Blue January

Non ho sempre parole per descrivere l’Inghilterra. Ancora meno per descrivere la mia, di vita, in Inghilterra.

Sará che ho limonato un tizio così ubriaco in un locale che un momento dopo stava twerkando sulle scale.

Sarà che presa dalla noia di un ballo in un locale latino americano ho deciso di dare un’altra chance al mio amico russo, lanciandogli uno sguardo da sotto le ciglia, carezzandogli una spalla appena con l’indice, piroettando piano.

Sarà che in un giro lento ho incrociato gli occhi neri di un greco. 

Sarà che ero così ubriaca che chiedevo una sigaretta al greco e la uscivo a fumare col russo, limonavo il greco quando il russo andava al bar e ballavo col mio amico, chiedevo al russo di cercarmi una sigaretta e scambiavo il numero con quegli occhi neri, mi portavo a casa il russo messaggiando col bruno.

Sarà che il titolo per la mia storia col russo potrebbe essere “vodka, centrioli e disfunzione erettile”.

O forse che al primo appuntamento col greco non sono riuscita a frenare a tempo la lingua e gli ho chiesto di Varoufakis, realizzando troppo tardi che da quel momento sarebbe stato impossibile passare alle sue mutande. Non è così facile, passare da  Varoufakis alle mutande  di un uomo. Dopo quattro ore passate a parlare di recessione, di dracma, di politica internazionale al posto di toccarci e di fare l’amore ormai s’era creato lo stesso magnetismo che ci sarebbe potuto essere tra me e Andreotti. 

Che poi pensavo, mentre parlava, che non era abbastanza comunista. Non abbastanza trotzkista. Manco con un grande spirito umanitario, più che Chomsky un Renziano, pensavo. Che non è abbastanza progressista o brillante, un appuntamento presieduto da un tecnico, e aspettiamo nuove elezioni.

Sarà che ho in tasca un biglietto per Madrid, e un altro per Porto, che lì sono stata felice.

Sarà che ho fatto innamorare un maltese dolce e imbranato.

Sarà che tre giorni fa per la prima volta sono stata paccata da un inglese, e il mio coinquilino è venuto in soccorso di me e la mia pinta ridendo e portandomi una sigaretta.

Sarà che mi hanno minacciata di morte a lavoro. Proprio così. “Se non mi date i soldi vi seguo fino alla fermata della metro e via apro in due”.

Sarà che mi sono rotta il cazzo di tutto e questo fine settimana ho il mio primo appuntamento con una lesbica asiastica.

Ma questo è solo rumore, come le lezioni di swing e salsa che urlano musica per distrarmi il giovedì, per farmi arrivare al fine settimana senza morire di noia.

La realtà è che è il sesto mese che passo qui e sento di non avere niente. 

Non mi spiego come in Portogallo, con la metà del tempo, io possa aver costruito rapporti che ancora durano. Ho rivisto Al e il Milanese. Sento colleghi, amici, amanti. Ho notizie che mi raggiungono dal Brasile, e due occhi porno e francesi che ora mi sorridono dall’Australia. 

Persino in viaggio, in ventiquattro ore, ho costruito qualcosa. Ho costruito l’amore con Jorge.

Nella città di N. un milione di visi mi scorrono a fianco, e proseguono, e muoiono di lavoro, o di grigio, o di viaggi in metropolitana, e lasciano appena un’orma su battigia.

Nella città di N. non c’è tempo per l’amore, appena per un aperitivo, e i rapporti sono confezionati e tenuti in frigo come i pranzi nelle cassette al lavoro.

Ogni volta sembra di ricominciare da capo ma ogni volta sento le mie parole diverse.

Ciao io sono Dama.

Ciao, io sono Dama, sono italiana e lavoro come volontaria per un’associazione di beneficienza.

Ciao, io sono Dama, sono italiana e sono sfruttata da un’associazione di beneficienza.

Ciao, io sono Dama, sono triste e a volte penso che vorrei morire piuttosto che continuare ad essere sfruttata da un’associazione di beneficienza.

Ogni giorno faccio due ore in metro. Vorrei ricominciare a fumare, ma se prendessi il vizio non riuscirei a permettermelo. Torno a casa stanca e spesso riesco appena a pensare alle cose da fare a casa e a crollare davanti un telefilm. Non leggo più molto come amo fare, devo leggere in inglese, e poi sono mentalmente esausta, e ho l’impressione che mi  inaridiró come fossi un mare che s’asciuga deserto. Non leggo più i giornali, solo cose futili. So appena cosa succede in Kurdistan. Non vedo più film seri, l’ultimo è stato La giovinezza di sorrentino, era così bello che volevo piangere. Non perché fosse triste, perché è bello. 

A volte mi costringo ad uscire, metto un rossetto rosso e vado a ballare lo swing. 

A volte piango, dopo aver parlato al telefono con mia madre e averle detto che i biglietti costano troppo per tornare a Pasqua.

