressione che se ne ricava è quella di una violenza del regista perpetrata su un universo a cui non gli è dato di accedere ma che pretende comunque di spiegare. Adele appare alienata, a tratti completamente spersonalizzata, identica dopo dieci anni alla ragazzina di quindici che aveva aperto la scena.

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Adele che con la forza dell’espressività viene insultata pesantemente a scuola

Kechiche è come avesse voluto fare un film sull’amore con una roccia.

Kechiche è come se avesse voluto un pompino da quell’attrice ma proprio non ce ne aveva voglia di chiederlo, che è timido lui, e allora ci fa sucare tre ore di riprese di questa poveraccia con la telecamera che sembra voglia entrarle in gola. E non le fa chiudere la mascella.

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Adele che con la forza dell’espressività vorrebbe fumare ma Kechiche gli ha detto che no. Che si doveva dimenticare di come si chiude la bocca

Kechiche è un uomo etero che pretende di fare un film documentaristico su due donne lesbiche.

Kechiche è come volesse farsi due lesbiche, non due bisex, due proprioproprio lesbiche, ma non può, e allora violenta con la telecamera due attrici.

Per concludere. Io capisco che l’abbiano apprezzato molte lesbiche, perché si parla di loro, e se ne parla ancora troppo poco.

Capisco l’abbiano apprezzato i maschi eterosessuali, così si sono rimpinzati un po’ l’ego con la scusa di vedere qualcosa di impegnato (sempre Cannes, eh! Il giorno dopo può sempre dire “Ier l’altro vedevo un film francese…” pulendo la lente del monocolo e allisciando il baffo con aria saputa) e nel frattempo si sono beccati pure le lesbicate (che me pare natale).

Ma seriamente. Questo film, oltre che non così gay friendly e lampantemente girato da un uomo, non sarà pure un po’ sessista?

Con questa donna-oggetto violata nell’inviolabile, che si è preteso di muovere come un manichino, di spiegare, di denudare, di seguire ossessivamente, da parte di un regista uomo che pretende di spiegarci le donne?

Che un amico con cui ho parlato lo difendeva “ma no, è una ragazza insulsa, ma comune”. No. No santoddio. Nessuna donna al mondo è come quella. Nessuna donna al mondo è una scatola vuota. Manco quell’attrice.

Ma soprattutto: vale la pena di spendere tre ore per un film con la trama riassumibile in dieci parole e degna di un libro di Moccia ma che si presenta in smoking, vestito da intellettualismo francese?

No. E allora vi lascio il minutaggio dell’inizio delle lesbicate: 1,15′.

Almeno salviamo il salvabile. Lì, ve lo assicuro, c’è della maestria.

Adieu.

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Adele che con la forza dell’espressività c’è speranza anche per lei. E quasi sorride

 

 

 

 

Blu medusa

Il blu non è un colore, è uno stato d’animo. Lo sanno bene, per esempio, i jazzisti e le note sotto le loro dita che danzano la malinconia sullo scacchiere del pianoforte, lo sanno i sospiri nei loro sax, i lamenti d’ottone, e le spazzole lente, che si trascinano sulle pelli del tamburo come i passi di un ubriaco dal cuore spezzato.

Lo sanno bene certe camicie sotto i miei sorrisi, che nascondono il nodo che non è quello di una cravatta, ma stringe ugualmente la gola. Lo sanno certe giornate di un blu grigiastro, alle cinque di pomeriggio di un novembre malandato, di un febbraio asfittico, quando il vento libico blandisce le coste dell’isola greca di Zante e prende il nome di Libeccio.

Lo sanno bene certi occhi che magari non sono blu, ma sono tristi, e allora conservano comunque qualcosa di profondo, buio e marino come se s’intravedesse il fondale di un’anima vischiosa d’alghe, che aspetta solo un ultimo moto della risacca per trovare riposo, per andare a morire a riva.

Il blu è uno stato d’animo che non ama parlare molto di se stesso. Perché una parola vale quel che vale e non c’è modo di vivacizzare un colore primario, aggiungendo altro colore. C’è da sperare evapori via con le luci del mattino o col calore di un abbraccio. Quando un abbraccio non c’è si può provare a versarci lacrime sopra, a farlo diventare un acquerello, per vederlo che da blu marino s’incupisce nell’opacità di un blu di prussia, e continuare a versarci lacrime, per sperare che il sale lo schiarisca e lo renda bello, come il blu delle penne dei pavoni, quando aprono la coda in una ruota a richiedere amore, e poi piangerci ancora, a mitigare questo blu languente in un blu ceruleo. E colpirlo ancora con questo triste pennello, vederlo che diventa di un colore carta da zucchero, sfuma nel celeste e poi, finalmente, sparisce con tutto il dolore, in una trasparenza di medusa.

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Vedi, amore mio,

il tempo nel cranio si disfa

e si confonde,

e allora questa realtà scoppia

come poggiasse la sua fragilità

sulla punta d’uno spillo.

 

I pensieri fluttuano

e hanno tentacoli di medusa,

agitati in una dimensione in cui

non c’è prima e non c’è poi.

Li vedo galleggiare davanti agli occhi

e non so se con l’alba

di questa notte insonne

si scioglieranno al sole, o se

continueranno a urticarmi le guance

in una nostalgia dell’irreversibile.

 

Sarebbe bello scioglierci

come meduse sulla sabbia

anche noi.

Sarebbe dolce sparire,

se fosse, finalmente, appartenere.

Fosse l’abbraccio trasparente

di chi al mare fa ritorno,

mischiando il petto di cristallo alla rena,

e non lacrime di un ultimo abbandono,

che si consuma nel lento deformarsi

dei lineamenti

e nel cattivo odore che emanano la carne

e i rimpianti.

 

Ps. Da un lato ringrazio il destino di essere così blu in questa piccola cittadina dimenticata dal mondo, perché i momenti blu sono anche quelli in cui noi donne finiamo irrimediabilmente per scoparci l’inscopabile o iniziare relazioni malate con personaggi cui dovremmo stare alla larga. Il blu è quel colore di cui si approfittano persone tossiche, ed è quello per cui tante volte finiamo per infilarci in quelle dinamiche che anni dopo speriamo i nostri amici abbiano dimenticato.