Ciao, sono Dama, a volte metto una gonna e esco con uomini, donne e uomini, sempre diversi, ho l’impressione escano con me solo per non morire di noia, di grigio, di lavoro, ma poi sono troppo stanchi per l’amicizia o per l’amore. Ci fermiamo a un aperitivo. Una catena di montaggio d’aperitivi, che a malapena riesco a pagare.

Ciao, sono Dama, ho ventotto anni, sono italiana, laureata e lavoro gratis per la comunità Europea. 

Ciao, sono Dama, ho ventotto anni, non so che fare nella vita, sono laureata, parlo due lingue straniere, ho fatto tirocini gratuiti in scuole, case editrici, biblioteche, associazioni di volontariato, associazioni di beneficienza, ho lavorato come cameriera, come barista, ho vissuto in tre paesi e a volte penso che vorrei morire, piuttosto che stare seduta al tavolo con te, e dirti che lavoro faccio, e sentire che lavoro fai, e poi forse rivederti fra un mese, o tre, o mai.

Ciao, sono Dama, sono qui solo perché se non esco muoio di lavoro. 

E manco mi pagano. 

Welcome, 2018.

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Welcome back

Pioggia battente fuori dall’aeroporto.

“Taxi!”

Un’auto accosta dal lato britannico della strada, dentro occhi stanchi e cornee d’un giallo opaco, due borse gonfie disegnate sotto le palpebre, sopra la barba lunga e speziata di bianchigrigi e neri, sopra la barba che mostra rispetto ad Allah.

“Where are you going?”

“14, Melrose Place”

“Sali”

A fatica getto lo zaino enorme sui sedili in pelle nera e lo seguo goffa, stremata dal viaggio di più di dieci ore. E’ il primo gennaio 2018, gli auguri, lo spumante e il capodanno ancora risuonano nelle orecchie, e le ore di sonno sull’autobus e sugli aerei ancora si sentono dietro al collo e nel torpore che avvolge le tempie.

“Che ci fai, in Inghilterra?”, mi chiedono due occhi gialli  nel buio dello specchietto retrovisore.

“Sono qui a lavorare, fino ad agosto”

“Aaaah”, strascica piano “E che lavoro è?”

“E’ con un’associazione di beneficenza”

“Ah. Che associazione?”

“Lavoriamo con ragazzi poveri”

“Aaaah”, strascicano ancora quegli occhi gialli. Di fianco allo specchietto ondeggia una toppa verde, o viola, con delle scritte in arabo gialle, che probabilmente citano il Corano. Il tassista sembra riflettere, poi continua:

“Sei Musulmana?”

“No”

“Aaaah,” soppesa lentamente “non sei Musulmana”

“No, sono atea”

“Sei atea”, afferma. “Sei sposata?”

“No, non sono sposata”

“E con chi vivi?”

“Con altre persone, che fanno il mio stesso lavoro”

“Sono femmine?”

“Sono due ragazze e un ragazzo”

“Aaaah. E non sei sposata. Hai un fidanzato?”

“No, sono sola”

“Sei sola! Ah. Ed è da tanto?”

“Da tantissimo”

Delle voci gracchiano improvvisamente da una ricetrasmittente. Mi sento a disagio e non capisco se il tono dell’uomo sia solo curioso o se stia valutando il mio grado di impurità.

“Da tantissimo!” esclama, soppesando la parola. “Perché non sei sposata?”

“In Italia adesso è così. E anche in molti altri paesi. Si studia più a lungo, si cerca un lavoro e ci si sposa più tardi, o non ci si sposa affatto”

“Hhhm”, sembra annuisca, o forse continua il suo lavoro di giudice.

Scende il silenzio. La ricetrasmittente gracchia incomprensibile dai sedili anteriori e io già immagino che all’altro capo, al posto di altri tassisti, ci siano altri giudici dell’Islam, a tagliare la città di N. in traiettorie di vendetta e punizione, a chiedere agli infedeli testimonianza dei loro peccati e a purificarli delle colpe dell’Occidente verso la loro madre mediorientale, facendoli esplodere in petardi.

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Il taxi invece accosta di fianco casa. Il mio ombrello s’apre come un fungo sopra la portiera.

Due cornee gialle su una barba speziata strascicano: “Ahhhh. Ben tornata”.

Se solo lo sapesse, penso piano, che ha dato un passaggio alla Dama Distratta.

 

 

 

 

Il medioevo della salute sessuale

Diciannove. Diciannove è il numero esatto di uomini che hanno percorso a fondo la geografia del mio corpo.

Uno. Uno è il numero di quelli che hanno tirato fuori un preservativo dicendo “Certo, lo uso sempre, e se non li ho non faccio sesso”.

Undici. Undici le nazionalità di questi uomini. Quasi tutti, Occidentali, dell’Occidente progredito, tecnologico, politicamente ancora sovrano.

Quando la mia vita di giovane donna sessualmente attiva è iniziata, è capitato anche a me tante volte di chiudere un occhio, a volte di chiuderli tutti e due, a volte di essere sconsiderata, pensando: questa è un’eccezione, questa è una cosa diversa.