E invece c’è sempre lo stronzo di turno che se ne riesce con “Oh, ma ti ricordi di quando uscivi con Cornamusa? Ho visto che ancora ogni tanto esce in kilt!” o “Oh, ma ti ricordi di quando stavi con Stalker in panchina? Che ti faceva brutto quando gli offrivi la birra perché avevi speso 3 euri per una zero due e tu allora lo lasciavi a piedi in autostrada?”. Oppure: “Oh, ma ti ricordi di quando hai avuto quella relazione felice e affiatat… ah, no, scusa, non eri tu”.

Adieu, dalla Dama Bleu.

 

Eterosessuale con riserva

Pensavo al lesbismo.

Mai mi è capitato di avere esperienze lesbiche che andassero al di là dei baci saffici giocando ad Obbligo Verità o Tre cose degli anni del campeggio. Che poi erano baci saffici cui ci prestavamo più che altro per interessare i ragazzetti (ah, i primi sadici istinti femminili! Le prime timide forme di squilibrio mentale destinate ad esplodere nella psicopatia da classica prima donna pochi anni più tardi…!).

Mai mi è capitato di sentire un forte impulso sessuale verso un’altra donzella se escludiamo Winona Ryder, Penelope Cruz, Eva Green, Marion Cotillard e qualche altra, che grazie ar cazzo, direte voi…

The Dreamer, directed by Bernardo Bertolucci.

Eva Green in The dreamers

Nonostante questo ho problemi a definirmi eterosessuale. Questo perché non provo un forte istinto sessuale neanche nei confronti dell’80% del genere maschile, a ben vedere.

Allora ho sviscerato la semplice questione anatomica, ovvero mi sono chiesta: mi attrae in via generica il corpo maschile? E quello femminile?

Il punto è che qualche anno fa l’idea di una vagina mi disgustava. Avevo molte riserve anche sulla mia. Per carità, divertente quanto un parco giochi, ma pensare che fosse bella mi sembrava esagerato. Vedevo la vagina un po’ come quelle donne che ti chiedono “com’è?” E tu rispondi “È simpatica”.

 Faticavo un po’ a capire come agli uomini potesse piacere, ero scetticissima nei confronti della ceretta (che impellicciata almeno mi sembrava meno esposta allo sguardo altrui) e nei momenti di sesso orale speravo bene ci fosse luce soffusa. Strizzavo gli occhi anch’io solo a immaginare lo spettacolo offerto. Insomma, umida e articolata com’è mi faceva pensare a un’ostrica e pensavo che mai nessuno si sarebbe sognato di dire che un’ostrica è bella. Ancora è un mistero per me capire perché alcuni si ostinino nel sostenere che un mollusco viscido sia prelibato.

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Una vagin… ah, no. E’ un’ostrica

Comunque insomma, la vagina mi disgustava. Guardavo con repulsione alla mia, figuratevi all’idea di quella di un’altra.

Però ho riflettuto anche su questo punto, negli anni. Mentre pian piano arrivavo ad apprezzare pienamente la mia anatomia, a capire la bellezza della patata, mi ricordavo anche di quando da ragazzina l’idea di un pene mi causava la stessa repulsione. Che pensavo “Oddio, ma bleah! Ma come sarebbe che s’allunga? Ma che è? Alien?“.

O ricordavo le risate sempre ai tempi del campeggio, quando le prime erezioni involontarie nei costumi degli amici erano motivo a metà di beffa e a metà di indignazione.

Ricordo che al primo approccio ubriaco con un pene, credo a quattordici o quindici anni, il fatto di aver toccato un “ragazzo” mi ha fatta sentire come se avessi fatto la più schifosa delle azioni. Quella notte ho sognato di essere in una bolgia dantesca, sognai orge di dannati, e che vi fossi confinata per l’eternità per la mia ripugnante dissolutezza morale. Mi sentivo non una ragazzina, ma il tempio del vizio. Vabbeh.

Ancora a sedici anni l’idea di un rapporto completo mi disturbava. Che si sa, in queste cose ognuno ha i suoi tempi. Io non ero particolarmente precoce e per di più non avevo ragazzi fissi. Sono serviti anni di petting al buio col mio migliore amico dell’adolescenza sotto effetto di marijuana, gradualissime escalation di preliminari con i ragazzi della cotta di turno e una storia seria per arrivare a sentirmi pronta per iniziare a darla via come fosse coriandoli.

Il risultato del mio percorso, in cui ho ascoltato i miei ritmi, è che se oggi non mi arredo la camera con quadri di peni e statue della fertilità è solo perché lo trovo di cattivo gusto. Comunque se fossi un architetto erigerei un palazzo a forma di pene, se fossi un’antica egiziana progetterei un tipo di piramide più scopertamente fallica, se fossi Michelangelo il David avrebbe un’erezione, se fossi Gustav Courbet l’Origine del mondo sarebbe un organo maschile che eiacula. Insomma, è diventato una passione oltre che un motivo d’ispirazione.

Comunque insomma, oggi non sono qui per parlare di peni. Il punto è che mi sono resa conto che forse – forse – l’idea di un rapporto saffico a ben vedere non mi crea più problemi di quanti me ne creasse l’idea di un pompino prima che il… aehm… vis-à-vis, me ne rivelasse la… grandiosità.

Poi penso che, probabilmente, se ho imparato ad apprezzare la virtù maschile prima e meglio di quella femminile, è probabilmente perché la società mi ha instradata in questa direzione sin dalla culla. La bella addormentata veniva svegliata dal principe e non dalla regina, Red trovava una volpina, Balto una cagnolina, Bambi incontrava la Bamba. Non nel senso che iniziava a pippare cocaina, nel senso che trovava una Bambi femmina e gli crescevano un sacco di corna.

Crescendo anche: Joey Potter se la faceva con Dawson e Pacey, mai che se la facesse con la bionda come fosse una cosa naturale. Rachel di Friends cambiava tre milioni di fidanzati ma mai che desse una botta a Monica, così, per variare. Persino Berlusconi che è stato in grado di sorprenderci in mille modi faceva feste con le Olgettine e mai con gli Olgettini.

Insomma l’eterosessualità sembrava andare così per la maggiore che uno non si poneva manco il problema. Per di più credo di poter dire con assoluta certezza che esistano più uomini eterosessuali che donne omosessuali o bisessuali, che vuol dire che statisticamente, se esco, ho più probabilità di imbattermi in un approccio di un uomo. La possibilità che spontaneamente accada qualcosa con una signorina – e con una che mi piace – è più remota.

Comunque tramite questi ragionamenti, in questi anni, essendo che sono abituata a vivere la mia vita un po’ come fossi una scienziata che fa esperimenti, ho deciso che dovevo assolutamente farmi una donna. Una donna, una donna e un uomo insieme, ma insomma, una donna.

Ora già so che tutti i lettori maschietti saranno con le orecchie tese ad aspettare di sentire di quella volta che ho aperto come una cozza una sconosciuta, ma questo non è mai accaduto. Dovesse mai accadere scoprirò se è una cosa che mi piace e quanto, o che non mi piace e quanto.

E per prima cosa, ovviamente, ne scriverò su questo blog con cura del particolare.

La conclusione comunque è che ho deciso di non poter dire che una cosa mi piace o meno se non l’ho provata. Fino ad allora mi dichiaro eterosessuale con riserva. E penso che forse tutti siamo potenzialmente bisessuali.

E comunque viva le tette, le tette sono bellissime.

Ps. aspetto i vostri pareri sull’omosessualità, la bisessualità, la curiosità, nei commenti. Non deludetemi.

 

Coimbra – La notte euclidea

Si riprende la narrazione del ciclo Vita neosingle di una studentessa Erasmus, che era iniziato con Albufeira – l’inizio della fine e proseguito in Delirio e autostop.

Quando arriviamo alla stazione di Coimbra è ormai pomeriggio. Io ho temuto di impazzire, non riuscendo a dormire neanche sul treno, a causa del pianto incessante di un bambino che sembrava trafiggermi la testa, facendo vibrare le meningi come le pelli troppo tese di un tamburo.

La stazione è nella Baixa, la città bassa, non abbiamo soldi per un taxi, abbiamo speso tutto per il biglietto del treno, ci rimane solo qualche spiccio. Così ci inerpichiamo sotto il sole sulle stradine che portano alla parte alta, dove c’è il mio appartamento. Ci muoviamo come due sonnambule. Io, con gli ultimi euro, in preda alla disidratazione compro della frutta, la cui freschezza mi sembra un miraggio. Cug spende il suo ultimo euro per comprare un gratta e vinci.

“Cazzo. Niente, ho buttato un euro”, sbuffa, con le sopracciglia aggrottate. “Cug. Scelte sbagliate. Sempre, solo, scelte sbagliate. Fatti mandare qualche soldo dai tuoi”.

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Coimbra

Appena tornate a casa non facciamo in tempo a sdraiarci che tutto si fa buio. Non so neanche più da quanto tempo è che non mangiamo, ma la stanchezza è troppo forte.

Black out.

Ci svegliamo che è notte e sono giù di corda, è la mia ultima settimana in Portogallo e mi stanno per tornare: “Cug, è finita! Avevo appena iniziato a scopare, dopo sei anni di monogamia ed è già finita! Non scoperó mai più“.

Andiamo a bere, ubriacarci è l’unico modo che davvero funziona per contrastare i postumi, in pratica li si posticipa al giorno dopo.

Cambiamo due, tre locali, la movida di Coimbra non lascia a desiderare, c’è un bel po’ di gente in giro.

A un certo punto mi rendo conto di non riuscire a trovare le chiavi di casa. Frugo in tutte le tasche, tiro fuori tutte le cose che ho nella borsa lì, sui gradini della Sé Velha.

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Sé Velha

“Cug, porca miseria, non ci sono, le abbiamo perse! La mia coinquilina non c’è, se non le ritroviamo rimaniamo fuori casa”

“Potremmo rifare il cammino al contrario, guardare per strada e ripassare negli altri locali”

Ci penso un attimo, già brilla. Il fatto è che quì, davanti alla Sè, c’è il Bigorna, il locale con i prezzi più stracciati di Coimbra, che fa promozioni impossibili, come 6 finos (0.2 di birra) e 4 cicchetti a meno di dieci euro. E per di più, oltre le famigerrime Noites Longas, vanta una selezione musicale niente male.

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Una serata tranquilla al Bigorna

“Ok. Prendiamo l’ultima birra qui e andiamo?”

“Perfetto”.

Quando decidiamo di avviarci ci siamo già date per sconfitte, guardiamo bene per strada sui sampietrini neri, alla ricerca di uno sbrilluccichio d’argento, ma intanto parliamo dei piani B. Siamo così stanche e confuse per il delirio e autostop ad Albufeira, che non possiamo reggere l’idea di un’altra notte insonne, Cug è fuori di sé:

“Io devo dormire questa notte. Adesso andiamo in discoteca, accaparriamo due ragazzi, facciamo le carine e ci facciamo sfuggire che siamo rimaste fuori casa e sicuro abbiamo rimediato un letto”

“Cug, non mi sembra una buona idea, se andiamo a ballare e aspettiamo mattina poi posso chiamare il padrone di casa”

“Non ce la faccio, non di nuovo. Io vado a casa del primo che capita, tu fai come ti pare”.

Nel frattempo mi torna in mente un flash. Il mio braccio qualche ora prima che tirava fuori tutto dalla borsa, comprese le chiavi, per cercare un pacchetto di fazzoletti.

Cug! le ho perse al primo locale, sono sicura!”

Corriamo. Corriamo per riappropriarci di una notte tranquilla. Corriamo in contro a una saracinesca chiusa. È troppo tardi, il locale è chiuso. Se solo fossimo corse lì subito al posto di cazzeggiare e bere altre birre con tutta la calma del mondo… Ma  dopotutto io e Cug siamo famose come Il duo delle scelte sbagliate.

Non ci sono altre soluzioni: trasciniamo i nostri postumi e stanchezze arretrate al Rock Planet.