Ma poi ho iniziato a contare sulle dita le eccezioni e mi sono chiesta se non fossero la norma. Non sarei davvero in grado di elencare tutte le stronzate che ho sentito quando ho chiesto un preservativo, ma alcune suonavano così:

“Ce li ho sempre, ma proprio oggi ho cambiato giacca

“Li uso sempre, ma a te… voglio sentirti

Faccio il test ogni quattro mesi, e tu lo sento che sei pulita”

“L’ho tolto perché non sentivo abbastanza

Il problema, mi rendo conto, è un’assoluta ignoranza in materia di salute sessuale. Non ne sappiamo abbastanza, e non ne vogliamo sapere abbastanza. Non ne vogliamo sapere perché se ne parliamo, se leggiamo, ci informiamo, ci controlliamo, il pericolo diventa reale, e siamo troppo codardi, usiamo la filosofia della polvere sotto al tappeto – tanto sono cose che succedono sempre agli altri.

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Se ve lo dico col cagnolino poi lo usate? Eh? Almeno mezza volta?

Mi ci metto in mezzo con la seconda persona plurale perché ho fatto gli stessi errori.

Ho smesso di farli quando ho visto che un quarantenne con alle spalle un centinaio di letti ha tentato di non usarlo dicendomi che non aveva l’HIV, test alla mano, ma non sapendo neanche cosa fosse l’HPV, o quanto è diffuso.

Ho smesso quando un bruno con alle spalle centinaia di letti mi ha detto “Ma no, con il sesso orale rischiano di più gli uomini, non è che sei un po’ paranoica?

No. No, davvero. Perché le donne rischiano l’HIV, l’HPV, la sifilide, la clamidia, la gonorrea, con il sesso orale. E siamo in un’era di liberazione sessuale, che è bellissimo, ma questo vuol dire che anche se siete con un partner occasionale che ha una vita erotica non eccessiva, vi assicuro, fra i partner dei partner dei partner, ce ne trovate di uomini, e di donne, che hanno centinaia di letti alle spalle – ed è bellissimo, ripeto! Se si ha un po’ la testa sulle spalle, però!

E io lo so, lo so, che il preservativo è una rottura di caz*i, lo so che il sesso orale con il preservativo ha a malapena senso, lo so che il sesso vaginale con il preservativo è diverso – e vi assicuro, una differenza la sentono anche le donne.

Io lo so, ma quando ero alle elementari mi insegnarono che il concetto di libertà non può prescindere da una serie di diritti e doveri che garantiscono allo stesso modo la libertà altrui. I diritti chiamati in causa, in questo caso, sono a mio parere due: il diritto di fare sesso con chi e quanto si vuole, e il diritto di assumersi consapevolmente un rischio, del grado che si vuole, se quel grado di rischio è accettato e condiviso consapevolmente dalla controparte – che qui si parla di fatti e non pugnette.

Il dovere che ne consegue, a mio avviso, è appena uno, già citato nei diritti: essere consapevoli. Essere consapevoli vuol dire essere informati. E ci si deve informare in due diversi modi. Il primo è teorico: quali sono le MTS? In quali modi si contraggono? Cosa rischio con un rapporto anale? Con un vaginale? Con l’orale? Col petting? Come sono trasmesse queste malattie? Scambio di sangue e liquidi? Contatto cutaneo?

Quanto sono diffuse le MTS? Quali sono le conseguenze di ognuna? Lo sapete che l’80% della popolazione viene a contatto almeno una volta nella vita con il papilloma virus? Lo sapete che escluso dal quell’80% ci dovete considerare persone con la santità del papa?

Il secondo tipo di informazioni di cui abbiamo bisogno, sono informazioni pratiche sul nostro stato di salute: non basta fare un test HIV ogni sei mesi (e se ci fosse informazione teorica si saprebbe che anche questi test non sono attendibili al 100%, pensate al periodo finestra, ad esempio), i test andrebbero fatti tutti, se si ha e si vuole condurre uno stile di vita sessualmente a rischio.

Posso assicurarvi che se tutti facessero un HPV test, a quasi tutti passerebbe la voglia di fare sesso non protetto sempre e comunque, perché a quasi tutti quelli che hanno avuto un fattore di rischio ne verrà diagnosticato almeno uno, tra gli oltre 150 ceppi conosciuti.

E io sono tutto fuorché una nazista. Lo capisco l’errore, che è umano. La capisco l’eccezione, la debolezza, il momento di offuscamento, la poca sobrietà. E capisco anche chi è cosciente, e da cosciente decide di assumersi un rischio, perché la vita è una, il sesso è troppo bello, e ci si sente di giocare alla roulette russa. Quello che non capisco, e su cui non transigo, è l’ignoranza.

Il primo colpevole è lo Stato col popolo tutto: è meglio non si parli di sesso nelle scuole, è meglio che questi figli siano quelli che fanno la staffetta dell’herpes genitale da grandi, piuttosto che si disturbino le orecchie dei benpensanti – che ancora una volta la retorica del sotto al tappeto vuole che se non si parla di sesso, è come se i ragazzi non lo facessero. Questa è una mancanza da Medioevo. Si dovrebbe parlare di salute sessuale fino alla nausea, dalle elementari – e no, non scandalizzatevi, dalle elementari, perché i tempi si accorciano, e le gravidanze delle ragazzine insegnano, ed in ogni caso, a prescindere da questo, non c’è nulla di sbagliato nel sesso per cui ai bambini vadano tappate le orecchie. Quando normalizzeremo il sesso, la malattia, la morte? Quando smetteremo di auto-fabbricarci tabù come spauracchi sotto il letto?