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Rock Planet

Lo sforzo per ballare è sovrumano, nonostante la musica qui sia buona o almeno accettabile siamo troppo stanche. Dopo neanche dieci minuti Cug sta flirtando con un portoghese, vedo i sorrisi, vedo che lo ammalia con somma maestria, soprattutto considerando che lei non parla inglese né portoghese, quindi non so proprio come cazzo stia facendo e cosa diamine gli stia dicendo all’orecchio. Probabilmente, ma con voce suadente e sexy “Non capisco una mazza di quello che dici, comunque in ogni caso la risposta è sí”. Immagino con la musica alta che si urlino alle orecchie:

“COMO TE CHAMAS?”

“SÍ E TU TUTTO BENE?”

“EU SOU JOSÈ!”

“EH? OSÈ? VA BENE, SE POI POSSO DORMIRE DA TE!”

Comunque sia funziona.

A questo punto io so che le mie possibilità sono tre: posso restare a fare una nottata da sola, imbucarmi con Cug e il suo portoghese e fare il terzo incomodo sul divano o trovare il mio pollo.

Le altre due ipotesi sono così poco attraenti che improvvisamente ritrovo la voglia di ballare e socializzare. Punto un ragazzo carino con la camicia a quadri, in un gruppo di amici.

Balliamo, parliamo, balliamo. Ci sorridiamo. Penso – ok, è fatta -.

Sorseggiando noncurante la mia birra gli dico che siamo rimaste fuori casa e gli indico Cug, che più avanti è a ballare con la sua preda. Lui fa avvicinare un amico e gli chiede se mi possono ospitare.

“abbiamo solo un letto matrimoniale per tre, ma se vuoi ci organizziamo con il divano o dormiamo insieme lì, lui è un mio amico olandese, mi è venuto a trovare, quindi abbiamo poco posto”. Camicia a quadri mi presenta L’Olandese. Gran bel ragazzo, penso studiandolo. Però Quadri è più il mio tipo.

Quadri ha i capelli neri, un viso regolare e gli occhi scuri. La barba, corta, gli incornicia un bel sorriso. Sembra un bravo ragazzo, i tratti un po’ orientali. L’Olandese invece ha la testa rasata, cosa che non mi è mai piaciuta, che mi sa di fascista. Ma il viso è bello, gli occhi di un azzurro che con le luci stroboscopiche sembra blu. È così aperto e alla mano che l’effetto nazi-skin passa subito.

Quadri si scusa e si allontana un attimo. Io rimango con l’amico. Anche con lui parliamo, balliamo, parliamo. Ci sorridiamo. Ops – penso – Sto flirtando con entrambi.

Quando torna Quadri li studio, devo sceglierne uno. Nel frattempo faccio l’amichevole con tutti e due.

L’Olandese mi passa una canna. Dentro il Rock Planet si fuma. Fumo, guardandolo negli occhi col sorrisino tagliente. Faccio un’ultima boccata e mi giro verso Quadri, passandogli lo spinello. Lui mi passa il suo bicchiere e mi guarda poggiarci le labbra.

L’Olandese fa scivolare una mano sopra la mia, che regge il bicchiere, e ruba un sorso e la mia attenzione.

E’ quasi l’alba, Cug viene a salutarmi con un sorriso a trecentosessantadue denti, sembra il ragazzo le piaccia un bel po’. Mi chiede se non voglio andare con loro, Josè ha posto. “Nah, ho già rimediato quel tipo carino, ma tieni d’occhio il telefono, ci sentiamo domani”.

Io salgo in macchina con i ragazzi, ce n’è un terzo che abita con loro ma Quadri e L’Olandese fanno di tutto per monopolizzare la mia attenzione. Sono sicura sia fatta, che mi basterà un gesto, sceglierne uno, e ne uscirà fuori un’interessante alba di sesso. E invece quando arriviamo ci sediamo tutti sui divani in sala, i ragazzi tirano fuori birre e chiacchieriamo, e girano canne, e tirano fuori altre birre.

Io fumo un po’, il che accentua la mia stanchezza e mi fa addormentare sulla spalla di Quadri. Ma loro continuano a parlare, quindi il mio sonno è sempre più disturbato. Quando apro gli occhi saranno le 8:00 di mattina e non ne posso più. “Ragazzi, vi dispiace se vado  a dormire in camera?” “Vai pure, preferisci che noi dormiamo qui?” “No, davvero, non importa, quando volete venite, ci entriamo”, sbadiglio.

Mi butto su un lato del materasso e si fa subito tutto buio.

Un cigolio. Quadri si è disteso, sento che vorrebbe avvicinarsi ma non sa se farlo o lasciarmi dormire. Apro gli occhi e gli sorrido. Mi avvicino io. Mi abbraccia, a cucchiaio. Dopo un po’ sento una mano che s’intrufola negli slip. Mi accarezza e sente che sono bagnata, allora inizia a penetrarmi con una e poi due dita. Il mio respiro inizia  farsi profondo e spezzato.

Un cigolio. Quadri ritrae bruscamente la mano, finge di dormire e io faccio lo stesso. L’Olandese tentenna sulla porta, forse si è accorto di qualche movimento. Poi entra e se la chiude alle spalle. Io mi sono avvicinata a Quadri, quindi sono al centro del materasso e il ragazzo non può che mettersi dall’altro lato, dietro di me. Ma è troppo vicino, sento il suo respiro che mi sfiora la nuca.

Cazzo. Il mio petto si gonfia d’aria in un modo troppo agitato, eccitato, spaventato e mi tradisce, è chiaro che non dormo. Ho l’impressione che i battiti del mio cuore siano udibili anche fuori dalla finestra socchiusa. L’Olandese allora si avvicina piano al mio collo. Inizia a baciarmelo e a sfiorarmi piano una coscia.

Quadri allora apre gli occhi. Per un attimo rimaniamo tutti immobili, i due ragazzi si guardano. Lo sento, lo sguardo blu dell’olandese che non batte ciglio, che sfida l’amico, che adesso tentenna, a dissentire. Il mio sguardo è appannato, la bocca socchiusa in un gemito silenzioso, provocato da quelle labbra incollate sul collo, che quasi bruciano, da quella carezza sul fianco che pizzica come spilli.

Poi Quadri, lento, si avvicina.

Mi afferra il viso e mi inizia a baciare e a leccare la guancia, è arrosito e quasi trema, nell’affanno, alla mia destra. Mentre L’Olandese smette di guardarlo e riprende a mordermi il collo, a sinistra.

Per un attimo penso di mettere fine a tutto.

Ma chi prendiamo in giro? E’ sempre stato uno dei miei sogni erotici e poi quando mi ricapitarebbe? Probabilmente mai nella vita. E ora c’è una mano che mi accarezza la schiena, che si inarca, e una che mi tiene il collo. Una mano che si intrufola di nuovo sotto gli slip e una che mi da piacere sfiorandomi il seno.

Una bocca mi bacia e una mi morde piano alla nuca.

Ogni movimento è volto a provocarmi un brivido di piacere, ogni centimetro di pelle è toccato, baciato, leccato, sollecitato. Sono avvolta e accarezzata da quattro braccia, da quattro mani, esplorata, sfiorata, trattenuta, pizzicata, penetrata. Sono massaggiata da quattro mani, che mi sembrano cento, che mi braccano, e mi viziano, e mi palpano, e mi coccolano, e mi provocano.

E io mordo l’avambraccio dell’Olandese che mi stringe il seno, e passo un dito sul labbro di Quadri, che spinge due dita in fondo, dentro di me, mentre ci guardiamo negli occhi.

Sono la preda e sono la regina. Godo nel sentire un’erezione contro la schiena e vederne un’altra di fronte, godo nel sapere di esserne la causa e di esserne una causa così forte che lui non riesce più ad aspettare e inizia a masturbarsi davanti ai miei occhi, mentre l’Olandese inizia a penetrarmi. È inutile fingere: godo il doppio.

Black out.

Quando mi sveglio sono a pancia in su e i due ragazzi mi dormono contro.

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Mi avevano detto di rimanere, che Quadri prepara un’ottima colazione.

Piano piano mi disincastro da loro e mi metto a sedere. Soltanto il pensiero di aver fatto davvero un’orgia e non sto più nella pelle. La… geometria umana mi è sempre piaciuta, sono sempre stata affascinata dai triangoli, relazionali, emotivi, sessuali. L’ho sempre trovata una forma d’equilibrio o di disequilibrio comunque più perfetto della coppia.

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Anche in letteratura e nel cinema sono sempre stata fatalmente attratta dal numero tre.

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Ma credevo sarebbe rimasta una fantasia. Mi viene da ridere tantissimo a pensare che è successo davvero, non mi sembra sia possibile, e sento il bisogno di fuggire, per schiarirmi le idee.

Mi vesto piano, raccolgo le mie cose e sgattaiolo via dalla camera. Quando esco la luce del sole è fortissima. Ancora una volta scappo da una casa con gli stessi vestiti del giorno prima e il trucco in chissà che condizioni. Mentre cammino a passo svelto come avessi scritto in fronte quello che è appena successo chiamo Cug.

“Cug dove sei?”

“Da Josè, mi hai svegliata… tutto bene?”

“Sì ma ti devo assolutamente raccontare una cosa!”, dico fra i singhiozzi delle risate, come una scema.

“Ok. Dove mi faccio portare?”

“Praça da republica!”

“Ok, ci vediamo lì”

Clic.

Quando la vedo venirmi incontro con i vestiti eleganti della serata, la faccia distrutta e i capelli sconvolti, iniziamo a ridere tantissimo. Già so che anche questa volta rimanderemo il sonno ad un momento ancora da definire.

– Cazzo! Ho perso un orecchino e ho lasciato da loro anche la giacca!

– Porca che non sei altro, quello è l’ultimo dei problemi. Questa notte in quella casa hai lasciato pure la dignità!

Ridiamo sguaiate.

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Praça da Republica

Madrid – Toledo – i viaggi imperfetti

A volte viene un dubbio: ma mi piace davvero viaggiare?

E’ un dubbio che arriva nei pomeriggi grigi, nei giorni lenti, nel torpore del camino e la pigrizia circolare dei miei schemi, che gira come un disco rotto, che mi illude che il tempo non stia passando, non scorra via, che la vita non stia scappando, accumulandosi, ma si stia espandendo, allungandosi, ripetendosi nell’infinità di due sillabe. Noia.

In quei pomeriggi l’idea di fare lo zaino pesa sul collo come una condanna, raggiungere l’aeroporto sembra faticoso come lo si dovesse fare a piedi, l’idea dell’altrove da raggiungere, ora, sembra meno allettante: alla fine che vado a fare? L’idea del hic et nunc non è mai stata così rilucente: alla fine sto bene, qui.

Poi, immancabilmente, si parte.

Ma mi piace davvero viaggiare? Sì, cazzo, sì. E lo capisco quando parto per Roma con la musica nelle orecchie (questa volta la colonna musicale la fanno gli Alt J) e un bel libro nello zaino (questa volta è Firmino, Sam Savage, adorabile). Capisco che mi piace viaggiare quando prolungherei all’infinito il viaggio in autobus e quello in aereo, perché sono gli unici momenti in cui, non essendo ancora in nessun posto, posso essere realmente quello che mi va di essere.

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Firmino

Il viaggio è come una sospensione del tempo. Non sei da nessuna parte, non sei con nessuno, non sei tenuto a niente. E’ l’unico momento in cui mi sento davvero libera di leggere quello che voglio e non quello che dovrei. In cui mi sento autorizzata a spendere quattro ore solo a sentire musica e lasciarmi scorrere le immagini davanti agli occhi. In cui la mia testa si sente autorizzata a fantasticare, a soffermarsi su questo e su quello per la durata d’un battito d’ali di farfalla. E non è caricata di aspettative, non dev’essere una macchina da guerra, non dev’essere logica, analitica, ferrea. Non deve per forza memorizzare, catalogare, studiare, concentrarsi.

Quando mi metto in viaggio, vorrei che il viaggio non finisse mai. Mi stiracchio pigra tra una pagina e l’altra, osservo i volti, scambio sorrisi, tamburello la musica sul finestrino guardando i paesaggi. Sono felice.

Sono felice nonostante le leggi di Murphy del viaggiatore. Le leggi di Murphy del viaggiatore vogliono, ad esempio, che se sul tuo autobus c’è un passeggero con la bronchite, quel passeggero occupa il sedile dietro al tuo.