Ma il secondo colpevole, arrivati all’età adulta, è il singolo.

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Scena tratta da un noto film di fantascienza

Io mi sono stancata. Mi sono stancata di comprare preservativi e vedere uomini adulti che li tolgono e pensano di poter continuare come nulla fosse. Mi sono stancata di sentirli ripetermi sempre che – mi assicurano – è che io sono diversa, mica fanno coì con tutte (che io, a questo punto, mi domando se c’ho la faccia da Santa Maria Vergine o come cazzo è possibile che io – solo io – sia diversa per tutti). Mi sono stancata di sentire scuse. Di dover essere io a fare lezioni di salute sessuale sotto le lenzuola per spiegare che no, l’HIV non è l’unico problema, e sono contenta che tu non lo abbia contratto, giuoia, ma io voglio comunque il preservativo.

Una volta mi è capitato di usare il condom con un tizio per due settimane – ovviamente, su mia esplicita e ferma richiesta. Dopo due settimane, dopo aver fatto sesso, nudi, nel letto, un impeto di eccitazione e ZAAAC, lo infila dentro, senza consenso alcuno, sapendo anzi fossi esplicitamente contraria. Ma tanto che vuoi? Ora che sai il nome del mio gatto e di mi’ madre sei sicura io non abbia la gonorrea, quindi mi gioco la salute sessuale di entrambi, senza neanche prendere in considerazione la tua opinione.

L’ultima volta, pochi giorni fa, mi è successo di portarmi al letto un mio amico russo. Al letto, nel senso NEL letto, ma poi niente, non avevamo un profilattico. Lui mi dice che TANTO può venire fuori – ma che, davero?

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Compriamoli – noi donnine pure – prima!

Gli dico che non se ne fa niente. Mi risponde sconcertatissimo: “Really?!”

Really, cumpà.

Ah, mi è venuto in mente un altro dovere. Se non volete usare il preservativo e siete con qualcuno che vuole usarlo, non insistete.

Senza dovervi pure fare la lezione di educazione sessuale che non avete mai ricevuto nelle scuole, davvero:

E’ già abbastanza penoso rendersi conto di essersi portati al letto un coglione.

 

 

Fatalità

Penombra lunga e lenta, le nocche di lui strette sulle mie spalle, la mia spina dorsale nuda aderisce ai cigolii del materasso.

Una sagoma bruna e riccia mi scopa con sapiente maestria, e mi guarda le tette, e mi morde un capezzolo, e nella penombra lunga e lenta potrei non sapere se è Jorge o se è un medico trentatreenne portoghese, se è un affanno con accento mozzo di madrí o che miagola lusitano. Il ricordo fresco di parole scambiate mi risuona in mente come una nenia dolce ad ammortizzare gli urti dei nostri corpi affamati.

“Ti amo, Dama”

“È vero? Mi ami davvero?”

“So che sei la persona più importante, nella mia vita. Sì, ti amo”

“Ancora?”

“Ancora”

“Dopo un anno?”

“Anche quando saranno dieci”

Una sagoma riccia e bruna gioca col mio piacere e ne fa montagne russe, elettrocardiogramma di ipertensione, coi tamburi nel petto, i tamburi nel letto, i ritmi più antichi del mondo a scuotere i fianchi, a pacificare il pensiero e l’istinto, a fondere la rete di sinapsi ai cinque sensi. E in questa penombra lunga e lenta potrei non sapere se questa che mi assaggia e mi annusa e mi stringe e mi ascolta e mi guarda è la sagoma di Jorge o di un medico trentatreenne portoghese.

“Avrei potuto innamorarmi di te come una idiota. Intendo, sai… Ossitocina, dopamina, quella roba lì”

“Abbiamo deciso di controllarci, di non essere idioti, di non fare cazzate e mollare tutto, e illuderci, però vedi? Ancora ci amiamo”

“Abbiamo deciso di reinventare l’amore, dicevano in un film francese”

“E funziona, no?”

“Non so, nel film poi appariva una rivoltella. Jorge, è un anno che non ti vedo. Sei ancora certo che ci rivedremo?”

“Sì, senza dubbio alcuno”

Una testa bruna e riccia aderisce alla mia schiena, mi penetra da dietro, una mano che mi stringe il seno, i denti che mi mordono il collo e la nuca. E nella penombra lunga, lunga e lenta, non potrei davvero dire se è Jorge o se è un medico trentatreenne portoghese.

“Jorge, non so se mai deciderò di fare un figlio, ma se mai a quarant’anni deciderò di fare anche questo esperimento, è il tuo che voglio”

“Lo pensi ancora adesso, dopo un anno?”