Una legge di Murphy delle relazioni a distanza invece vuole che i voli low cost di Ryanair siano più sincronizzati col tuo ciclo mestruale delle tue amiche. Così sincronizzati che ti chiedi: ma sarà vera quella storia dell’influenza della luna sul ciclo mestruale? Non sarà piuttosto vera quella degli steward e delle hostess di bordo?

Quando arrivo al check-in dell’aeroporto penso che, porcaeva, quando mi ero vestita avevo pensato solo al freddo e non al fatto che mi dovevo togliere le scarpe. Perdunque sfilo orgogliosamente con le mie calze da notte di lana rossa fatte ai ferri da mi nonna tra i sorrisi divertiti del personale e del ragazzo in fila dietro di me.

Quando parto per Madrid, in onore ai miei post sull’imperfezione, ho già l’impressione che la fase io e Jorge stiamo vivendo un film fosse prossima alla fine. Ma non immagino ancora quanto. E no, le scarpe da notte non sono assolutamente il culmine.

12 gennaio 2017 – ore 00:00. Scendo dalla metro. Ancora il supermercato di Lavapiès, questa volta con due maglie di lana sotto al cappotto, le mani in tasca, l’underwear assolutamente improponibile, ma vabè, tolgo le calze da notte in bagno, dai. Almeno, penso, non ho ancora le mestruazioni.

Jorge. Ci abbracciamo forte e ci avviamo verso casa.

Una doccia, un vermut con ghiaccio, due chiacchiere sul divano

– Non so che fare della mia vita, Dama

– Abbiamo lo stesso problema

– Ma io ho quarant’anni

– Sai quello che vuoi fare adesso

– Cosa?

– Mi vuoi spogliare

Scopiamo. Scopiamo forte. Dopo due mesi passati a desiderarci, a scriverci, a mandarci foto, a provocarci, a dirci cosa avremmo voluto fare, e quanto, e dove. A languire, a placarci da soli, ma mai abbastanza, mai soddisfatti. Scopiamo forte.

Troppo forte.

– Ahi. Aspetta un attimo

– Che succede? Jorge, tutto bene?

– No, l’abbiamo quasi rotto

– Oddio

Un segno sul frenulo brilla come una ferita aperta. Un frenulo che a occhio e croce avrà più di vent’anni di onorata carriera decide di farla finita sotto la mia, ahem, passione, dopo due mesi d’astinenza.

– Dobbiamo andare da un medico

– No, Dama, passiamo due giorni senza scopare, per allora si sarà rimarginato. Però poi lo dobbiamo fare in modo più gentile. Voglio dire, così potevi spaccarmi pure le gambe, mi hai stuprato.

Ridiamo come due scemi. Ci abbracciamo, ci baciamo, ci tocchiamo tutto, il viso, i capelli, le spalle le mani, i fianchi. Ci baciamo ogni centimetro di pelle, ci abbracciamo stretti, ancora più stretti, ci sfioriamo cullandoci nei nostri respiri e ci addormentiamo intrecciati, che non so dove finisco io e inizi tu, ma so che sento il tuo battito che mi bussa fra le scapole, e mi fa stare bene.

Ci addormentiamo intrecciati io e te che abbiamo problemi per dormire, che preferiamo dormire da soli. Io che preferivo scappare alle quattro del mattino da una casa per poter ritrovare il mio letto singolo a stella marina. Tu che prendi i sonniferi per dormire e oggi non hai fatto neanche in tempo a pensarci che il tuo respiro si è fatto pesante accarezzandomi il collo.

I giorni successivi caffè, coccole, risate. Invertiamo i ruoli, tu cucini la carbonara per me, io cucino il dolce con le mele per te. Carezze, ancora carezze, tante di quelle carezze che ci dimentichiamo anche di vedere un film, di parlare, di leggere un libro insieme, di uscire, ci dimentichiamo pure che non possiamo scopare. Il secondo giorno pranziamo fuori, finalmente vediamo un film, fracese, Cléo de 5 à 7. Finalmente parliamo.

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– Raccontami la tua vita in cinque minuti, Jorge

Decidiamo che il giorno dopo io sarei andata a fare una gita a Toledo da sola, lui sarebbe andato in palestra, per darci un po’ di spazio.

– Ok, allora domani vai a Toledo

– Ok

– Ma sei sicura che vuoi andare a Toledo? Voglio dire, non è che preferisci restare qui intorno? Io in realtà non ho bisogno di spazio

– Neanch’io. Però vado lo stesso, poi sarà ancora più bello tornare qui

– Ti mancherò?

– Sì

– Anche tu. Appena torni ti scopo, lo sai, vero?

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Toledo

Di nuovo, ci addormentiamo abbracciati. Ci svegliamo abbracciati a cucchiaio. Sento un pizzicorìo sul labbro. Mi stiracchio, ci passo la lingua, umida.

Apro gli occhi, sbarrati. No, cazzo, no. Ci passo la lingua di nuovo, incredula, e sento due bollicine. Non può essere. Nonononononono, ti prego. No. E invece, dopo anni di latitanza, è lui. L’herpes. Ci passo ancora su la lingua, come a sperare che fosse sparito, intanto la mia testa frulla, gira a tremila, come volesse trovare una soluzione per non farlo vedere a Jorge, come volesse trovare una soluzione che non c’è.

Jorge intanto si stiracchia, dietro di me. Mi da un bacio sulla nuca, mi stringe piano una spalla, per capire se dormo. Io rimango immobile, la faccia al sicuro sotto al piumone. Lui si alza piano, per non svegliarmi e va in cucina. Io penso.

Ok. Adesso rimango tutto il giorno sotto al piumone. Ma poi? Domani? Ok. Adesso gli dico che non mi sento bene e rimango sotto al piumone fin quando non devo ripartire. No, Ok. Adesso compro un biglietto aereo e riparto oggi. Anzi no. Devo trovare un modo per stare a letto di giorno e uscire solo di notte. No, non si può. Come faccio con le luci artificiali, poi?. Ok, allora vado in bagno e vedo se tra le medicine ha la crema per l’herpes, la metto su, magari faccio in tempo a bloccarlo, e mi rimetto a letto per un paio d’ore dicendogli che non sto bene.

Jorge entra in camera. Si infila sotto al piumone, mi abbraccia e come avesse già presentito qualcosa mi dice: “Dama, are you ok?”.

– No. No, cazzo, Jorge. Sono in fase premestruale e mi fa male la pancia.

Mi mette una mano calda sul ventre e me lo massaggia.

– E… e… ho voglia di lamentarmi!

– Hm, hai voglia di lamentarti per la tua vita orribile? Mi chiede sornione mentre mi accarezza

– Sì. E perché non ci vediamo da due mesi e non possiamo scopare… e adesso non ti posso più neanche baciare perché ho un fuckin’ herpes, Jorge, un fuckin’ herpes!

Sbotto solenne, come avessi fatto la confessione del secolo.

– Fammi vedere

– Nu. Voglio rimanere nascosta sotto al piumone, nelle tenebre!

– Meniña! Oggi stai facendo proprio la bimba!

– Sì

Mi abbraccia e mentre io penso a quanto terribili saranno le conseguenze di farmi vedere con un labbro deturpato (che poi non gli piaccio più, che poi non mi vorrà più, che poi non mi scoperà più, che poi niente sarà come prima) lui mi abbraccia, in un respiro sembra volermi respirare e trattenere, sembra già pensare ad altro, e dice: Come si sta bene, qui.

E si sta bene davvero. E quella dell’herpes può essere solo un’altra piccola imperfezione fra le tante possibili, o può rovinarmi tutto, ma dall’abbraccio di Jorge è chiaro che dipende solo da me, che per lui fa’ lo stesso, che me li da lui i baci, sul collo, sulle orecchie, sulle guance, sulla fronte, sulle mani.

Jorge mi dice “Ma che ti frega? A Toledo ci vai per trovare marito? Ti vorrai mica fare tutti i bei ragazzi di Toledo? Su, vai, se vuoi andare e torna qui, che abbiamo un conto in sospeso”.

E infatti vado a Toledo, mi perdo nella cittadina medievale, mi fa bene l’aria fresca sul volto e sento il sollievo anche nell’essermi presa quel po’ di tempo da sola. Sento il sollievo anche nel ritrovare casa tra le braccia di Jorge, nell’averlo dentro dopo due giorni di carezze.

Ancora, passeggiamo per il Barrio de las letras, cuciniamo, vediamo un altro film (Night on earth), leggiamo insieme, io Firmino, lui En el principio era el sexo: los origens de la sexualidad moderna, como nos emparejamos y porque nos separamos. Ovviamente mi tornano nel corso di una trombata non preventivata, a riprova della sfiga che è all’insegna di questa settimana macchiamo tutto.

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Rischiamo anche la nostra prima litigata quando (chiaramente in preda al premestruo) rischio di staccargli la testa a morsi solo perché lui mi dice “Dama, lasciami sparecchiare e vai sul divano, la cucina è stretta”. Sì, lo so, in pre-mestruo sono UN PO’ permalosa. E non è niente in confronto a quando invece mi cresce la sensibilità e piango come una fontana guardando gli spot delle automobili o, ai tempi di Ex, quando mi annunciava che eravamo invitati all’ennesima cena con tutta la sua Sacra Famiglia, Suocera e Gransuocera in primis.

Fatto sta che entriamo nella mia prima crisi, che tengo un po’ il broncio, che penso che ha quarant’anni, che penso che nessuno dei due sa cosa deve fare nella vita, che penso che forse è l’ultima volta davvero, che vengo  a Madrid, che così non può continuare. Penso che fin’ora sono venuta per vivermi il film, e me lo sono vissuto, ma che adesso sta iniziando la relazione. E per una relazione vera, con tutti i cazzi, gli scazzi, i problemi, le dipendenze, le noie, i momenti perfetti e gli istinti omicidi, i giorni d’amore e giorni di sguardo in cagnesco, no, non lo farò. Per una relazione difficile, come lo è una a distanza, non lo farò. E mentre io decido che non farò più viaggi a Madrid, lui smette di chiedermi se andrò e inizia invece a parlare di futuro, dandolo per scontato.

Il broncio mi passa sfogliando un libro su Egon Schiele. C’è la Danae di Schiele e vicino quella di Klimt. Indico la seconda a Jorge e gli dico

– E’ una delle opere che preferisco di più in assoluto

Jorge sorride, si alza, prende da un angolo una locandina arrotolata, me la svolge davanti. Danae.

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– Aiutami a scegliere dove appenderla in camera da letto, ammicca

L’ultima notte facciamo gli scemi come i bambini, siamo agitati come quattrenni in overdose da zucchero, cantiamo i Led Zeppelin sul letto “Oh, oh-oh, oh- oh, you don’t have to go-oh oh-oh oh oh. Ay, Ay-ay, ay-ay!

la sveglia al mattino è puntata presto, quindi tra una canzone e l’altra facciamo un pillola party. Tu che c’hai? Benzodiazepine. Ah no quelle ce le ho pure io, queste le ho prese da mia madre. Queste invece sono per dormire. Prendi questa, io prendo quella e anche un po’ di questa, è una figata pazzesca, pure se tieni gli occhi aperti inizi a sognare! Puah! Jorge, ma che sapore schifoso! Mi hai drogata! Vedrai che fra un po’ andrà tutto bene.

Piano piano le risate si calmano, le voci si abbassano. Ci accarezziamo, i respiri irregolari che iniziano a prendere un’andatura lenta e artificiale. Cazzo, Jorge. Sarà difficile liberarmi di te.

Elogio della donna imperfetta – parte seconda

Continuavo a pensare a cosa significa essere donna, oggi.

Bene, cosa significa genericamente, perché benché io non possa dirmi completamente liberata dai canoni odierni (non sono di certo cresciuta in una teca di vetro), rispetto la media ho sempre posto poca cura nel modo di presentarmi.

Ad esempio, sono sempre stata quella con i vestiti più trasandati tra le mie amiche. Anche quando eravamo ragazzine e la moda era quella di apparire trasandati: c’era chi si impegnava nel costruire uno stile pseudo anticonformista, chi spendeva un sacco di soldi nei negozi etnici, e poi c’ero io che riciclavo le maglie anni ’70 di mia madre, a volte con pessimo risultato estetico, ma vabbè, io non mi sforzo di sembrare trasandata, al massimo lo sono davvero perché al posto di perdere tempo a comprare e abbinare vestiti come se li avessi messi alla rinfusa ce li metto davvero, e poi passo il tempo a leggere un libro. Io ero hipster prima che fosse una moda. Ero vintage prima che fosse fico.