“Anche quando ne saranno passati dieci”

“Sarebbe una piccola lattughina passionale”

“Sarebbe un pervertito”

“Un genio”

“O uno psicopatico”

“Sarebbe riccio, di certo”

“Sarebbe bello?”

“Solo se riprende dalla mamma”

“Farei un figlio solo per sperare avesse gli occhi di mio padre”

“Ti manca?”

“Mi mancherà, un giorno, da squarciarmi il petto – pazzo vuoto e maledetto”

Una sagoma bruna e riccia scende con la lingua in mezzo alle gambe, mi schiaccia il ventre con una mano, e disegna gemiti arrotondati e bassi, quasi dolorosi per la fretta e l’incapacità di morire in un orgasmo, che pure occhieggia vicino, vibra sotto pelle come bussasse per entrare, corrente elettrica su pensieri non conduttori nonostante i capelli di rame.

“Jorge?”

“Che c’è?”

“Non ti innamorerai mai più? Intendo ossitocina, dopamina, insomma… quella roba lì”

“No. Ho amato l’innamoramento. Ma è una situazione falsa, è come il mondo si approfitta di noi. Quando c’è uno squilibrio chimico nel cervello non siamo noi. Paracadutismo, orgasmi, sbornie, vincere una gara, droghe. Sono squilibri chimici nel cervello e sono magnifici. Ma non sono permanenti, si tratta di ore, al massimo, in cui non sei lucido… se potessi drogarmi d’amore come di una droga lo farei. Ma non è una night out. E’ essere rincretiniti per mesi”

“Ci sei mai cascato?”

“Solo una volta”

“E com’è finita?”

“Mi ha deluso”

“E questa cosa fra noi, come deve finire?”

“Non finirà, perché questo non è innamoramento, non è possessione, non è quotidiano. Questo è amore incondizionato. Io amo quello che sei, ti stimo, voglio vedere chi diventerai”

“Jorge, è passato già un anno. Quando ci rivedremo ci troveremo invecchiati di un anno”

“E poi di cinque, e poi di dieci”

“E chissà dove ci rivedremo”

“Ci incontreremo in Inghilterra, ad annaffiare i baci di maltempo”

“E poi in Italia al mare, o in Olanda tra i mulini a vento”

“Che ne dici di quando presenterai il tuo primo libro, e passeremo il tempo a detestare Milano?”

“Su un’isola di Scozia, che io chiamerò Thule e tu chiamerai Dama, o forse in Islanda”

“Ti vedrò diventare la donna indipendente che è scritto tu debba diventare”

“Ti vedrò invecchiare, Jorge, invecchiato tutto d’un tratto. e cosa farò quando avrai bisogno di qualcuno?”

“Farai la tua vita, come dev’essere, ma io saprò che tu esisti, che ti amo, che mi ami, e che per i miei malori c’è il servizio pubblico sanitario”

“Ci vedremo morire, Jorge?”

“No. Ma uno dei due lo sentirà”

“Non credo potrei sopravviverne”

“Lo vedi che non serve l’innamoramento, e il quotidiano, per amarsi?”

“Non morire, Jorge”

“Neanche tu”

Tiro i capelli di una sagoma bruna e riccia, e la trascino sotto di me, e la cavalco. La luce illumina il viso di un medico trentatreenne portoghese che non è Jorge, le parole, le parole che mi risuonano in mente sono di Jorge, ma chi mi scopo è un medico portoghese che svanirà con le luci dell’alba e non vale neanche un gran sorriso d’amicizia, qualcosa mi rende diffidente come un gatto, un sesto senso, una comunicazione non verbale.

Mi arrendo all’evidenza che l’orgasmo non arriverà e crollo al fianco di questa sagoma bruna e riccia, che è la sagoma bruna e riccia sbagliata.

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Alle luci dell’alba filtra il sole sulla mia solitudine, e bagna di luce il bordo dorato della tazza che stringo tra le dita e l’azzurro dei nontiscordardimè dipinti sulla ceramica. Le maniche troppo lunghe di questa maglia sformata mi avvolgono le mani. Abbraccio le mie ginocchia e mi guardo i piedi. Muovo le dita. Mi abbraccio, mi stringo, poi mi rilasso. Nuvole di vapore volano dal caffè alle nari, nuvole di pensieri come vapore volano a Madrì.

Che strada difficile brutta bellissima semplice, ho scelto, mi dico.

Ma forse non ho scelto. Forse non poteva ch’essere così.

 

Un venerdì mattina

Un venerdì mattina mi ritrovo ad aspettare la metro con una boccia per pesci rossi in testa, la percezione delle distanze precaria, i ricci in gola.


Mi guardo un timbro sul dorso della mano e mi chiedo come sia successo che ieri limonavo un medico trentatreenne portoghese sul pianerottolo delle scale, la lingua anestetizzata dall’alcol a tuffarsi senza salvagente, la lingua senza chiedersi se avesse il sapore del bourbon, della saudade o dei perché.

Alla fermata della metro guardo le persone attraverso un macro microscopio, che ciò che è lontano vibra vicino di onde aliene e ciò che è vicino non lo è mai comunque abbastanza se tendo la mano.

Mi chiedo come sia successo che ieri fossi con le tette enormi di una stripper nuda in faccia, a sparlare del tempo e la politica nell’imbarazzo di uno spettacolo privato pagato a sorpresa da un amico in un Thursday night.

Alla fermata della metro mi sento più un’utente che una lavoratrice, e mi chiedo con che faccia oggi dirò che si deve abbracciare la vita senza la stampella di una bottiglia o di una canna, o che corso di italiano improvviseró per questi bambini anziani inglesi, troppo frustati dalla vita e ancora troppo masochisti.

Mi chiedo come sia successo che io sia caduta da seduta, dritta per dritta, ma in obliquo, come un pero, e grazieaddio non c’era un medico portoghese trentatreenne, mentre i miei amici limonavano senza chiedersi cosa ne avrebbero pensato all’alba e la mia coinquilina rideva di un riso isterico e sardo.

Alla fermata della metro il medico trentatreenne portoghese scrive sulla mia memoria il suo viso su quello di un madrileno e confonde i suoi ricci con i suoi, e mi dice che viene dalla stessa penisola iberica ed è della stessa altezza ed è probabilmente della stessa sostanza stronza e egocentrica e anaffettiva e indipendente e viaggiatrice. E gesticola con le mani disegnando amore parlando dell’America Latina. 

Alla fermata della metro chiamo un portoghese medico trentatreenne solo perché lui dice che l’età è solo un numero, e non voleva sbottonare la sua professione e io lo prendo per il culo e battibecchiamo come se fosse Jorge, e io volevo guardarlo con uno sguardo sexy, e l’ho probabilmente guardato con una palpebra alzata e una chiusa, come dovessi mettere a fuoco un lampione e i bicchieri bevuti, ma tant’è che ha funzionato.

Sarà una lunga giornata, tra pensieri ubriachi e ricordi di tette, e di pianerottoli, e cadute, e perché.

Yang

Siori e siore…

Al terzo mese di Inghilterra (manco fosse una gravidanza), al terzo mese di metro mattutine infinite in cui trovo il tempo di  rivestire i panni della Dama Distratta, sono qui per spezzare una lancia a favore della terra della regina e di Harry Potter, del fish and chips e il pudding, del bianconiglio e Jane Austen. Che sembreranno accostamenti di merda e casuali ma la realtà è che credo che La regina e la pietra filosofale possa essere un buon titolo per il prossimo libro della Rowling.

Ebbene. È autunno, ma autunno conclamato, non quello che qui chiamano estate ma è sempre autunno un po’ meno brutale. Eppure non sono qui per lamentarmi. Sarà che ho scoperto che non puoi dire di aver visto il verde, se non prendi un trenino nel nord del paese che taglia a metà la campagna inglese. E i colori autunnali, i rossi, i ruggine, i gialli densi… Certi giorni sembra il cielo sia grigio solo per farli risplendere, come la pelle delle donne africane quando si veste di tele di mille colori. Come la pelle di certi ragazzi britannici, diafana e nivea solo perché ne risalti il ruggine delle lentiggini, il rame dei capelli, l’acquamarina che è l’iride.

Sarà che ho fatto una gita ad Hexham, che non è poi molto turistica, e ho capito che probabilmente quello che non mi piace, di qui, è la città. Ma che la campagna, i villaggi, i paesini, sono adorabili. E la campagna di cavalli e bestiame sotto un cielo perennemente gravido di tempesta ricorda una bella addormentata incosciente della sua bellezza. 

Ma poi anche la cittá ha le sue attrattive. I caffè, i bar, i pub. C’è solo bisogno che io smetta di uscire tardi come fossi in Andalucia. I cinema, le librerie, gli interni cosy, perché è qui che la gente vive. La musica live alle sei di pomeriggio, un bar che sembra una grande serra, con un albero al centro della piazza che regge un milione di lanterne di lucciole.

Ho un parco vicino casa che è una foresta. Le cascate, gli scoiattoli, la vegetazione folta, il tappeto di foglie, i sentieri alternativi. La zona famiglie con cagnolini e bambini ovunque, appena c’è un raggio di sole. Il cioschetto dove ho bevuo una cioccolata calda fumante, con i marshmallow e la panna, che è un’americansta schifosa bestiale che non avrei mai ordinato, ma mi sono lasciata andare, e alla fine mi sentivo una dodicenne, ed è bello sentirsi dodicenni quando ne hai ventotto e senti che un altro decennio ti sta scivolando di mano.

Sì, è anche vero che sono raffreddata da due settimane, che ho un appuntamento con un Portoghese (perché… la saudade), che il bell’inglese si sta rivelando un uomo più pigna che uomo, ma vedrai, manco si può avere tutto dalla vita. 

A questo proposito, questo è uno stralcio di una conversazione impegnata con l’Inglese modello:

Modello: “Ah, io non ho mai letto, ma ora ho iniziato”

Dama: “E cosa stai leggendo?”

Modello: “Un libro sull’universo”

Dama pensa: all’improvviso… L’U N I V E R S O.

Dama risponde: “E com’è?”

Modello: “É un po’ difficile PER LA MENTE”.