Mai nella vita ho posseduto un tacco dodici a spillo e mai lo possederò. Mi sono laureata con un tacco cinque. Non mi trucco quasi mai e il meno possibile. Non uso il fondotinta. Metto il rossetto e lo tolgo prima di uscire perché boh, è così innaturale. Metto le gonne solo in estate, perché in estate sono comode. Non mi ceretto le braccia, non mi ceretto le gambe dal ginocchio in su, perché andiamo, quei peletti dorati sono anche carini. A volte mi ceretto completamente la patata però, quello sì, perché sono una porca.

Da un po’ ho iniziato a portare avanti una campagna anti-consumista, per cui ogni volta che improvvisamente sento la viscerale necessità di una borsa o di un paio di scarpe prima di correre su un sito di acquisti on-line vado ad abbracciare i miei genitori, vado a fare due carezze al cane, e scopro che toh, non era di un nuovo paio di reggi calze che avevo bisogno, ma solo di una piccola gratificazione, di riempire un piccolo vuoto, di curare una sottile tristezza.

Ho passato periodi di sperimentazione però, soprattutto con i capelli, per esempio come ogni donna riccia ho avuto il periodo di rifiuto totale in cui allisciavo costantemente la chioma lunga fino al sedere. Fin quando una ciocca di capelli non è rimasta nella piastra, completamente bruciata. Ho avuto i capelli gialli, i capelli rossi, i capelli castani e rossi, i capelli castani e gialli, i capelli completamente trattati col bio ed hennati. I capelli lunghi, medi, rasati da un lato, mossi, frisettati.

Però insomma, ho le sopracciglia meno rifatte di molti ragazzi di oggi.

E qui veniamo al punto. Io credo che se tutti i miei amanti, compagni, uomini sono state delle belle persone, non maschiliste, non superficiali, non finte, se tutte le mie scopate sono state all’insegna del rispetto, della parità, dell’affetto o almeno su un piano amichevole, se tutto questo si è svolto in questo modo, dicevo, è proprio per questo motivo.

Io non rimorchio uomini che mi vogliono più alta e slanciata a costo di massacrarmi i piedi, perché non metto i tacchi. Non rimorchio uomini che mi vogliono come se avessi la pelle diafana e senza imperfezioni, perché non metto il fondotinta. Non rimorchio stronzi di uomini che mi vogliono perfetta, perché grido a distanza che non voglio neanche provare ad esserlo.

Io rimorchio uomini che spesso devono andare oltre maglioni e felpe sformate per scoprire la clessidra del mio corpo. Rimorchio quelli semplici e naturali e veri che mi vogliono semplice e naturale e vera.

Al contrario, col cazzo che l’ho data a quel tipo che un giorno in cui sono uscita con un mezzo tacco e il blush sulla faccia, mi ha detto: “Oh, adesso sì che sei una donna. Che figa!” Credendo di farmi un complimento. Io non demonizzo il trucco, i vestiti, o quello che è. Io demonizzo il fatto che mi siano imposti da un terzo, o che il mio essere donna sia giudicato in base a quelli. E questi, mioddio, questi sono proprio gli uomini che si prendono un sonoro due di picche e che dovrebbero prenderlo da qualsiasi donna.

Qualche giorno fa, passeggiando per un centro commerciale con un’amica in cerca di cose ridicole, ho visto queste:

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Cioè, dai, ragazze, per davvero. Io non so quanto possa avere senso stuccarsi la faccia come fosse un dipinto su tela, tatuarsi le sopracciglia, prendere dodici centimetri con i trampoli, prendere due taglie di seno con un super push-up, disegnarsi il culo con delle mutande di silicone, congelarsi il culo con i 15 denari dei collant a febbraio, cambiare la forma e il colore dei capelli, modellarsi la pancia in palestra, sottoporsi a diete del kiwi, perdere giornate a impiastricciarsi di creme la pelle.

Praticamente è come comprare un cellulare a Napoli e scoprire che è un mattone.

Ma soprattutto cioè, dai, ragazzi. Io ho capito che ci volete tutte Emily Ratajkowski, ma la verità è che non lo siamo e non lo saremo mai e che anche Emily Ratajkowski ha i pori sulla pelle, solo che glieli tolgono con photoshop.

Io ho capito che ci volete tutte Angelina Jolie, solo che poi non vi lamentate se portate a casa una super figa e la mattina vi ritrovate con mezzo Picasso ritratto sul cuscino e una donna con la faccia che cola via come un olio su tela impressionista, con meno seno di quello che sembrava, meno slanciata di quello che sembrava, con meno culo di quello che sembrava.

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Allora questa seconda parte di articolo dedicato all’elogio della donna imperfetta è dedicato agli uomini. A quelli che mi hanno detto di preferirmi senza trucco, che mi hanno fatto i complimenti la mattina. A quelli che mi hanno detto di non perdere tempo a vestirmi, che il tempo è meglio impiegarlo a divertirsi. A quelli che mi hanno preferita a ridere sorseggiando una birra in tuta, e non agghindata come un uovo di pasqua, visibilmente scomoda per una cerimonia. Di non perdere tempo a comprare lingerie, tanto mi preferiscono comunque nuda. A quelli che mi hanno detto di trovarmi perfetta senza niente addosso, quando magari avevo paura di avere la faccia stanca o mi chiedevo come mi stessero i capelli. A quelli a cui se interessa sapere con quanti uomini sono stata non è per giudicarmi, ma per ascoltare qualche storia e conoscermi.

A tutti quelli che hanno guardato all’essenza. A tutti quelli che hanno guardato al corpo – che non sono meno il mio corpo che il mio cervello – ma il mio corpo vero, non quello tagliato, cucito, pitturato, abbellito, agghindato, stretto qui e allargato lì, stirato in lungo, piastrato, nascosto, valorizzato, deformato, depilato, rinfoltito, colorato, opacizzato. Tor.tu.ra.to.

E a tutte le donne, a quelle che magari credono che il burqa sia una schiavitù e non si rendono ancora conto del giogo altrettanto pesante che hanno attaccato al collo.