Dama pensa: per cosa poteva essere difficile? Per il comodino? Quest’uomo è talmente pigna che si riprodurrà con le spore.

Cugina di Dama che assiste: “Quest’uomo è una conifera mancata”

Dama dice, nel tentativo di azzittirlo: “Senti ma… Se passassi qua? Just to be il mio Geordie ergonomico…”

Modello: “Neanche una parola? Comunque oggi sono veramente busy: sto preparando le cose per il costume di halloween!”.

[…]

Cooooooomunque. So che questo doveva essere un post yang. Il positivo dello scorso Yin. E in effetti qui c’è moltissimo di positivo, tutto dipende da dove decidiamo di puntare lo sguardo, sempre.

Per esempio, a Porto bevevo birra tutti i giorni – qui faccio yoga. 

A Porto spendevo più soldi in alcol che per campare – che se la birra costa 50cent ne bevi dodici, se costa 3 puond una e bella lì. 

A Porto avevo ripreso a fumare – qua non riesco perché mi si intirizziscono le mani e non riesco a girare la rotella dell’accendino. E poi sí, qui sono persone civili ed è quasi impossibile trovare posti dove si fuma dentro, contrariamente a quanto mi accadeva in Portogallo. E poi sì, se decidessi di iniziare a fumare dovrei tagliare su qualcos’altro, tipo dovrei smettere di nutrirmi – cosa che un tabagista farebbe con poche difficoltà, comunque, che le priorità cambiano in fretta.

Ad esempio, a Porto durante la settimana mi cucinavo qualcosa di veloce a mezzanotte dopo essere rincasata – qui riscopro le mie radici terrone, cucino tutti i giorni, no schifezze, sí al salutismo.

A Porto bevevo il Porto, qui ogni giorno tisana allo zenzero.

A Porto mi ritrovavo a orribili rave party all’improvviso. Qui all’improvviso mi sono ritrovata per sbaglio in un gruppo di cattolici internazionali che si prodigavano in danze folklorike scozzesi.

Ok, in quest’ultimo caso non so cosa preferissi. Ma forse anche nel penultimo.

A Porto avevo un amante francese, uno brasiliano e un portoghese. Che sembra l’inizio di una barzelletta. O di un film porno. O di una barzelletta porno. Qui ho degli improponibili pretendenti ingegneri e un British con l’espressione intelligente e pallida quanto quella della mia pianta di basilico sul balcone della mia casetta inglese. 

A Porto c’era Il Milanese, coinquilino e fratello adottato che svegliavo alle cinque di mattina trafelata chiedendo un preservativo, e qui ho dei coinquilini che se li lasci da soli rimarrebbero senza carta igienica fino alla fine dell’anno – però dormo molto di più.

Ah, cazzo… Ma questo era lo Yang!

A Porto, finito il tirocinio, ero in astinenza da film. Uno dei motivi per cui ero contenta di tornare a casa era che potevo cancellare un po’ di titoli dalla lista di film che volevo vedere. Qui, tra gli altri, ho avuto modo di vedere La Heine e, soprattutto – soprattutto – Youth. O La Giovinezza, di Paolo Sorrentino, che è un capolavoro incredibile, di quelli che ti lasciano i pensieri vibranti come la corda di una chitarra, e gli occhi pieni di bellezza, e una felicità che non capisci perché è accogliere la vita nello stomaco, tutta, tutta la vita nello stomaco, non solo la tua, ma quella che a un certo punto è stata e a un certo punto forse terminerà d’essere, con la consapevolezza della precarietà, e della contingenza e fuggevolezza di fiume di tutto, e della frivolezza di tutto, anche della morte e di ciò che non lo è.

E penso che è per questo che ogni cosa che vomito su questo blog non è mai definita, che l’angoscia si mescola sempre a una risata, e la maschera del comico cade scoprendo un pianto, e la poesia viene fottuta dall’indecenza, e l’orrido dal sublime.

É per questo che il filo delle mie parole ondeggia sul racconto di viaggio e fa l’occhiolino al racconto erotico. È il motivo per cui ciò che inizia come la recensione di un film fa una piroetta e si scopre cronaca giornaliera di una precaria studentessa, tirocinante, barista, expat, laureanda, laureata, barista, expat, chissà. E questa si ripiega su sé stessa nell’introspezione: cosí è, se vi pare. Un inchino postmoderno e entra in scena l’invettiva.

Questo credo sia il motivo mi condannerà a non essere mai una scrittrice: io non scrivo, non domo la vita, ne sono travolta e con essa dalla scrittura, da me, dai fatti e da quelli non accaduti.

Questo è il motivo per cui questo non è un vero yang. E non è mai esistito uno yin.

Siamo ombra fusa alla propria nemesi, volto di fiume, identità liquide in vite liquide e realtà sfuggenti. 

E di tutto resta un poco e di tutto resta sempre un riso.

E un ‘sticazzi. Soprattutto, soprattutto, un ‘sticazzi.

Yin

E niente.

Avevo pronto un post che parla di comm’èbbella l’Inghilterra. Di come il verde, l’autunno, le foglie, i mattoncini rossi. E i villaggi inglesi, e la campagna inglese, e il tè caldo a scaldare le dita appena lasciate scoperte dai maglioni morbidi con le maniche lunghe.

Ma poi no. Non è questo il giorno di pubblicarlo. Perché questo è il giorno in cui tutte quelle stracazzodifottute foglie servono giusto a a renderti più difficile di un gioco dell’enigmistica ritrovare le stracazzodifottute chiavi di casa che hai perso per strada.

Questo è il giorno in cui il grigio del cielo e dei comignoli è ben lungi dall’essere l’argento che fa risaltare i colori d’autunno come le pelli diafane fanno risaltare il rame dei capelli, il cielo degli occhi. Questo è il giorno in cui il cazzodifottuto grigio te lo porti dietro dal 6 cazzodifottuto agosto ed è lì a ricordarti che sei al novantesimo giorno d’autunno, il novantesimo giorno di prigionia, e che non vedrai la luce fino al sei agosto duemiladiciotto – con una breve concessione per Natale.

E poi diciamoci la verità: a me è sempre stato sul cazzo, l’autunno. M’è sempre stato sul cazzo l’inverno. Quindi cosa mi sia saltato in testa quando ho deciso di trasferirmi in un paese in cui durano tutto l’anno non lo so. O meglio lo so: è l’economia.

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E non è un capriccio. E’ il mio corpo che mi urla che ha bisogno di sole o mi si ribella e si prende due influenze e un raffreddore nel giro di un mese. E’ il mio corpo che si ribella e mi urla basta, ti prego basta, con ste stracazzodifottute carezze frigide di uomini british, di passioni lasciate a metà, di sentimenti lasciati a metà, di interessi lasciati a metà, di sesso che è sesso a metà.

Le settimane volano tutte uguali tra un lavoro soddisfacente e la sera a guardare serie televisive. I fine settimana scorrono via tutti uguali, a ballare in un club con la speranza che sia uno dei fine settimana buoni e che finisca con una scopata mediocre con un uomo, si spera, almeno mediocre.

Per la prima volta, mi manca casa. Se penso a Porto sento un pugnale dentro al petto.

Per la prima volta ho esperienze sessuali negative. Prima anche nella negatività c’era da tirarne fuori una risata, ma è difficile, difficile anche ridere, di questi uomini grigi.

Uomini grigi, amicizie grigie, vita notturna grigia, cielo grigio, lavoro perfetto. Ne vale forse la pena?

Mi sento un po’ in colpa, a parlarne così. E’ come parlassi per luoghi comuni, me ne rendo conto. Ma sono arrivata qui con la testa aperta e allegra, pronta a distruggere ogni preconcetto e ogni inglese che incontro si adopera a ricostruirlo, e ogni mattino che sorge nascosto, si impegna a fargli coro.

Sento la mia esuberanza mortificata, la mia estroversione contenuta da ritmi di vita che mi sono alieni. Sono arrivata in Inghilterra senza reggiseno e senza trucco, sorridente, come una donna emotivamente indipendente, che difendeva la sua solitudine con unghie e denti, così libera e sicura da essere pronta a liberare l’amore.

Al terzo mese in Inghilterra sento la mia personalità rattrappita e accartocciata, la mia sicurezza che vacilla come quella dell’adolescente insicura che non sono mai stata prima, con due occhi estranei sotto troppo mascara che mi interrogano sull’adeguatezza del mio guardaroba per andare a ballare nei club. Andare. a. ballare. nei. club. Perché cosa fai qui? Non c’è certo un parco popolato di pazzi e poeti malati di lontananze, come a Porto. Non ci sono giocolieri e violinisti scalzi. Qui ci sono gli ubriachi nei club. O gli ubriachi nei pub.

Sono stanca. Sono sola e indipendente, e in questo paese fatto d’inverno mi fa schifo essere sola e indipendente. Vorrei solo buttare via quel mascara e quel top, nascondere il viso sulla spalla di un uomo decente, e dormire fino al sei agosto duemiladiciotto.

“Passerà l’inverno”, mi direbbe accarezzandomi una guancia.

“E’ appena iniziato, coglione”, risponderei più morta che viva.

Però poi gli direi di tenermi con sé per sempre, a un uomo decente.

E’ probabilmente l’effetto British. Questi ti monogamizzano pure la Dama Distratta. Perché mica si chiama la Dama Cretina, dopo sta sfilza di strani, freddi, passionali quanto una spigola nelle mutande, tonti, anaffettivi, asentimentali British…

dopo tutte queste serate in casa a vedere serie televisive, dopo tutti questi tè, questo grigio, questo freddo…

Dopo tutto questo mascara, questi balli latini sempre uguali, in questi locali sempre uguali, dopo tutte queste ore spese a pensare ai top e alle gonne, che il tempo per rimorchiare ce l’hai dalle 22:00 del venerdì sera fino alle 3:00 del sabato mattina…

Dopo tutto questo, ma ‘stì cazzi. Se scopi bene e hai un Q.I. superiore a quello di un pomodoro sono tua per tutta la vita.